Nell’uso più corrente e consueto il termine nichilismo indica, da un lato, quella corrente di pensiero e di azione ateistica, materialistica, positivistica e rivoluzionaria che è stata cosi efficacemente descritta dai romanzi russi dell’Ottocento (da Turgenev a Dostoevskij, per non citare che i nomi più noti), e, dall’altro, il nucleo centrale del pensiero di Nietzsche come annuncio dell’inevitabile compiersi della “logica della decadenza” attraverso, appunto, l’avvento del nichilismo “nei prossimi due secoli”.

È noto, però, che il termine era entrato in circolazione già tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento nella filosofia tedesca, nel corso di polemiche sul criticismo kantiano e sull’idealismo (v. Verra e Vattimo, 1973). Più esattamente, di fronte all’affermarsi e diffondersi di costruzioni speculative idealistiche sempre più grandiose e sistematiche, il termine nichilismo era stato usato per accusare tali costruzioni, in quanto si affidavano ai puri processi dimostrativi della ragione, di tutto dissolvere in un pensiero vuoto, astratto e autosufficiente, annientando in tal modo la vera e concreta realtà con cui l’uomo aveva a che fare: una realtà oggetto non soltanto della conoscenza, ma anche dei sentimenti e delle passioni, e, rispetto a Dio, della fede.

Successivamente, dopo il 1830, il termine compare, ancora in Germania, nelle opere degli esponenti della Giovane Germania, ossia di quel gruppo di scrittori che si propone di imprimere alla letteratura un energico moto di rinnovamento in senso politico e sociale.

Frattanto, tra il 1830 e il 1840, il termine nichilismo comincia a circolare anche in Russia, nel corso di polemiche filosofico-letterarie, dapprima con un significato ancora prevalentemente negativo e spregiativo, addirittura per bollare la povertà culturale e intellettuale degli avversari, e, successivamente, in un senso più specifico per qualificare coloro che, all’opposto dei ‛mistici’, non credono a nulla e professano uno scetticismo portato all’estremo.

È invece nella seconda metà dell’Ottocento, con la grande stagione del romanzo russo, che prendono corpo quei caratteri che, per lungo tempo e, in parte, ancor oggi, si sono imposti come qualificanti la figura del ‛nichilista’ in vasti strati della cultura e della coscienza europea: rifiuto sdegnoso di qualsiasi autorità; fiducia entusiastica nella scienza e nei suoi metodi; cinismo e gusto del paradosso spinti sino alla sfrontatezza, specie nel conflitto generazionale tra ‛padri e figli’; scetticismo sulla possibilità di un qualsiasi mutamento graduale della situazione politica e predilezione per il gesto eroico, anche terroristico; negazione di qualsiasi valore ancorato a basi metafisiche e religiose (sia pure, come nei personaggi di Dostoevskij, attraverso un dibattito molto teso e doloroso); e, infine, svalutazione dell’arte, se intesa come semplice espressione di sentimenti estetici individuali, considerati sterili, antiquati e rinunciatari, e non come strumento per servire la ‛causa del popolo’.

Con Nietzsche, poi, il termine nichilismo assume una più complessa caratterizzazione storico-filosofica, giacché non indica più soltanto un atteggiamento etico, politico o religioso (o, se si preferisce, antireligioso), ma un principio complessivo di spiegazione e interpretazione dell’intero corso della nostra civiltà (anche se non solo della nostra), visto come inesorabile processo di una decadenza destinata a manifestarsi in modo sempre più clamoroso e totale. Un processo che ha le sue radici non soltanto nel mondo moderno, quando – con la caduta del sistema geocentrico – l’uomo si è sentito sbalestrato e sperduto in un universo infinito, ma addirittura nel mondo greco, quando con Socrate e Platone si è cominciato a contrapporre al mondo reale della vita, negandolo e squalificandolo, un mondo ‛vero’, quello dei ‛valori’. Non è questa la sede per soffermarsi sulle complesse articolazioni di tali tesi nietzschiane, all’interno delle quali anche il cristianesimo figura come fenomeno nichilistico di decadenza (in quanto contrappone il mondo trascendente ed eterno a quello sensibile e temporale), e non di rinnovamento rispetto alla cultura ellenistica; è tuttavia essenziale ricordarne almeno qualche punto decisivo per comprendere la presenza del nichilismo nel Novecento.

