Straniero: Credere di sapere qualcosa senza in effetti saperlo: è possibile che proprio di lì vengano tutti quanti gli errori che commettiamo nei nostri ragionamenti.
Teeteto: È vero.
Straniero: E credo pure che soltanto a questa specie di ignoranza vada attribuito il nome di “mancanza di istruzione”.
Teeteto: Senz’altro.
Straniero: E che dire adesso della parte della tecnica d’insegnamento che ci libera appunto dalla mancanza d’istruzione?
[…] Nell’ambito della tecnica d’insegnamento tramite i discorsi, vi è un percorso che pare più aspro, un altro più accessibile.
Teeteto: Che nome diamo all’uno e all’altro?
Straniero: L’uno risale agli antichi usi dei padri, che lo praticavano soprattutto con i figli, e molti lo praticano tuttora, quando a loro avviso si comportano male, ora rimproverandoli duramente, ora riprendendoli più benevolmente: questo insieme di usi lo si chiamerebbe del tutto correttamente “tecnica dell’ammonimento”.
Teeteto: È così.
Straniero: L’altro invece è proprio di coloro i quali sono giunti a ritenere, esaminati fra sé i pro e i contro, che ogni mancanza di istruzione è involontaria e che chi crede di essere sapiente non intende apprendere nulla di ciò in cui si giudica competente, per cui la specie di educazione che si serve della tecnica dell’ammonimento produce piccoli risultati con grande sforzo.
Teetetoo: E pensano bene.
Straniero: Costoro procedono quindi a eliminare questa opinione in un altro modo.
Teeteto: In quale?
Straniero: Interrogano su ciò su cui uno crede di dire qualcosa senza in realtà dire nulla, poi passano facilmente al vaglio le opinioni erranti di costoro e, appunto riconducendole all’unità attraverso il discorso, le pongono a confronto fra loro e, così facendo, dimostrano che esse sono in contraddizione nello stesso tempo, sugli stessi argomenti, sotto lo stesso rispetto e dallo stesso punto di vista. Rendendosi conto di ciò, quelli si rimproverano duramente, ma con gli altri diventano più trattabili e proprio in questo modo si liberano dalle opinioni grandiose e poco flessibili che hanno su se stessi, una liberazione che è fra tutte la più gradevole da ascoltare e la più solida per chi la sperimenta. Coloro i quali li purificano, caro mio, la pensano infatti come i medici dei corpi, che non credono che la somministrazione di cibo possa giovare al corpo prima che sia stato sottratto quanto in esso costituisce un ostacolo, e hanno la stessa idea riguardo all’anima, cioè che essa non tragga alcun beneficio dalla somministrazione di insegnamenti prima che uno, tramite la confutazione, induca il confutato a provare vergogna, così eliminando le opinioni che a quegli insegnamenti fanno ostacolo, lo faccia apparire purificato e lo spinga a giudicare di conoscere soltanto ciò che realmente conosce e niente più.
Teeteto: Questa è davvero la condizione migliore e più saggia.
Straniero: Per tutte queste ragioni, Teeteto, dobbiamo dire che la confutazione è senz’altro la più grande e appropriata forma di purificazione e concluderne che chi invece non ne subisse l’azione, si trattasse pure del Gran Re, risulterebbe impuro in ciò che vi è di più importante, e rimarrebbe ignorante e sgraziato proprio là dove, a chi intenda diventare davvero felice, converrebbe essere più puro e più bello.

– Platone, Sofista (229c-230e)
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