Nel linguaggio politico e nel lessico delle scienze storico-sociali il termine ‘nazionalismo’ viene abitualmente impiegato per indicare fenomeni di natura e di scala assai diverse. Con esso, infatti, si fa di volta in volta riferimento al processo storico complessivo della formazione dello Stato nazionale; all’insieme delle idee, delle teorie e delle ideologie che in vario modo affermano il principio del valore eminente della ‘nazione’; ai movimenti organizzati e ai partiti che sulla base di tali teorie progettano di fondare, di consolidare o di espandere il proprio Stato nazionale; a uno specifico sentimento di appartenenza, che può essere altresì ‘naturale’ o ‘costruito’; e ancora, a un complesso di meccanismi di comunicazione e di integrazione sociale che svolgono una funzione decisiva nei processi di modernizzazione.

La parola è stata anche utilizzata in relazione a differenti epoche storiche. Se vi è, infatti, un generale consenso nel collocare gli inizi dell”età del nazionalismo’ intorno alla seconda metà del XVIII secolo, non sono mancati tentativi di retrodatare tali inizi all’età del Rinascimento, di post-datarli alla svolta del 1870, oppure ancora di individuarne tracce significative nel Medioevo o nell’epoca dell’antico Israele. Rispetto alla stessa storia degli ultimi due secoli, infine, il termine sembra implicare una vera e propria coincidentia oppositorum (v. Winkler, 1985). Esso è stato associato nel medesimo tempo alle lotte di liberazione nazionale che si svolsero nell’Europa dell’Ottocento e ai disegni di oppressione e di conquista che sconvolsero il pianeta nel secolo delle due guerre mondiali; alle politiche imperialistiche delle grandi potenze europee e alle ideologie antimperialistiche delle nazioni emergenti del Terzo Mondo; a partiti di ‘destra’ e di ‘sinistra’; a movimenti razzisti e democratici; a orientamenti reazionari e progressisti; a personaggi come Herder, Fichte, Mazzini e Wilson o come Corradini, Maurras, Mussolini e Hitler.

Prima di fissare i caratteri fondamentali del nazionalismo e di analizzare i tempi e i ritmi del suo sviluppo, è quindi necessario ricostruire la storia di una parola che è divenuta nel corso del tempo eminentemente polisemica. Come vedremo, ciò significa seguire il percorso estremamente complesso e a tratti frammentario di un termine-concetto che dal linguaggio normativo delle passioni politiche si è progressivamente introdotto nel vocabolario delle scienze storico-sociali. Almeno in parte, poi, la storia della parola è già una storia della cosa.

