Introduzione

Il termine compare per la prima volta nel 18° sec., per designare la corrente antihobbesiana del giusnaturalismo moderno, ossia quei contrattualisti che ponevano all’origine della società non la natura egoista e ferina dell’uomo, ma la sua tendenza alla socialitas (da cui la definizione di «socialisti»). Questo significato rimarrà tuttavia di uso assai ristretto e il termine acquisirà il suo significato moderno, destinato a uno straordinario successo, soltanto negli anni Trenta dell’Ottocento, quando – a seguito dei problemi sociali sollevati in Inghilterra e in Francia dallo sviluppo industriale – verrà usato per designare le dottrine politiche (owenismo, sansimonismo, fourierismo) che propugnavano la costruzione di un sistema sociale alternativo a quello capitalistico, caratterizzato dalla scomparsa o dalla forte limitazione della proprietà privata, dalla cooperazione collettiva (in luogo della competizione individualistica), dall’eguaglianza sociale ed economica (e non soltanto giuridica e politica).

Da allora in avanti l’idea socialista verrà declinata in modi molto diversi, che possono essere classificati, con una qualche semplificazione, attraverso il riferimento a due temi di cruciale importanza: la natura del fine e la scelta dei mezzi per raggiungerlo. Quanto alla natura del fine, le questioni dirimenti sono l’atteggiamento verso la proprietà privata, il mercato e la democrazia liberale. Per la tradizione socialista che si rifà, in vario modo, alle teorie di Marx (e che sarà largamente maggioritaria sino alla prima metà del Novecento), la proprietà privata dovrà essere abolita e sostituita da un’integrale socializzazione dei mezzi di produzione, con la conseguente scomparsa del mercato e la radicale trasformazione dell’assetto istituzionale (lo Stato liberal-democratico, che è soltanto lo strumento del dominio borghese, verrà distrutto e sostituito da uno Stato proletario che, dopo una fase transitoria di ‘dittatura rivoluzionaria’, si estinguerà, lasciando il posto a una società di liberi produttori che si autogovernano).

Per la tradizione che si rifà alle teorie di Proudhon (il socialismo libertario o mutualistico, che rimarrà minoritario), la proprietà di tipo capitalistico va abolita, ma non bisogna procedere alla sua collettivizzazione, bensì alla sua diffusione tra i lavoratori, dando vita a una società di piccoli produttori organizzati in libere associazioni autogestite, ispirate ai principi della cooperazione e legate tra loro da rapporti di tipo federale (con conseguente abolizione dello Stato).

Infine, per la tradizione del socialismo democratico e riformista (il cui primo esponente fu Bernstein), la proprietà privata e il mercato non vanno aboliti, ma affiancati da una serie di interventi pubblici, più o meno estesi, il cui scopo è correggere gli eccessi e le storture del mercato e integrare i diritti civili e politici della democrazia liberale con una serie di diritti e servizi sociali (Stato sociale o Welfare State).

Quanto alla scelta dei mezzi, la grande alternativa è quella tra rivoluzione e riforme: la scelta rivoluzionaria, tipica delle forme di socialismo miranti a una radicale trasformazione dell’assetto sociale, si accompagna a una teoria del soggetto rivoluzionario, che per la tradizione marxista è la classe operaia (inquadrata nel partito di massa, per il marxismo ortodosso; guidata dal partito-avanguardia, per Lenin; incitata all’azione diretta e all’auto-organizzazione nei consigli, per R. Luxemburg; guidata dal sindacato rivoluzionario, per Sorel), mentre per la tradizione anarchica è costituita dagli strati più emarginati (contadini, studenti, intellettuali) delle società arretrate.

