Critica socialista al socialismo di Stato (capitalismo di Stato, socialismo burocratico)

Come abbiamo visto, il fatto di prendere le distanze dal comunismo sovietico (e la sua critica) ha contribuito in modo essenziale alla separazione del movimento operaio socialista dalla sua ala estremista, comunista. Una tale separazione, naturalmente, è stata sempre ignorata da coloro che avversano le riforme sociali e la rivoluzione in tutte le loro forme. I fascisti, quando parlavano di ‛bolscevismo’, intendevano riferirsi sempre anche ai socialisti e ai socialdemocratici, e i clerico-autoritari austriaci combattevano con la violenza delle armi sia gli uni che gli altri. Talvolta, socialisti e comunisti sono anche arrivati – soprattutto nei periodi di persecuzione – a concordare azioni comuni. Il ristagno della vita politica dovuto alla sistematica esclusione dei partiti comunisti, che in certi casi hanno saputo guadagnarsi sino a un terzo dell’elettorato, ha condotto in Francia a un’alleanza dei socialisti con i comunisti. Ma perché queste alleanze possano risultare davvero solide, i socialisti devono riuscire a impegnare il partner all’osservanza delle norme di una costituzione democratica, la quale preveda la protezione delle minoranze, il pluralismo dei partiti, l’indipendenza dell’amministrazione della giustizia e la libertà di stampa.

È in generale vero – almeno fintantoché il socialismo non sia semplicemente un richiamo da sfruttare per un’estrema linea di difesa contro una rivoluzione più radicale – che i socialisti criticano il comunismo non già perché vuol mutare l’assetto capitalistico della proprietà, ma perché, di fatto, esso ha condotto a porre l’intera popolazione (compresa la classe operaia) sotto la tutela di una casta privilegiata di burocrati, la quale presume, né più né meno, di realizzare la volontà di tutti quanti i lavoratori. Non si può in verità negare che questa critica socialista al comunismo è spesso tornata assai comoda ai conservatori, che potevano così stornare l’attenzione dai propri motivi di opposizione. Essi hanno sfruttato persino le critiche di un Kautsky o di una Rosa Luxemburg, traendone immediatamente pretesto per denunciare anche i socialisti democratici come illusi lontani dal mondo, dimentichi del fatto che il socialismo deve di necessità condurre a un burocraticismo di tipo sovietico. Accade così che sia i reazionari sia gli apologeti dell’Unione Sovietica concordino nella stessa tesi: tale è necessariamente il volto del socialismo! La critica dei socialisti al socialismo di Stato, perciò, ha sempre due aspetti: se da un lato combatte l’autoritarismo burocratico di una élite di partito, dall’altro vuol distinguere tra il socialismo e la sua caricatura.

In una forma un po’ diversa i socialisti democratici potrebbero ben riprendere le parole di K. Kraus, il quale, rispondendo polemicamente alla lettera di un’anonima dama della nobiltà ungherese, nel 1920 così si esprimeva: ‟Il comunismo in quanto realtà non è se non il contraltare della sua [cioè delle classi dominanti] ideologia che insulta la vita – facendo però grazia al comunismo di una più pura origine ideale. […] Il diavolo si porti la sua prassi, ma Iddio ce lo conservi come una costante minaccia sulla testa. di coloro che posseggono terre e che, con la consolazione che la proprietà non è il valore supremo, vorrebbero cacciare tutti gli altri verso il fronte della fame e dell’onore della patria. Iddio ce lo conservi, affinché questi gaglioffi, la cui insolenza già ora non sa più dove rivolgersi, non diventino ancora più insolenti; affinché la società degli aventi l’esclusiva del piacere, la quale ritiene che l’umanità a essa sottomessa riceva abbastanza amore quando si prende da loro la sifilide, vada almeno a letto con un incubo; affinché, almeno, le passi la voglia di fare la morale alle proprie vittime, e il buon umore per scherzarci sopra!” (v. Kraus, 1962, pp. 33-34).

