Sulle dottrine che si qualificavano espressamente come ‘idealistiche’ all’inizio del nostro secolo gravava una pesante ipoteca: la fortuna che, nel corso dell’Ottocento, aveva avuto l’idealismo classico tedesco della linea Fichte-Schelling-Hegel; più esattamente, la fortuna che aveva avuto l’interpretazione hegeliana di tale vicenda, da cui tanta parte della filosofia, non solo dell’ultimo Schelling, ma anche del secondo Fichte restava esclusa. Dell’idealismo Hegel era, se non l’unico maestro, certo il punto di riferimento obbligato. Altre dottrine, di tutt’altro stampo, si erano professate idealiste nel corso dell’Ottocento, a cominciare da quella di Schopenhauer che, rimasta oscura al tempo del suo apparire, era divenuta una guida spirituale (più o meno correttamente interpretata) per tanta parte del pubblico europeo anche non specializzato nella seconda metà del secolo. ‘Idealista teologico’ si era qualificato anche R. H. Lotze (1817-1881) che, riconoscendo la necessità di un’impostazione essenzialmente meccanicistica per la scienza, aveva tuttavia combattuto la positivistica ‟deificazione della verità scientifica”, ancorando l’intero meccanismo del mondo a un principio originario non meccanico. E il Lotze influì a sua volta profondamente sull’idealismo del Novecento, soprattutto anglosassone, anche se la sua influenza rimase ristretta agli specialisti. Ma, nonostante queste e altre forme non hegeliane di idealismo, dirsi ‘idealista’ al principio del secolo significava, quasi dappertutto, riferirsi a Hegel, pur con ogni libertà d’interpretazione.
Oltre a ciò, il rinnovato idealismo novecentesco riceveva una determinazione particolare dal fatto di contrapporsi al positivismo: essere hegeliani significava, infatti, prendere posizione contro il positivismo che dominava in quel momento la scena filosofica. Questa intenzione rischiava di restringere il senso dell’idealismo professato a una funzione storica contingente, destinata a esaurirsi quando il termine di riferimento polemico avesse perso importanza. Di conseguenza, se ci limitassimo a esaminare l’idealismo nell’ambito della filosofia tecnica e, per di più, dall’interno della sua stessa problematica, otterremmo una visione sfocata del suo significato e un concetto mutilo della sua importanza. E saremmo portati a concludere che l’idealismo del nostro secolo ha un’importanza esclusivamente storica, di cui, nella filosofia militante d’oggi, non si sente quasi più la presenza.
La situazione appare diversa se, in primo luogo, delle dottrine idealistiche si cercano i motivi profondi, anche non dichiarati, che danno ad esse un senso che non coincide necessariamente con quello in cui erano intese all’interno del dibattito con i contemporanei; e se, in secondo luogo, non ci si limita a considerare la filosofia tecnica che si professa idealista, ma si va in cerca dell’idealismo in tutte le sue forme, anche all’infuori della filosofia: nella scienza, per esempio. Allora diviene possibile liberare l’idealismo novecentesco dal suo condizionamento storico e trovargli un significato che va al di là della funzione che ebbe nel clima culturale in cui operava: diviene possibile cercare, insomma, attraverso l’idealismo novecentesco, i tratti di una posizione di pensiero che ha una propria ragion d’essere in qualsiasi epoca e qualunque sia l’etichetta sotto cui si presenta. A tal fine, che la parabola dell’idealismo novecentesco oggi possa considerarsi conclusa rappresenta un vantaggio: il significato può essere visto, ormai, al di sopra della vicenda contingente a cui si lega.
L’esposizione si articolerà, quindi, in due parti: nella prima (v. capp. 2-10), si analizzerà la genesi e lo sviluppo delle filosofie che nel Novecento hanno assunto la qualifica di idealistiche, e se ne rintracceranno i motivi profondi, anche se non del tutto dichiarati; nella seconda (v. capp. 11-17) si cercheranno le ragioni costanti di una posizione idealistica non ristretta alla filosofia tecnica e a ciò che di essa si qualifica ufficialmente come idealismo, e si tenterà di riconoscere l’essenza dell’idealismo come tale.

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