Introduzione

Dopo aver studiato filosofia a Lipsia, matematica a Jena e diritto a Altdorf, entrato in rapporto con i Rosacroce conobbe Johann Christian barone di Boineburg: gli incarichi che ebbe da questo gli permisero di entrare in contatto, a Parigi, con le più spiccate personalità della scienza e della filosofia del tempo. Morto Boineburg, passò (1673) a Londra, dove conobbe vari scienziati, tra cui Newton. Dal 1676 fu consigliere e bibliotecario del duca di Hannover. Il nuovo ufficio, che avrebbe ricoperto sino alla morte, gli consentiva di attendere a studi storici (tra cui una storia della casata di Brunswick) e a questioni giuridiche, politiche e religiose (tra cui quella della progettata riconciliazione tra la Chiesa cattolica e le Chiese riformate, che lo portò a entrare in trattative con Bossuet).

Il sogno di una scienza e di una ‘Res publica’ universali


Seguì il periodo della maggiore produzione scientifica e filosofica; tra i suoi scritti vanno ricordati: Meditationes de cognitione, veritate et ideis (1684); Discours de métaphysique (1685; trad. it. Discorso di metafisica); Sur la question, si l’essence du corps consiste dans l’étendu (1691); Système nouveau de la nature et de la communication des substances (1695; seguito da vari Éclaircissements tra il 1696 e il 1712); Considérations sur la doctrine d’un esprit universel (1702); Nouveaux essais sur l’entendement humain (1704; trad. it. Nuovi saggi sull’intelletto umano); Essais de théodicée (1710; trad. it. Saggi di teodicea); Monadologie (1714; trad. it. La monadologia); Principes de la nature et de la grâce (1714; trad. it. Principi della natura e della grazia fondati sulla ragione); grandissima importanza scientifica ha inoltre l’epistolario.

Nel tempo stesso in cui componeva queste opere e portava importanti contributi alla soluzione di problemi scientifici e matematici, Leibniz attendeva a vasti lavori di erudizione storica (fra essi, Codex iuris gentium diplomaticus, 1693; Scriptores rerum Brunsvicensium illustrationi inservientes, 1707-11) e partecipava alla vita politica, difendendo gli interessi della casa di Brunswick, e, attraverso consigli dati anche a Pietro il Grande e a Carlo VI, quelli più vasti della vita culturale e civile in genere: fondò a Vienna un Collegium Historicum e a Berlino convinse Federico I a fondare l’Accademia prussiana delle scienze (1700) della quale fu presidente a vita; confidò nell’appoggio dello zar Pietro il Grande sia per lo sviluppo delle scienze, progettando un’accademia a Pietroburgo (1711), sia per la riunificazione della Chiesa greca alla latina.

Negli ultimi anni della sua vita, morta Sofia Carlotta, sua protettrice (1705), intiepiditi i rapporti con l’elettore Giorgio Luigi di Hannover, passato sul trono d’Inghilterra (1714), Leibniz vide alquanto declinare la sua influenza.

Genesi e sviluppo del concetto di monade


Dei molti temi che si intrecciano nell’opera di Leibniz, assume particolare rilievo il concetto di sostanza individuale: lo svolgimento di questo tema, già presente nello scritto per il baccellierato De principio individui (1663; trad. it. Disputazione metafisica sul principio di individuazione) secondo suggestioni occamiste, si approfondisce sia attraverso la polemica contro l’identificazione cartesiana della sostanza materiale con l’estensione, sia contro l’atomismo (che era stato rimesso in voga da Gassendi e in genere da tutta la corrente empiristica). La posizione cartesiana è respinta perché incapace di spiegare adeguatamente sia il movimento che la resistenza; quella atomistica d’altra parte non esprime un reale principio individuale perché l’atomo, in quanto punto fisico, è sempre ulteriormente divisibile.

L. osserva che la res extensa di Cartesio non può costituire sostanza, poiché ciò che è esteso è divisibile e perciò composto, cioè composto di parti a loro volta estese e divisibili e composte, per ognuna delle quali si potrà ripetere all’infinito il ragionamento; e pertanto o non avrà mai un fondamento reale o deve risolversi in elementi inestesi, semplici: questi elementi, appunto perché inestesi, dovranno essere qualcosa di analogo alla res cogitans. Inoltre, le vere leggi del movimento per le quali non si conserva, come riteneva Cartesio, la quantità di movimento, ma la quantità di azione motrice (energia) e la quantità di progresso (proiezione della quantità di movimento), dimostrano che la nuda estensione non basta a costituire il corpo, ma vi si deve aggiungere la resistenza (vale a dire l’inerzia e l’impenetrabilità), e inoltre qualcosa di attivo, una forza primitiva, che dia al principio passivo il suo compimento e la perfezione (entelechia).