A differenza del termine nazione che fu coniato già in epoca romana, la parola nazionalismo è una creazione relativamente recente. Prima del XVIII secolo essa fu impiegata in rarissimi casi per indicare le nationes universitarie, vale a dire le corporazioni di studenti e professori in cui erano tradizionalmente suddivisi, sin dal Medioevo, i grandi atenei europei. In questo senso Nationalismus viene menzionato nello Hübner-Staats-Lexicon del 1704 (v. Kemiläinen, 1964; v. Smith, 1971; v. Koselleck e altri, 1992). Il termine ricompare poi nella seconda metà del XVIII secolo, in relazione a un concetto ormai compiutamente moderno di nazione. Lo si ritrova dapprima in un breve ma fondamentale passo di Ancora una filosofia della storia per l’educazione dell’umanità di J.G. Herder (1774), poi in uno scritto dell”illuminato’ bavarese Adam Weishaupt (1787) e quindi, alla vigilia del nuovo secolo, nei Memoires pour servir à l’histoire du jacobinisme dell’abate Barruel (1798). Nel primo di questi testi Herder impiega la parola nazionalismo in un’accezione decisamente peggiorativa, unendo al sostantivo Nationalism (sic) l’aggettivo eingeschränkt (gretto, limitato). Non è peraltro chiaro il contesto preciso di questo uso linguistico. Secondo Federico Chabod (v., 1961) Herder avrebbe qui “crea[to] la parola nazionalismo” per indicare il complesso di quei “pregiudizi nazionali” che nel suo schema rendono i popoli felici, saldi e fiorenti (v. anche Viroli, 1995). Da una nuova lettura del testo emerge tuttavia un quadro almeno in parte diverso, su cui ha recentemente insistito Guido Franzinetti (v., 1996): lungi dal coniare una nuova parola, con l’espressione “gretto nazionalismo” Herder avrebbe inteso stigmatizzare ironicamente un uso spregiativo del termine probabilmente già consolidato prima del 1774. Se si prescinde tuttavia da Von dem deutschen Nationalgeist di Friedrich Carl von Moser (1766), dove compare l’espressione nationalistische Fühlung (v. Siccardo, 1984), di tale uso non si conoscono precedenti esempi. È altresì nel senso negativo criticato da Herder che la parola Nationalismus riappare in uno scritto di Adam Weishaupt del 1787, ripubblicato poi in una seconda edizione nel 1793. “Con la nascita delle nazioni e dei popoli – vi si legge – il mondo ha cessato di essere una grande famiglia, un unico impero: il grande legame della natura è stato distrutto […]. Gli uomini hanno smesso di riconoscersi sotto un nome comune […] e il nazionalismo ha preso il posto dell’amore per l’umanità […]. Fu allora permesso di disprezzare gli stranieri, di ingannarli e di offenderli. E una simile virtù fu chiamata patriottismo”. Questo passo fu citato testualmente, ma in chiave fortemente polemica, nei Memoires di Augustin Barruel, a cui è stata per qualche tempo erroneamente attribuita la paternità del termine (v. Godechot, 1970; per contro v. Bertier de Sauvigny, 1970; v. Franzinetti, 1996). Furono peraltro proprio i Memoires – presto tradotti in inglese, italiano, tedesco, portoghese, spagnolo, polacco e olandese – a fissare nelle principali lingue europee quel significato peggiorativo che abbiamo incontrato per la prima volta, sebbene in un contesto critico, nell’opera di Herder.

Nel corso del XIX secolo la parola entrò nel linguaggio corrente, ma con grandi difficoltà e, in ogni caso, soltanto a partire dagli anni trenta-quaranta. Secondo l’Oxford English Dictionary in Inghilterra essa comparve per la prima volta nel 1844, come sinonimo di ‘egoismo nazionale’. In Germania, invece, essa non è riportata né dall’Allgemeines Handwörterbuch der philosophischen Wissenschaften di W.T. Krug (1828), né dal Deutsches Staatswörterbuch di J.K. Bluntschli (1862), né dal Deutsches Wörterbuch di J.W. Grimm (1889), che pure riportano un gran numero di derivati del termine nazione. In Francia la parola è registrata dal Larousse nel 1874 come un neologismo, mentre non compare ancora nel Littré del 1866. Essa fu in verità impiegata già nel 1813 dal giornalista e patriota tedesco Rudolf Zacharias Becker in un memorandum redatto per rispondere alle accuse mossegli dai tribunali napoleonici, ma si tratta di un caso precoce e isolato, in cui tra l’altro la parola viene utilizzata in senso positivo, come sinonimo di patriottismo, senza alcuna relazione con l’uso fissato da Herder, Weishaupt e Barruel. Fu altresì il vecchio Metternich, in una conversazione con il cattolico ultramontano Louis Veuillot (v., 1860) avvenuta a Bruxelles intorno alla metà del secolo, ad attestare un uso almeno relativamente diffuso della parola nationalisme in Francia. In quel contesto, anzi, egli suggerì al suo interlocutore un principio più generale affermando che “quando la lingua francese aggiunge la desinenza isme a un sostantivo essa tende a caricare la cosa menzionata di un’idea di disprezzo e di degradazione” – una tesi, questa, che lo stesso Veuillot riconfermò nei suoi Mélanges citando una lettura del controrivoluzionario spagnolo Donoso Cortés. Di un simile uso, tuttavia, non possediamo precisi riscontri. E la circostanza è almeno apparentemente strana nel paese di Barruel e della grande nation. Bertier de Sauvigny ha avanzato in proposito un’ipotesi convincente, e cioè che, proprio in ragione della sua valenza tipicamente negativa, la parola nationalisme stentò ad affermarsi là dove gli eventi straordinari della grande Rivoluzione avevano conferito alla parola nazione – si pensi solo a Sieyès e alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino del 1789 – un significato quasi sacro.

