Introduzione

La tradizione che riguarda Pitagora è così strettamente connessa con quella concernente il pitagorismo più antico che assai difficile è isolare, in essa, i dati che si possono considerare come costituenti autentici della fisionomia del pensatore ionico. È tuttavia possibile ricavare alcune indicazioni sicure da qualche autore antico o contemporaneo o di poco posteriore a Pitagora stesso; Senofane (framm. 7 Diels-Kranz) allude ironicamente a Pitagora come sostenitore della teoria della metempsicosi; Eraclito (framm. 40) biasima la πολυμαϑίη, cioè l’erudizione molteplice e superficiale di lui, come di alcune altre figure della cultura ellenica; Erodoto (Historia, IV, 95) parla invece con molto riguardo del «sapiente Pitagora».

Tutto ciò esclude, intanto, il sospetto che la sua figura possa dissolversi in quella d’un eroe eponimo della comunità pitagorica, e rende possibile considerare la tradizione concernente la vita di Pitagora come fondata su un effettivo nucleo storico, per quanto non accettabile nella sua totalità; questa tradizione biografica ha infatti tratti spiccatamente leggendari, che risultano particolarmente evidenti nelle tarde Vite di Pitagora dei neoplatonici Porfirio e Giamblico, ma che sono già presenti nella dossografia più antica e quindi anche in Diogene Laerzio.

Secondo questa tradizione Pitagora, figlio di Mnesarco, nacque a Samo nella prima metà del sec. 6° a.C. (stando ad Apollodoro, che colloca la sua ἀκμή nel 532-1, egli sarebbe nato nel 572-1); scolaro di Ferecide e di Anassimandro, si recò in Egitto per apprendervi la sapienza di quei sacerdoti. Tornato a Samo, e trovata la sua patria sotto il governo del tiranno Policrate, si trasferì, sempre secondo la tradizione, nella colonia di Crotone nella Magna Grecia e vi fondò la sua comunità, diretta ad assicurare ai suoi membri il raggiungimento di traguardi essenzialmente etici e religiosi.

L’esistenza di tale comunità è un fatto storico, e indiscusso è che essa si affermò anche al di fuori di Crotone, in altre città della Magna Grecia, acquistandovi il sopravvento in campo politico e orientando quindi il governo di tali città in senso aristocratico. Questo predominio fu peraltro interrotto da un moto di opposizione, che sembra si sia svolto in due fasi: la prima, che ebbe luogo quando Pitagora era ancora in vita, costrinse questi a trasferirsi da Crotone a Metaponto, dove poco dopo morì (sul principio del 5° sec.); la seconda, più violenta, e assai posteriore (forse di quasi un secolo) alla prima, determinò la fine del pitagorismo crotoniate (un’altra tradizione unifica invece i due eventi, riportando anche il secondo all’età del primo).

L’insegnamento


Quasi certamente Pitagora non scrisse nulla e devono considerarsi spuri i Tre libri e i Versi aurei attribuitigli; secondo Giamblico (Vita di Pitagora, 199) fu infatti Filolao il primo tra i pitagorici a rendere pubblici i suoi scritti. La tradizione più antica relativa a Pitagora è costituita da pochi frammenti di Alcmeone, di Filolao e di Archita; tra le altre testimonianze, vanno ricordate quelle di Platone e di Aristotele, ma se il primo nomina Pitagora una sola volta (Repubblica, 600 b, dove Pitagora è indicato come il fondatore di un modello di vita, detto appunto pitagorico) e sembra implicitamente alludervi in un passaggio del Filebo (16 c), il secondo, parlando dei «cosiddetti Pitagorici» (οἱ καλούμενοι Πυϑαγόρειοι), mostra con questa formula quanto egli ritenga incerta e generica tale designazione.

Limitandosi a quegli aspetti del più antico insegnamento pitagorico, che nella loro generalità si possono considerare sottratti alle controversie che investono gli sviluppi più tardi, è anzitutto evidente che il dettato pitagorico è anzitutto etico-religioso. I membri della comunità sono soggetti a norme rigorose: devono osservare il sacro silenzio e riconoscere l’autorità dogmatica della tradizione risalente a Pitagora (l’ipse dixit, αὐτὸς ἔφα, è anzitutto una formula pitagorica), inoltre devono obbedire a regole pratiche.

Il pitagorismo, infatti, è decisamente segnato dalla concezione dell’aldilà e dalla dottrina (propriamente pitagorica, più ancora che orfica) della metempsicosi, secondo cui le anime vivono varie esistenze corporee, trasferendosi in organismi umani o animali a seconda del maggiore o minore affrancamento dalle passioni corporee manifestato nell’esistenza precedente. Con tale idea è connesso il divieto di cibarsi di alcuni alimenti, in partic. di carne, per quanto a questo proposito la tradizione offra notizie molto divergenti.

Ma non c’è dubbio che, oltre ai motivi etico-religiosi, siano impliciti già nel più antico pitagorismo interessi scientifici, in primo luogo per le ricerche matematiche e musicali. Diverse testimonianze, tra cui quella di Proclo, attestano come Pitagora sia stato lo ‘scopritore’ del teorema che porta il suo nome e che in realtà era già noto agli antichi babilonesi; se è possibile che egli avesse elaborato una forma di filosofia nella quale i concetti di numero, armonia, uno e limite rappresentavano i fondamenti di una visione unitaria della realtà, non dimostrata appare invece la fondazione teorica della matematica come scienza autonoma e tanto meno la dimostrazione di teoremi particolari.

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