La materia perciò deve considerarsi non come vera sostanza, ma come phaenomenon bene fundatum, il cui fondamento reale è la monade (termine che compare nel 1696, ma che era già presente come concetto nel Discours de métaphysique), atomo immateriale, punto metafisico, centro di forza: questa poi, in una sostanza immateriale come la monade, non potrà essere di natura meccanica, ma deve concepirsi come un’attività di natura spirituale cioè come percezione e la sua causa come appetito.

L’Universo leibniziano


Risolta tutta la realtà in un organismo di monadi, la materia qual è ordinariamente concepita dagli scienziati e dall’uomo comune, non è per ciò annullata; essa ha, per così dire, due aspetti: uno fenomenico e uno metafisico. Secondo il primo essa non è per Leibniz né qualcosa di assolutamente continuo (Cartesio) né un aggregato di atomi (Galileo, Bacone, Gassendi), ma divisa in atto all’infinito e perciò elastica, in modo che vi si possa ancora concepire il movimento; secondo l’altro, invece, è un insieme di monadi. Che il primo punto di vista non sia assoluto, si dimostra osservando che la materia, in quanto estesa, non è vera sostanza (come sopra si è visto), e che perciò in quanto si presenta tale è qualcosa di fenomenico; che il movimento (a prescindere dalla forza) è solo un cambiamento di posto e perciò sempre relativo a un termine considerato in quiete; e che lo spazio e il tempo, che sono come la trama nella quale si connettono i fatti naturali, si riducono a ordine delle coesistenze o delle successioni e perciò sono soggettivi (contro Newton, che ammetteva l’obbiettività ed esteriore realtà dello spazio): la natura è dunque un fenomeno.

Rovesciata ogni ipotesi materialistica, l’Universo viene a configurarsi come un insieme di monadi indipendenti (esse non hanno «finestre» per comunicare tra loro ed esercitare influsso l’una sull’altra), mondi in sé conchiusi ciascuno dei quali rispecchia a suo modo Dio e l’Universo. La sostanza individuale, in quanto incarnazione di una nozione perfetta di Dio, contiene in sé, e sviluppandosi esplicita, la completa serie dei suoi accadimenti, l’intera sua storia insomma, così come nella nozione del soggetto è semplicemente contenuta tutta la serie dei suoi predicati. Ciascuna diversa dall’altra in forza del principio degli indiscernibili, per cui non possono darsi due monadi identiche (due monadi uguali verrebbero di fatto a essere una identica monade e non sarebbero perciò distinguibili), esse si dispongono nell’Universo secondo una legge di continuità che non tollera la sussistenza di parti vuote e dà luogo a una gerarchia cosmica che vede al livello più basso le semplici monadi o entelechie, e via via si eleva alle anime e agli esseri razionali o spiriti.

Si delinea così un mondo di essenze semplici e spirituali nel quale la materia e i corpi trovano difficile spiegazione. Leibniz offre in proposito varie soluzioni: ora facendo ricorso alla dottrina del vinculum substantiale (che è al centro del carteggio con B. Des Bosses), legame che dovrebbe assicurare all’aggregato corporeo un certo grado di unità, permettendo il passaggio al composto organico; ora introducendo il concetto di monade dominante, principio di organizzazione nel composto delle molteplici monadi che lo costituiscono; ora considerando la materia e il corpo come la zona oscura della monade, che non attinge la chiarezza della percezione.

Poste le monadi come mondi a sé stanti, microcosmi indipendenti, il problema dei loro rapporti e della corrispondenza fra le percezioni e le espressioni di ciascuna rispetto alle altre è risolto da Leibniz con la teoria dell’armonia prestabilita, artificio divino preventivo con il quale Dio forma le sostanze in modo così perfetto che esse si accordano necessariamente, seguendo unicamente le proprie leggi interne. Da questi principi segue che le sostanze immateriali «vedono tutte le cose in Dio» o, più precisamente, che «la nostra anima esprime Dio e l’Universo, tutte le essenze come tutte le esistenze» e quindi porta con sé tutte le forme o idee in virtù dell’azione di Dio su ogni monade.

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