Nelle prime manifestazioni del pensiero greco è già presente la contrapposizione tra le due principali concezioni filosofiche della materia: una filosofia che concepisce la materia in termini metafisici e un’altra che si avvicina a essa partendo da un punto di vista più propriamente naturalistico.

Concezione metafisica

Accanto alla concezione della materia propria degli atomisti Democrito e Leucippo, che la consideravano come ‘grandezza’ e ‘figura’, si andava così delineando la concezione platonica della materia, che la interpretava come realtà squisitamente metafisica, concezione che prevarrà nel corso del pensiero antico e medievale. Tra le eccezioni più significative bisogna ricordare l’analisi proposta da Epicuro, che rendeva conto della materia come un insieme di atomi e affermava la coincidenza tra le qualità dell’atomo e l’estensione. Dall’altra parte la concezione metafisica della materia era rivolta non tanto a determinarne la struttura intima, quanto piuttosto a cercare di definirne la collocazione nella totalità dell’essere, attribuendo a essa anche un peculiare valore e disvalore. Così in Platone la materia non era solo un elemento grezzo, amorfo, passivo e ricettivo che entra a costituire le cose particolari; era altresì la componente negativa che sviliva e deteriorava i perfetti modelli ideali e perciò rigidamente contrapposta, come eterna e increata, al mondo delle realtà intelligibili. In Aristotele è rintracciabile un analogo giudizio negativo sulla materia, contrapposta alla forma che è l’elemento che rende intelligibile il composto: anche se la materia in quanto potenza può divenire o essere qualcosa, essa resta sempre qualcosa d’imperfetto, d’incompiuto, di contaminante rispetto alla compiutezza e perfezione dell’atto. Anche gli stoici concepirono la materia come ‘sostanza prima’, intesa però come soggetto passivo; Plotino rese ancora più esplicita la colorazione etica di questa concezione metafisicizzante della materia giungendo a concepirla come non-essere, ovvero come il limite opaco che segna il confine all’espansione del principio spirituale luminoso.

Nel pensiero cristiano Agostino considera la materia come «assolutamente informe e priva di qualità», quindi come «prossima al nulla» e pur tuttavia con una sua positiva sostanzialità. Tommaso d’Aquino riprende invece la concezione aristotelica della materia, insistendo sulla sua imperfezione e incompletezza e sottraendole solo l’eternità, inconciliabile con l’insistenza del pensiero cristiano su un Dio creatore di tutto e onnipotente. Nella filosofia della natura del 15° e 16° sec. si assiste a una trasformazione radicale della concezione della materia: lentamente si giunge a concepirla non già come un residuo passivo ma come un principio attivo che permea di sé tutte le cose e che contiene in sé tutte le forme dell’universo. A conclusione di questo processo, G. Bruno concepisce la materia come ‘subietto’ di tutti gli esseri compresi gli spiriti, riferendosi così non già a qualcosa di passivo, ma piuttosto a un principio attivo. Da questo sostanziale ribaltamento si può far sorgere la tendenza, sempre più diffusa nel pensiero moderno, a definire la materia in termini naturalistici e fisici.

Concezione naturalistica

Un’esigenza di rigorosa interpretazione naturalistica della materia è presente in Descartes, il quale, mentre a livello metafisico concepisce questa entità come sostanza creata, fa valere un modello interpretativo che individua nell’estensione il suo carattere essenziale; modello che si andò sempre più diffondendo nella filosofia moderna. Accanto a questo filone che fa coincidere la materia con l’estensione, si affermò anche una tendenza a definire la materia ricorrendo a concetti come quelli di energia e di forza. In questa linea si inserisce non solo G.W. Leibniz, per il quale la materia è il risultato di una forza passiva di resistenza chiamata antitypia, ma anche I. Newton, che rende conto della materia risalendo all’esistenza di una forza dominata da particolari leggi. Continuano a porre l’accento su una definizione della materia in termini di forza sia C. Wolf sia i critici illuministici delle dottrine fisiche cartesiane (per es. Diderot, La Mettrie, d’Holbach), sia I. Kant, per cui la materia «riempie uno spazio non attraverso la sua pura esistenza, ma mediante una particolare forza motrice».

Sulla stessa linea, ma con suggestioni irrazionalistiche, si muove la concezione romantica della materia, esemplificata dalla teoria schellinghiana, secondo la quale la materia è costituita da tre diversi tipi di forza (espansiva, attrattiva e sintetica), ai quali corrispondono rispettivamente i fenomeni naturali del magnetismo, dell’elettricità e del chimismo. Nell’ambito della filosofia della scienza ottocentesca, quest’idea della materia si ritrova nel tentativo di W. Ostwald di ridurre la materia in termini di energia (energetismo). Una diversa definizione della materia, legata a una precisa teoria della conoscenza, offre invece l’empiriocriticismo di E. Mach; la materia viene considerata come «determinata connessione degli elementi sensibili in conformità di una legge».

Nel pensiero del Novecento, accanto a posizioni, come l’intuizionismo bergsoniano, che ripropongono una concezione metafisicizzante della materia, vista come concretizzazione di un principio negativo antivitale, prevalgono precise concezioni scientifiche della materia, in conformità allo sviluppo delle teorie fisiche.

    —  Enciclopedia onlineTreccani

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