La libertà nella filosofia antica e medievale

Dall’equazione di scienza e virtù, connessa all’eudemonismo che caratterizza tutta l’etica socratica, implicitamente deriva una concezione della libertà come meta raggiungibile attraverso la scienza. Questa concezione ritorna anche in Platone: ciascuna anima è responsabile della propria scelta e ognuna avrà, per guidarla nella sua vita, il demone che si sarà scelto; ma solo chi ha ascoltato la filosofia sa riflettere con discernimento: se la scelta, dunque, è libera, di questa libertà è possibile fruire nel migliore dei modi solo attraverso la filosofia. Anche in Aristotele troviamo il consueto rapporto greco tra libertà e conoscenza: Aristotele congiunge strettamente la libertà del volere alla scelta volontaria e volontario è ciò «il cui principio si trova nell’agente che conosce tutte le circostanze particolari dell’azione». Plotino riconduce la libertà del volere non a un impulso sensibile, bensì «al retto ragionamento e alla giusta tendenza».

Sul concetto di libertà influisce in modo profondo l’avvento del cristianesimo, destinato tuttavia a creare una sorta di tensione: da una parte, infatti, si sostiene che senza la libertà dell’uomo non sarebbe concepibile il peccato, e dunque non avrebbe senso la redenzione, dall’altra si afferma che il concetto di libertà deve congiungersi strettamente a quello di grazia divina, a un qualcosa cioè di esterno e indipendente. Agostino sente la necessità di affermare la responsabilità umana e insieme un prestabilito disegno divino: la predeterminazione divina non annulla ma include il libero arbitrio umano e le sue scelte, e se Dio concede il suo aiuto a chi vuole, ciò non toglie che con un volere libero, sebbene ridestato dall’aiuto divino, l’uomo riesca a volere il bene, sicché un reale merito, per quanto reso possibile solo dalla grazia, è premiato con la salvezza. Tommaso d’Aquino, a sua volta, sostiene che il poter fare il male proviene sì dalla libertà, ma da un suo difetto, non da una sua perfezione.

La libertà nella filosofia moderna e contemporanea

Dopo il Medioevo, nel Cinquecento la questione è ridiscussa interamente. Da un’interpretazione di Agostino sorgono le dottrine di G. Calvino e di M. Lutero, entrambe negatrici di ogni libero arbitrio umano, entrambe affermatrici di una libertà nel bene che coincide con la più rigorosa necessitazione del volere umano da parte della grazia. Nel Seicento, B. Spinoza ripristina il concetto stoico dell’universale necessità e il concetto parimenti stoico di una libertà che non presuppone, anzi nega il libero arbitrio, ed è fatta consistere nel riconoscimento e accettazione della necessità stessa.

Nel secolo successivo I. Kant pone la distinzione tra leggi della necessità, che regolano i fenomeni dell’universo naturale, e le leggi morali o leggi della libertà. Per si deve intendere per Kant la facoltà di adeguarsi alle leggi che la ragione dà a noi stessi. La libertà come autonomia morale dell’uomo e sua intima dignità è il concetto che J.G. Fichte svolge, riprendendolo da Kant. Al concetto di libertà o arbitrio d’indifferenza (facoltà di volere immotivatamente l’una o l’altra di due cose contrarie o anche nessuna delle due) G.W.F. Hegel oppone un più concreto concetto della libertà come autodeterminazione e intima necessità. A Kant ritornano le filosofie che reagiscono al determinismo positivistico, intese a salvare la libertà della condotta morale. Nel quadro del ritorno all’idealismo classico, i movimenti neohegeliani insistono sulla hegeliana coincidenza di libertà e necessità, rinnovando la polemica contro il mero arbitrio o libertà d’indifferenza.

Nel marxismo manca una vera e propria teoria filosofica della libertà: secondo K. Marx e F. Engels, infatti, la coscienza degli uomini è determinata dal loro essere sociale. La libertà si identifica quindi interamente con quella società comunista che, attraverso l’abolizione del lavoro salariato, realizza «il salto dal regno della necessità a quello della libertà». Per tutt’altra via passa la difesa del concetto di libertà intrapresa dal contingentismo (contingente), per il quale nella libertà è da vedere anzitutto indeterminazione; e spontaneità, piuttosto che autonomia, è la libertà per la filosofia di H.libertà Bergson. Nell’esistenzialismo la libertà coincide con la stessa necessità della situazione, di fronte alla quale l’uomo non ha altra scelta che accettarla consapevolmente o piombare nell’‘esistenza inautentica’, come in M. Heidegger. In L’être et le néant J.P. Sartre sostiene che l’uomo è ‘essenzialmente’ libero di scegliere, in quanto sua caratteristica è la ‘mancanza’, il ‘nulla’ di essere, ed è perciò teso alla scelta di possibilità esistenziali.

    —  Enciclopedia onlineTreccani

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