Un tale grido d’indignazione morale, come anche il saluto rivolto da Kraus al comunismo in quanto costante minaccia sospesa sul capo degli oppressori e degli sfruttatori possono suonare troppo retorici, anche se in verità sentimenti analoghi agitavano probabilmente parecchi socialisti. In effetti, i successi che i partiti socialisti hanno potuto conseguire in Occidente in materia di riforme sociali e di miglioramento delle condizioni di vita della classe operaia possono in parte essere messi sul conto della paura che le classi dominanti hanno avuto del comunismo; o comunque è accaduto che, là dove la situazione economica generale lo permetteva senza mettere in pericolo la base della propria esistenza, la classe dominante si è mostrata condiscendente. Quando, invece, il margine per soluzioni di compromesso si era fatto troppo angusto (come negli anni 1932-1933 in Germania), la classe dominante ha naturalmente fatto ricorso senza scrupoli ai movimenti reazionari di massa e al terrore fisico (nonché alla liquidazione delle istituzioni democratico-liberali e dello Stato di diritto).

La critica socialista al capitalismo di Stato sovietico si distingue dalla critica liberale per il suo proposito di dimostrare che – se non prima, con la proibizione di una pluralità di piattaforme all’interno del partito unico – ciò che è andato perduto nell’Unione Sovietica non è soltanto la libertà degli individui, ma anche la garanzia del rispetto degli interessi dei lavoratori. Il partito monolitico guidato con mano di ferro da Lenin (partito che, di fatto, nel 1917 non era da lungo tempo così unitario come la teoria avrebbe richiesto), se poteva rendere buoni servigi nella lotta politica per il potere, una volta diventato la spina dorsale di una società e della sua amministrazione – e dopo la proibizione di tutti gli altri partiti operai e contadini – non poteva che degenerare necessariamente ad apparato burocratico-dittatoriale. Se, almeno agli inizi, il dualismo di apparato di partito e apparato statale garantiva al cittadino sovietico (e al lavoratore) un certo margine di libertà e una certa protezione dall’oppressione, con la totale fusione degli apparati anche questi margini dovevano purtroppo scomparire del tutto.

Il potere statale, che di necessità cresceva enormemente con la statizzazione dei più importanti mezzi di produzione, avrebbe richiesto, come contrappeso, un’intensificazione del controllo dal basso. Avvenne invece il contrario: la libertà di stampa, la libertà di associazione e di riunione furono di fatto abolite. Anche la Costituzione sovietica del 1936 riserva questi diritti esclusivamente alle organizzazioni controllate dal partito unico. Solo tali organizzazioni possono disporre di carta, locali, macchine tipografiche. L’opposizione e il dissenso sono costretti a ricorrere, per la diffusione di libri e riviste, a metodi di riproduzione proibiti (samizdat).

La giustificazione dell’operato dei comunisti viene ravvisata nella necessità di un’accelerata edificazione del socialismo e di una rapida industrializzazione del paese. In verità, un tale duplice compito non era stato quasi preso in considerazione da Marx e da Engels (e, prima del 1918, neppure da Lenin); ma, dopo la conquista del potere politico, la leadership sovietica non credette di potersi fermare a uno sviluppo semicapitalistico controllato. Prevalse dunque la ‛rivoluzione permanente’ (preconizzata da Trotzki), che oltrepassava senza indugio la fase dello Stato borghese democratico e dell’economia capitalistica (sia pure controllata e corretta in senso sociale). Ma, se ai primi passi in questa direzione aderirono spontaneamente anche gli operai delle grandi fabbriche, la continuazione di un tale programma a opera dell’apparato burocratico condusse – dopo la fine della NFP – a una ‛rivoluzione dall’alto’ (Stalin), che dalla Germania bismarckiana mutuava non soltanto il nome, ma anche le caratteristiche, emerse sempre più chiaramente dopo il 1934, di una gerarchia di livelli e di poteri dotata di tutti quei simboli tradizionali (uniformi, insegne di rango, onorificenze, ecc.) che il movimento operaio aveva un tempo così risolutamente criticato e combattuto. Nasceva così una società stratificata con rilevanti forme di privilegio, la quale, se in verità non può essere definita, in termini marxiani, come una società di classi, ben costituiva però una nuova gerarchia di caste. La mobilità verticale è limitata, se prescindiamo dall’ascesa folgorante di certi funzionari, ascesa resa possibile da Stalin attraverso la liquidazione quasi completa del gruppo dei vecchi comunisti e le periodiche purghe del partito.

