Filosofia

Il termine i. ha una corrispondenza etimologica nel termine gr. ἄτομος (comp. di ἀ- privativo e tema di τέμνω «tagliare», quindi indivisibile) e con questo etimo è entrata nel linguaggio filosofico dell’antichità con Leucippo e, soprattutto, con il suo scolaro Democrito, che la usarono per indicare ciascuno dei componenti ultimi, indivisibili e inalterabili, del reale, dalla cui aggregazione e separazione dipendono rispettivamente la generazione e la distruzione. Aristotele notò che l’atomo democriteo, per quanto piccolo, è pur sempre ulteriormente divisibile in quanto realtà materiale, estesa, senza un interiore principio di unità. Il vero i. doveva piuttosto trarre il suo esser tale da un principio d’intelligibilità, la forma: già Platone aveva parlato di εἶδος ἄτομον in quanto l’idea, esprimendo la realtà vera oggetto di pensiero, è un tutto non ulteriormente divisibile; approfondendo questo concetto nella polemica contro gli atomisti, Aristotele affermò che l’individualità concreta è il sinolo, veramente i. non perché inesteso ma perché dotato di un principio intelligibile d’interiore unità che è la forma. Per Aristotele tutte le sostanze (sinoli) sono i.: di qui sorse la tradizionale concezione dell’individualità come carattere essenziale della sostanza, indipendente nella sua esistenza e non predicabile, bensì soggetto di predicati.

Nel linguaggio della scolastica si disse principium individuationis il principio determinante dell’individualità. Poiché nella concezione aristotelica l’individualità risultava dal confluire della materia e della forma, nella controversia circa il principio d’ si discusse se tale fosse la materia, in quanto determinatrice dell’universalità della forma, o la forma, in quanto determinatrice dell’indefinitezza della materia. La seconda tesi fu sostenuta da Giovanni Duns Scoto, la prima da Tommaso d’Aquino. Queste due tesi divennero le tipiche soluzioni date al problema dagli ordini domenicano e francescano, e dettero luogo a interminabili discussioni. Delle soluzioni moderne del problema meritano un particolare rilievo quella cartesiana, che pone l’individuazione nel pensiero (se penso, sono), e quella rosminiana, che la pone nel sentimento fondamentale.

Con significato più generale, individualismo è ogni dottrina che accentui l’autonomia e la differenziazione delle realtà singole, in contrasto con la loro inserzione in un quadro totalizzante. In senso più specifico, si dice individualismo ogni dottrina che rivendichi i diritti della singola persona contro la sua subordinazione a un sistema che lo trascenda. Questa rivendicazione ha informato soprattutto il pensiero politico e quello economico. Dottrine politiche ispirate all’individualismo sono quelle secondo le quali le leggi, lo Stato e la società debbono in ultima analisi servire al benessere degli i., traendo da ciò ogni giustificazione; l’individualismo così concepito è alla base di varie forme di contrattualismo e di liberalismo. Nelle teorie economiche l’individualismo ha avuto la sua manifestazione più importante nella dottrina del liberismo, che insiste sulla libertà del mercato, cioè sulla libera iniziativa economica dei singoli non soggetta a interferenze da parte dello Stato, come principale fattore di progresso. Oltre che in questi significati, il termine è stato frequentemente utilizzato anche per indicare l’affermazione dell’individualità egoistica o anarchica.

Pedagogia

Metodi d’individualizzazione sono quelli volti a promuovere lo svolgimento dell’attività scolastica adattandola all’individualità del singolo scolaro, cioè alla sua struttura psicologica, alle sue attitudini, alle sue vocazioni.

Psicologia

Nella psicologia di C.G. Jung, l’individuazione è il processo che conduce il soggetto alla maturità psichica, creando un suo nuovo rapporto con la psiche collettiva e conciliando in lui le opposizioni primordiali (maschio-femmina, cosciente-incosciente ecc.) prima solo antitetiche e non complementari. Il fallimento lungo tale processo sarebbe espresso dalle nevrosi.

A. Adler nel 1911 chiamò la sua dottrina, per distinguerla dalla psicanalisi di S. Freud. La parola intendeva sottolineare la considerazione dell’i. come unità inscindibile sia in sé sia nei rapporti con la società. Particolare rilievo assume in questa prospettiva il ruolo dei meccanismi compensatori, attivati nel soggetto sia da fattori ereditari (per es., inferiorità organiche) sia da pressioni ambientali. L’insieme di tali meccanismi determina quello che Adler chiama lo stile di vita dell’i. (concetto che sottolinea il finalismo, cosciente o incosciente, degli atti psichici, compresi i processi psiconevrotici). Nel corso dello sviluppo psichico normale la loro azione permette un processo di compensazione che porta al superamento dei sentimenti d’inferiorità originatisi in età infantile. Un esito negativo di questo processo ha invece come risultato lo stabilirsi di quel complesso di inferiorità che, soffocando le capacità di autorealizzazione dell’i. e inibendone le possibilità creative, costituisce un fattore primario nell’insorgere dei disturbi nevrotici. L’i. è così impossibilitato ad abbandonare la posizione egocentrica per passare allo stadio più maturo della cooperazione con gli altri (amore, lavoro, società) e in questo consiste essenzialmente la nevrosi. Sul piano terapeutico scopo precipuo è quindi quello di effettuare una correzione delle erronee impostazioni derivanti nell’i. da uno stile di vita inadeguato. L’indirizzo adleriano, che si configura, contrariamente alla psicanalisi freudiana, come direttivo-educativo, ha esercitato un certo influsso sulla pedagogia.

    —  Enciclopedia online – Treccani

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