Nationalisme e poi ‘nazionalismo’ conobbero quindi una maggiore diffusione al di là dei confini francesi. Essi vennero infatti ripetutamente e consapevolmente impiegati da Giuseppe Mazzini per indicare una forma patologica, degenerata e pericolosa del legittimo “sentimento di nazionalità”: così, per la prima volta, in un articolo pubblicato su “La jeune Suisse” nel marzo del 1836, e poi nuovamente in un testo del 1848, dove si contrappone in modo esplicito l'”esprit de nationalisme” all'”esprit de nationalité”. Ancora nel 1861, in un contesto molto simile a quello che abbiamo incontrato nello scritto herderiano, Mazzini scriveva che la Germania non deve coltivare “un gretto nazionalismo”, una brutale politica di espansione ai danni del diritto di tutti i popoli alla libertà, ma solo il proprio patrimonio spirituale e morale. Un’affermazione questa – sia detto per inciso – che rende meno netta la distinzione introdotta da Chabod (v., 1961) fra l’idea di nazione propria della tradizione franco-italiana (da Mazzini a Renan) e quella propria della tradizione tedesca (da Herder a Hitler).

Tra XIX e XX secolo, nel contesto più generale dell’età dell’imperialismo, furono soprattutto i movimenti della destra radicale ad appropriarsi del termine nazionalismo. A esso, tuttavia, fu conferita allora una valenza positiva: così ad esempio da Maurice Barrès e da Charles Maurras, da Enrico Corradini e, poi, dal fascismo italiano e dal nazismo tedesco, il quale peraltro rimase soprattutto legato alle retoriche della razza e del popolo inteso in senso etnico, al Volk più che alla Nation. Classica la formulazione corradiniana: “Certamente anche noi vogliamo essere buoni Italiani, e se il patriottismo significa amor di Patria, anche noi siam patrioti. […] Ma con tutto ciò il nazionalismo è qualcosa di diverso dal patriottismo. È anzi, sotto un certo aspetto, l’opposto […]. Il patriottismo è altruista, il nazionalismo è egoista. Non godano i perfetti borghesi a sentirci confessare il nostro egoismo, perché tutto abbiamo di diverso da loro, e soprattutto l’egoismo. Ma certo il nazionalismo è egoista. È l’egoismo dei cittadini rispetto alla nazione” (v. Corradini, 1911).

Dopo Marx – che non colse ancora il significato dirompente che le questioni nazionali avrebbero assunto verso la fine del secolo e che interpretò di conseguenza tali questioni alla stregua di fenomeni rilevanti ma premoderni, destinati cioè a esaurirsi nel corso della transizione dal capitalismo alla società senza classi – nel movimento socialista la parola mantenne la sua tradizionale valenza peggiorativa. Essa fu anzi spesso utilizzata – soprattutto nell’epoca della Seconda Internazionale – per stigmatizzare gli stessi avversari interni al partito. In Inghilterra, al contrario, nationalism iniziò ad assumere un significato positivo o quantomeno neutrale già verso la fine del secolo, probabilmente – com’è stato osservato – in relazione all’emergere della questione irlandese (v. Franzinetti, 1996). (continua)


Similari
Caratteri fondamentali del nazionalismo
697% Nazionalismo
Nel linguaggio politico e nel lessico delle scienze storico-sociali il termine ‘nazionalismo’ viene abitualmente impiegato per indicare fenomeni di natura e di scala assai diverse. Co…
Discorso e verità
113% Foucault, Michel
Chi è colui che può «dire la verità»? E quali rischi corre costui? Quanto gli può costare il suo «parlar chiaro»? E ancora: qual è il rapporto tra la verità e il potere? Deve coincidere, il dire la verità, con l’esercizio…
Il termine Romantico
102% Romanticismo
Movimento spirituale che, tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento, si estese a tutti i popoli d’Europa, determinando un profondo rinnovamento nelle lettere, nelle arti, n…
Percorso della filosofia
92% Filosofia
Determinare con rigore il significato, i compiti, i campi di indagine, o addirittura le probabilità di sopravvivenza della filosofia in questo secolo, è particolarmente arduo, …
Storia del fascismo
88% Fascismo
Nel ripercorrere la storia del fascismo sul terreno suo proprio, che è quello italiano, converrà suddividerla in sette periodi. Origini (1919-1922) Per comprendere che cosa significas…