La critica socialista a uno sviluppo siffatto si appunta anzitutto contro la forma autodistruttiva assunta dalla collettivizzazione dell’agricoltura (dalla quale, a causa della resistenza dei contadini, derivarono la carestia e il ristagno della produzione agricola): distorsione che fu di fatto agevolata dall’eliminazione di tutti i meccanismi che potevano consentire al regime un’efficace autocorrezione. Ma, oltre a ciò, la critica socialista vuol anche mostrare come lo smantellamento di tutti i meccanismi democratici di controllo, e la loro sostituzione con ‛procedure di acclamazione’ controllate dall’alto, fosse non soltanto illiberale ma anche antisocialista, e risultasse nocivo persino dal punto di vista della mera redditività dell’economia nel suo complesso. Il fatto che, più di sessant’anni dopo la Rivoluzione d’ottobre e più di trenta dopo la seconda guerra mondiale, l’Unione Sovietica rimanga fortemente indietro, in materia di produttività sia industriale che agricola, rispetto alla Germania Federale e agli Stati Uniti è un eloquente argomento contro la forma dell’ordinamento economico adottato. Una minore produttività del lavoro significa in pratica che nell’Unione Sovietica i contadini dei kolchoz e gli operai debbono lavorare di più (e più a lungo) dei loro colleghi americani e tedeschi per ottenere lo stesso prodotto. E difficilmente questi svantaggi potranno essere controbilanciati dai servizi sociali forniti dallo Stato (nel campo della sanità, dell’istruzione, dei trasporti, della cultura).

Ancor più pesante si è rivelato il fatto che gli eccidi in massa e i processi farsa dell’epoca staliniana (ufficialmente ammessi, dopo il 1956, anche nell’Unione Sovietica) hanno arrecato al socialismo un discredito vastissimo. Per quella via, Stalin diede indirettamente, e proprio negli anni della grande crisi economica mondiale, un contributo difficilmente valutabile alla stabilizzazione dell’ordinamento economico capitalistico. L’esistenza dell’‛Arcipelago Gulag’ ha, verosimilmente, dato alla stabilizzazione dello status quo un contributo maggiore di tutti gli sforzi riuniti dei partiti conservatori. R. Aron ha potuto, con argomenti persuasivi, paragonare questo gigantesco esercito di lavoratori coatti all’‛esercito industriale di riserva’ del capitalismo e alla miseria di massa all’epoca dell’accumulazione primitiva capitalistica. L’alternativa alla forma privato-capitalistica dell’industrializzazione, qual è offerta dall’Unione Sovietica, è apparsa scarsamente convincente ai bene informati operai dell’Europa occidentale. Soltanto la rottura con lo stalinismo (1956) e la – assai timida invero – liberalizzazione dei rapporti nei paesi del Patto di Varsavia (e del Comecon) hanno potuto in qualche misura mutare il loro atteggiamento.

Ora, se è vero che – almeno in parte – è possibile spiegare l’evoluzione dell’Unione Sovietica come inevitabile conseguenza delle specifiche condizioni di vita del nuovo Stato (sottosviluppo industriale, distruzioni dovute alla guerra civile, accerchiamento capitalistico), ciò che tuttavia non si può giustificare (né presentare come necessario) è la subordinazione del movimento mondiale del marxismo rivoluzionario (comunismo) ai modelli sviluppatisi nell’Unione Sovietica. È proprio a causa del pericolo di un tale adattamento e di una tale ‛imitazione’ che i seguaci di Rosa Luxemburg già nel 1919 criticarono lo stabilirsi del Comitato esecutivo del Komintern nell’Unione Sovietica. Accadde così – e non solo per quanto riguarda l’Unione Sovietica dell’epoca staliniana, ma per tutto il movimento mondiale – che caratteristiche russe, come la specifica situazione d’emergenza degli anni dell’edificazione e l’arretratezza, diventarono ‛virtù’ generali. A uno svolgimento siffatto portò un decisivo contributo la cristallizzazione dogmatica del materialismo dialettico e storico e la sua trasformazione in un’ideologia giustificazionistica amministrata dalla burocrazia di partito. Questo irrigidimento dogmatico ha poi sortito anche il risultato che le forme specifiche dell’edificazione sociale nella Cina Popolare furono dai marxisti sovietici fraintese e sottomesse a una gretta critica. Ancora e sempre i partiti dell’Europa occidentale debbono lottare contro il partito fratello dell’Unione Sovietica per il riconoscimento di una ‛via propria’, giacché la dogmatica (e astratta) identificazione delle esperienze sovietiche con la ‛dottrina generale’ storna lo sguardo dalla concretezza e varietà delle situazioni storiche. La dogmatica immobilità, che abbiamo appena caratterizzata, ha condotto i partiti comunisti a numerose sconfitte (per es. negli anni trenta in Cina, Spagna, ecc.).