Anzitutto, la concezione nietzschiana del nichilismo si distingue nettamente da ogni forma di pessimismo, perché il pessimismo, secondo Nietzsche, implica ancora un atteggiamento giudicatorio rispetto alle cose, un commisurarle a presunti valori che in esse non troverebbero adeguata realizzazione: al contrario, Nietzsche critica i valori, dimostratisi ormai falsi, per dire di ‛sì’ alla vita con la dottrina dell’eterno ritorno e l’affermazione della ‛volontà di potenza’ come impegno a realizzare pienamente la vita in tutte le sue possibilità, quelle possibilità che la morale e la religione tradizionali hanno negato e mortificato. Più precisamente, Nietzsche distingue un nichilismo ‛passivo’ come fattore di decadenza, in quanto negazione moralistica della vita, da un nichilismo ‛attivo’, quale principio di forza, capacità di reazione, testimonianza del fatto che lo spirito avverte sì la decadenza, ma non l’accetta come ultimo e definitivo destino. In questo quadro si inserisce pure la tematica, tanto spesso fraintesa, del ‛superuomo’, nella quale non è affatto questione di un individuo eccezionale e superiore agli altri, bensì di un nuovo tipo di uomo (altrettanto quanto l’uomo può esserlo stato rispetto alla scimmia superandola mediante una ‛mutazione’); un uomo capace di nuovi valori di cui non solo non è possibile dare nessuna fondazione ontologica o religiosa, ma che neppure possono essere prescritti o definiti, dovendo invece venir via via scoperti attraverso una sorta di libero giuoco.

Di qui infine l’importanza del problema estetico nel nichilismo nietzschiano e nella sua diffusione, da un lato perché il nichilismo ha messo a nudo i caratteri effettivi della realtà, che può essere soltanto più ‛giustificata’ come ‛fenomeno estetico’, dopo che il ‛mondo vero’ si è rivelato una ‛favola’, ossia dopo che sono risultati falsi o, quanto meno, inconsistenti tutti i valori religiosi e metafisici in cui per secoli si era creduto di trovare il vero senso della realtà; e, dall’altro, perché tra i diversi tipi di uomo che si sono sinora realizzati, è precisamente l’artista ad avere i caratteri più vicini a quelli necessari per promuovere l’avvento di nuovi valori tali da dare al mondo un senso altrimenti mancante.
Già questi pochi cenni, necessariamente sommari, sulle origini e sugli sviluppi del nichilismo nell’Ottocento mostrano come il termine abbia assunto una gamma estremamente varia di significati tra loro diversi, che, tanto per schematizzare, vanno dall’accentuazione del momento etico-politico e dalla fiducia nella scienza e nel progresso, tipiche di tanto nichilismo russo, all’accentuazione invece del momento estetico-filosofico congiunta a una serrata critica del positivismo e dello storicismo, tipica del nichilismo nietzschiano. Già per questo appare dunque impossibile, o, quanto meno, illecito muovere da una qualsiasi definizione rigida e univoca del nichilismo per rintracciarne la presenza nella vita e nella cultura del nostro secolo, dove infatti sono stati recepiti i suoi esiti più diversi; ma tale difficoltà risulta, se possibile, ancora accresciuta dal fatto che il nichilismo come categoria storiografica, ossia come concetto usato per comprendere e spiegare intere epoche della civiltà, ha subito già con Nietzsche e poi, nel nostro secolo, soprattutto con Heidegger una straordinaria dilatazione del proprio ambito di riferimento cronologico, al punto da venir esteso all’intero sviluppo della civiltà greco-cristiana e, di conseguenza, portare a una diversa e più ampia valutazione della sua incidenza anche nel Novecento. […] Leggi il resto del capitolo


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