John Stuart Mill diceva che “in uno dei romanzi di Galt, Gli annali della parrocchia, […] il membro della Chiesa scozzese di cui il libro costituisce un’immaginaria autobiografia viene rappresentato nell’atto di ammonire i suoi parrocchiani a non abbandonare il Vangelo e a non diventare, in conseguenza di ciò, utilitaristi”. Di lì Mill prese il termine quando, nel 1822, fondò una piccola ‘Società utilitaristica’: “era la prima volta che qualcuno assumeva il titolo di utilitarista e il termine si fece strada […] a partire da questa umile origine”. La società si sciolse già nel 1826 e non arrivò mai a dieci persone. Ma il suo nome avrebbe avuto fortuna, perché “man mano che quelle opinioni provocavano un interesse crescente il termine fu ripetuto da estranei e oppositori e divenne di uso piuttosto comune proprio intorno all’epoca in cui quelli che l’avevano originariamente assunto lo abbandonarono, insieme ad altre caratteristiche di setta” (John Stuart Mill, Autobiography, 1873; tr. it.: Autobiografia, Roma-Bari 1976, pp. 63-64).
Le prime riunioni della Società si tennero nella casa di Jeremy Bentham, che era il vero ispiratore di Mill e dei giovani raccoltisi intorno a lui. Bentham aveva dedicato il suo primo scritto impegnativo, Commento ai Commentari: critica ai Commentari sulle leggi d’Inghilterra di William Blackstone, incominciato nel 1774, ma mai pubblicato, appunto alla critica dell’opera principale, pubblicata dal 1765 al 1769, di William Blackstone, alla cui scuola si era formato a Oxford tra il 1767 e il 1770. Blackstone aveva utilizzato la teoria tradizionale della legge di natura, immettendo le leggi positive, “municipali” come le chiamava, in un sistema di leggi (di natura, divine, delle nazioni) che le sovrastano, e nel quale intervengono soltanto a confermare obblighi e divieti o a introdurre obblighi e divieti nuovi in materie indifferenti, cioè non disciplinate dalle leggi superiori.
Per Bentham quelle leggi ‘superiori’ erano soltanto metafore, come lo era il contratto originario che, per Blackstone e la teoria tradizionale, aveva messo fine allo stato di natura e aveva istituito il potere del re, con i suoi limiti e contrappesi costituzionali. Attingendo a David Hume come a Joseph Priestley, alla letteratura anticonformistica come alla scuola scozzese e all’illuminismo continentale di Claude-Adrien Helvétius o di Cesare Beccaria, Bentham criticava l’interpretazione tradizionale della costituzione inglese, che mescolava teoria del contratto originario, fedeltà alle tradizioni giuridiche consacrate dalla common law e lealismo monarchico. In particolare riconosceva di aver imparato da Hume a considerare il contratto originario una “chimera” e una “finzione” dai “fondamenti sabbiosi”. Eliminate quelle finzioni, la legge municipale rimane la sola “cui gli uomini nel loro modo ordinario di parlare darebbero il nome di ‘legge’ “, la sola “che vediamo fatta in ogni nazione, per esprimere la volontà del corpo che in essa governa” (A fragment on government, 1776, Introduzione 3, in The collected works, a cura di J. H. Burns, Principles of legislation, London 1977, p. 422). Perché una legge è “un insieme di parole […] che siano segni di quella che potremmo dire una volizione e servano a esprimerla” (A comment on the Commentaries, ibid., p. 7).


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