Col 1968, come già nel 1956, un altro capo d’accusa è stato formulato contro l’Unione Sovietica e l’orientamento da essa rappresentato. Il 21 agosto di quell’anno l’Unione Sovietica e i suoi alleati (con l’eccezione della Romania) occuparono con un colpo di mano la Cecoslovacchia e, con l’uso della forza, costrinsero il partito che governava quel paese ad accettare l’occupazione illimitata – da parte delle truppe sovietiche – e la modificazione della sua politica interna. In quell’occasione, la critica si appuntò soprattutto contro la concessione della libertà di stampa e della libertà di costituire partiti (meno invece contro la riforma dell’economia, che non si distingueva granché dal modello ungherese). La giustificazione dell’intervento fu ravvisata, da parte sovietica, nella minaccia incombente di un Putsch reazionario o di un ingresso nel paese di truppe tedesco-occidentali, e nella mancata adozione, da parte del governo, di adeguate contromisure. L’imperativo della solidarietà socialista (comunista) avrebbe dunque obbligato gli Stati del Patto di Varsavia a intervenire. A siffatti argomenti tutti i critici occidentali (come anche quelli all’interno del campo socialista) contrapposero il principio, basato sul diritto internazionale, della non ingerenza nelle faccende interne di uno Stato sovrano.

Anche il partito e il governo della Cina Popolare aderirono a questo punto di vista (a differenza di quanto accadde in occasione dei fatti ungheresi del 1956, quando Mao Tse-tung approvò esplicitamente l’intervento).

Mentre i commentatori conservatori (e liberali) spiegarono l’intervento dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati come una logica conseguenza del comunismo, e – indirettamente – mostrarono un certo sollievo per la fine violenta dell’esperimento cecoslovacco di un comunismo dal ‛volto umano’, la critica dei socialisti era resa ancor più aspra dal fatto che in quell’occasione erano stati soffocati sul nascere promettenti accenni di una democratizzazione. Si prese a pretesto per l’intervento la minaccia di un Putsch reazionario proprio quando, per la prima volta dopo molti anni, si andava costituendo un’ampia solidarietà tra governo e popolo: per questa ragione non è assolutamente possibile paragonare quest’ingerenza con le armi con l’ingerenza a favore di un governo democratico minacciato dal fascismo.
Il caso della Cecoslovacchia può essere interpretato come un indizio della paura che la leadership sovietica (o polacca, o tedesco-orientale, ecc.) nutre nei confronti di un socialismo veramente democratico, il quale avrebbe una straordinaria forza d’irradiazione in tutti questi paesi. Ma, anche qualora sussista il pericolo (come parecchi socialisti privatamente ammettono) che un movimento mirante a un socialismo democratico oltrepassi il segno e conduca alla restaurazione del capitalismo, ciò costituirebbe un argomento eloquente contro il sistema esistente del socialismo burocratico di Stato (o capitalismo di Stato) piuttosto che contro il socialismo democratico. L’esistenza di un pericolo siffatto significherebbe che l’operato del regime sovietico (in più di sessant’anni) e quello delle repubbliche popolari (in più di trenta) non hanno ancora definitivamente conquistato al socialismo la maggioranza della popolazione: è un certificato di inettitudine che difficilmente potrebbe essere presentato in pubblico.

