È uno dei maggiori filosofi americani e il principale assertore del pragmatismo, per quanto J. stesso preferisse chiamare la sua dottrina «empirismo radicale». Opere principali: The principles of psychology (2 voll., 1890); Psychology briefer course (1892), compendio dell’opera precedente; The will to believe (1897; trad. it. La volontà di credere); Talks to teachers on psychology and to students on some of life’s ideals (1899; trad. it. Discorsi agli insegnanti e agli studenti sulla psicologia e su alcuni ideali della vita); The varieties of religious experience (1902; trad. it. Le varie forme dell’esperienza religiosa); Pragmatism (1907; trad. it. Pragmatismo: un nome nuovo per certi vecchi modi di pensare); The meaning of truth (1909); A pluralistic universe (1909; trad. it. Un universo pluralistico); Some problems of philosophy (post., 1911); Essays in radical empiricism (post., 1912; trad. it. Saggi sull’empirismo radicale).
Le lettere di J. sono state pubblicate dal figlio Henry (2 voll., 1920); gli scritti di parapsicologia e metapsichica sono stati raccolti ed editi postumi da G. Murphy e R.O. Ballou (1960), con il titolo W. James on psychical research.

    —  Dizionario di filosofia (2009) – Treccani

Teoria periferica delle emozioni


La sua era una famiglia di tradizione calvinista emigrata dall’Irlanda. Fratello maggiore di cinque figli, tra i quali va ricordato Henry James, che sarebbe divenuto un celebre romanziere, e Alice James, autrice di un celebre diario, ebbe come padre il filosofo trascendentalista Henry James senior, discepolo di Swedenborg e amico di Emerson. Oltre a questi ultimi due autori, James si interessò anche alle opere e ail pensiero di Hume, Afrikan Špir, Blaise Pascal, John Stuart Mill, Bain, Schiller, Lotze, Reid, Renouvier e Brown.

Dopo essersi laureato in medicina nel 1869 prosegue gli studi da autodidatta, indirizzandosi verso la psicologia. Nel 1872 prende avvio la sua carriera universitaria che si svolge interamente all’università di Harvard dapprima come semplice istruttore e divenendo poi nel 1876 professore assistente di fisiologia. Nel 1885 ha l’incarico di professore di filosofia e nel 1890 assume l’incarico di professore di psicologia. Qui all’università di Harvard creerà uno dei primi laboratori di psicologia sperimentale degli Stati Uniti. Sempre nel 1890 anticipando il funzionalismo pubblica una delle sue opere maggiori, i “Principi di Psicologia” (Principles of Psychology), in due volumi. I “Principi” sono universalmente considerati come uno dei testi più influenti e rilevanti dell’intera storia della psicologia, e sono stati per decenni uno dei manuali di base nella formazione accademica degli psicologi nordamericani. Nel 1907 si ritira definitivamente dall’insegnamento accademico.

I suoi lavori di psicologia influenzarono Henri Bergson, di cui fu a sua volta un grande ammiratore.

Wiliam James apporta alla psicologia il pragmatismo e il funzionalismo. Secondo il pragmatismo, le idee e i concetti sono veri solo se consentono all’individuo di operare sulla realtà; l’idea di una psicologia “funzionale” deriva invece dal funzionalismo, ovvero le funzioni adattive per l’organismo-uomo in relazione all’ambiente. Con la sua opera monumentale Principles of Psychology, William James si pone in una posizione di forte contrasto con la psicologia tedesca del tempo, sostenendo che non esiste una “sensazione semplice”, ma che la coscienza è un continuo pullulare di oggetti e relazioni. Una delle concettualizzazioni più significative dei Principles è quella relativa al “flusso di pensiero” (stream of thought), con la quale descrive le caratteristiche del pensiero associandole a quelle della corrente fluviale. Nel X capitolo dei Principles introduce il concetto di Sé empirico, articolato in un Sé materiale (il proprio corpo, i genitori, la casa), un Sè sociale – cioè come gli altri mi vedono, un Sé spirituale (il proprio essere interiore, le proprie capacità personali, etc.).