La scelta riformista, invece, implica una serie di cambiamenti graduali dell’assetto sociale: al suo interno occorre tuttavia distinguere nettamente tra il riformismo ‘tattico’ di ispirazione marxista (il cui scopo era quello di servirsi degli strumenti della democrazia ‘borghese’ sino a quando non fossero maturate le condizioni per la trasformazione rivoluzionaria) e il riformismo ‘strategico’ di ispirazione democratico-liberale (che fa del gradualismo una scelta di principio, accetta le istituzioni della società liberal-democratica e sviluppa nel loro quadro un’azione volta a tutelare e promuovere un certo grado di eguaglianza sociale).

Socialismo e comunismo


Tra i primi a usare il termine socialismo nel suo significato moderno vi furono i seguaci di Saint-Simon (P. Leroux, in un articolo apparso nel 1833 sulla Revue enciclopédique, ne tentò una prima definizione, contrapponendo il socialismo all’individualismo) e quelli di Owen (la cui rivista, The new moral world, assunse nel 1836 la dizione di «organ of socialism»). Lo stesso Owen, nel 1841, pubblicò un opuscolo intitolato Che cos’è il socialismo?, mentre il termine – insieme a quello di comunismo, ripreso dai seguaci di Cabet – si andava diffondendo anche in Germania grazie all’opera di L. von Stein (Socialismo e comunismo nella Francia d’oggi, 1842). Negli anni Quaranta tra socialismo e comunismo non vi erano nette differenze: essi indicavano varianti del medesimo movimento – in larga parte intellettuale – che denunciava la condizione dei lavoratori nella società capitalistica e proponeva il superamento di quest’ultima in direzione di una società egualitaria.

Una prima netta differenziazione si ha nel 1848, quando Marx ed Engels scelgono il termine comunista per titolare il Manifesto. Tale scelta nasce da una netta opzione classista e rivoluzionaria: nel 1847, spiegherà Engels nella prefazione all’edizione inglese del Manifesto del 1888, tutti coloro che si definivano socialisti (owenisti, sansimoniani, ecc.) erano «al di fuori del movimento operaio» e miravano a ottenere «l’appoggio delle classi ‘istruite’»; viceversa, si definivano comunisti quei gruppi della classe operaia che si erano convinti della «necessità di una trasformazione generale della società» e quindi dell’insufficienza di rivoluzioni soltanto politiche. La conclusione di Engels era che nel 1847 «il socialismo era un movimento borghese, il comunismo un movimento rivoluzionario».

Con la sconfitta dei movimenti rivoluzionari del ’48 la distinzione tra socialismo e comunismo perse rilevanza, come dimostra anche il fatto che i partiti ispirati alla dottrina di Marx, sorti nell’ultimo quarto dell’Ottocento, presero il nome di ‘socialdemocratici’, ‘socialisti’, ‘operai’ o ‘laburisti’.

In questa fase, che si protrae sino alla Prima guerra mondiale, per socialismo si intende sia la dottrina marxista nel suo complesso (il cosiddetto socialismo scientifico), sia – sulla scorta di quanto aveva scritto lo stesso Marx nella Critica al programma di Gotha (1875) – la prima fase della società che nascerà dalla rivoluzione proletaria (quella in cui a ciascuno verrà dato secondo il lavoro svolto), distinta dalla fase finale, detta comunista (in cui a ciascuno verrà dato secondo i suoi bisogni).

Sarà Lenin, leader della corrente bolscevica del partito socialdemocratico russo, a riattualizzare la contrapposizione tra comunismo e socialismo: il leader bolscevico restituirà infatti al suo partito, nel 1918, l’antica denominazione di comunista, ancora una volta per rimarcare la distanza che separava i ‘veri rivoluzionari’ da quelli ‘falsi’ (ossia dai partiti socialisti europei, che per Lenin si erano «imborghesiti»). Da allora in avanti socialismo e comunismo rappresentarono due culture politiche distinte e spesso in rapporti ostili, anche se tra i partiti socialisti di ispirazione marxista e i partiti comunisti rimarrà comune l’idea di un ordinamento sociale radicalmente alternativo (sotto il profilo economico e politico) a quello della democrazia liberale.

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