Un’altra teoria di notevole importanza espressa nel Principles è la “Teoria periferica delle emozioni” (periferica in quanto legata al sistema nervoso periferico). Con questa teorizzazione, James capovolge l’idea comune secondo cui alla percezione di uno stimolo segue un’emozione, che è anche accompagnata da manifestazioni a livello somatico; James sostiene al contrario che la manifestazione somatica precede l’emozione, che successivamente viene riconosciuta a livello “cognitivo”.

Il pensiero psicologico e filosofico di William James si distacca dall’empirismo tradizionale proprio per il modo di intendere l’esperienza. L’esperienza, per James, si “autocontiene e non poggia su nulla”. Nell’opera “The Will to Believe” l’autore definisce l’aspetto prioritario della volontà: «il dipartimento volitivo della nostra natura domina sia il dipartimento razionale sia il dipartimento sensibile; o, in linguaggio più chiaro, la percezione e il pensiero esistono solo in vista della condotta » (The Will to Believe,p.114) Ogni azione è reazione al mondo esterno, e gli stati intermedi, come il pensiero, sono solo un luogo ed un momento transitorio che indirizzano verso un’azione. Analogamente ad un altro filosofo della corrente del “pragmatismo” Charles Sanders Peirce, anche James analizza le credenze, soffermandosi sulla loro validità, che è verificabile dalla loro utilità all’azione. Un altro argomento dell’opera Jamesiana è la focalizzazione del lavoro della scienza: la scienza, secondo l’autore, non osserva in modo freddo e passivo i fatti naturali, ma li relaziona fra loro non rispettando l’ordine naturale, semplifica il senso dei fenomeni e li prevede. La teoria principale dell’opera è il divieto al pensiero di bloccare credenze utili ad un’azione efficace nel mondo; la credenza prima di essere considerata tale, deve dimostrarsi importante, viva e spirituale, e infine né vera né falsa. Solo se sono verificate queste condizioni, l’uomo, secondo James, può assumersi il rischio dell’errore di valutazione. L’autore, più che all’aspetto scientifico, è interessato a quello morale e religioso e quindi sostiene la necessità della “scommessa” della fede (di pascaliana memoria), poiché a priori è deleterio rinunciare ai vantaggi comportanti dalla fede.

In una delle sue ultime opere, “Introduzione alla filosofia”, chiarisce il concetto di “universo progressista”, formato sia da elementi molteplici e indipendenti, indeterminati, liberi e cooperanti, sia da forme monistiche, compatte, determinate, vincolate che devono collaborare tra loro per il successo globale. Nell’opera “A Pluralistic Universe” approfondisce il senso del divino, arrivando alla conclusione della finitezza di Dio, un Dio non più onnipotente, ma avente funzioni, spazi e tempi simili a quelli umani.

Nel 1902 pubblica il risultato delle sue ricerche psicologiche sulla fenomenologia delle esperienze religiose, ed in particolare sull’atteggiamento mistico e gli stati esperienziali che contraddistinguono il misticismo. Il titolo di questo lavoro è “La varietà dell’esperienza religiosa”. In una lettera scriverà che si tratta di un’esperienza che va difesa contro la stessa filosofia. Qui, forse ancor più che in altre opere, emerge l’influsso del filosofo americano protopragmatista Emerson.

William James ormai era il filosofo più famoso degli Stati Uniti quando, proprio a un anno dalla sua morte, nel 1909, giunge in America dall’Europa invitato dalla Clark University il medico viennese Sigmund Freud, con tre dei suoi più fidati e vicini collaboratori nell’ambito della nuova psicologia psicoanalitica, tra cui il giovane psicoanalista svizzero Carl Gustav Jung, lo psicoanalista ungherese Sandor Ferenczi ed Ernest Jones dalla Gran Bretagna. È in questa circostanza che avvenne anche un incontro personale tra lo psicologo europeo e quello americano; in quell’occasione l’anziano James espresse a Freud la sua ammirazione per la psicoanalisi (“Il futuro della psicologia è nel suo lavoro”).]

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