Da quanto abbiamo detto, si può dedurre come non sia possibile escludere la possibilità di una restaurazione del capitalismo nei paesi governati da un socialismo burocratico di Stato. Il socialismo democratico, al contrario, fornirebbe una garanzia abbastanza certa contro la ricaduta nel sistema capitalistico, in quanto l’economia pianificata sarebbe necessariamente posta al servizio dei bisogni concreti della popolazione, e la popolazione stessa potrebbe, non solo formalmente ma anche materialmente, partecipare con pienezza alle decisioni di interesse collettivo. Mai il pericolo di una restaurazione del capitalismo fu minore che nel momento in cui, alla testa della Repubblica cecoslovacca, si trovò un governo che era sostenuto dalla maggioranza della popolazione e che riconosceva il diritto a una critica aperta. I governi dei paesi organizzati burocraticamente possono certo, in base ai rapporti delle spie della polizia sugli umori della gente, farsi un quadro dell’opinione della popolazione, ma tale quadro può essere ingannevole. I governi democratici hanno invece a disposizione il termometro dei risultati elettorali, delle dimostrazioni, della critica aperta in discorsi, libri, riviste ecc. Per questa ragione essi non possono mai – per quanto l’opinione pubblica possa venir deformata – allontanarsi dai desideri della popolazione nella stessa misura dei governi dei paesi burocratici. L’identità democratica di governanti e governati non è attuata oggi in nessun luogo, ma gli Stati burocratici sono da essa più lontani che non gli Stati democratico-capitalistici (anche se forse meno lontani dei paesi capitalistici governati da un regime di polizia).

Socialismo e paesi in via di sviluppo

Sinora abbiamo parlato esclusivamente dei problemi dei paesi capitalistici industrialmente avanzati. Ma la maggiore miseria e le maggiori (o comunque più oppressive) disuguaglianze sociali sono oggi osservabili nei cosiddetti paesi in via di sviluppo. Si tratta di paesi e di territori che l’ampliamento del mercato mondiale capitalistico ha strappato al loro tradizionale ordinamento economico e sociale e ridotto alla condizione di aree periferiche del capitalismo mondiale. A rigore, il loro sottosviluppo è uno sviluppo più o meno fortemente deviato, uno sviluppo che è stato determinato esclusivamente dagli interessi delle imprese capitalistiche nelle metropoli (e dagli interessi statali delle potenze coloniali), e non dai bisogni stessi dei territori colonizzati.

Nella loro critica al sistema coloniale i socialisti europei possono rifarsi a una lunga tradizione. L’oppressione dei popoli coloniali fu già per tempo sottoposta a critica. Ci furono però – purtroppo – anche coloro che parlarono di una sorta di missione civilizzatrice dell’Europa, giustificando il colonialismo come una forma di europeizzazione e di ‛progresso’. In Germania si distinse in modo particolare, per il ricorso a siffatti argomenti, il socialdemocratico M. Schippel. Egli pensava che, anche se avevano bisogno delle materie prime dei paesi oltremare, gli operai tedeschi non si sarebbero fatti ricattare da barbari incivili, tanto più che non si facevano sfruttare ‛neppure’ (!) dai capitalisti di casa loro. Una volta che si avesse bisogno delle materie prime d’oltremare, era dunque meglio averne ‛il controllo diretto’. Si dovevano così custodire i possessi coloniali dello Stato capitalista, affinché lo Stato socialista potesse poi ereditarli.

Ma anche lasciando da parte questi eccessi nazionalistici, il rapporto del socialismo con il colonialismo non era privo di ombre. Lo stesso Marx mostra talvolta un atteggiamento ambivalente, quando ad esempio da un lato critica gli orrori del colonialismo inglese in India e in Cina (guerra dell’oppio), ma dall’altro saluta, come inizio del cammino verso l’industrializzazione e il socialismo, la dissoluzione del modo di produzione asiatico e il superamento del suo secolare ristagno in seguito alla penetrazione del capitalismo europeo. Il colonialismo (come anche il capitalismo in genere) è suo malgrado un veicolo del progresso, di un progresso che, anche quando costa alle masse sangue e miseria, non per questo cessa di essere tale. È vero che nella speranza di Marx, la rivoluzione proletario-socialista mondiale avrebbe, in un tempo relativamente breve, provocato la fine del colonialismo, ma questo aspetto del problema aveva per lui un interesse assai marginale. Per Marx, il centro dell’evoluzione della storia universale stava chiaramente in Europa e nel Nordamerica. Soltanto quando una rivoluzione socialista avesse vinto in queste aree industrializzate, si sarebbe potuto risolvere anche il problema dello sviluppo (rapido e senza intoppi) degli altri paesi del globo.

Le cose sono andate diversamente da come supponevano Marx ed Engels, Kautsky e Rosa Luxemburg. I centri industrializzati del mercato mondiale – con l’eccezione di alcuni Stati che hanno aderito in un secondo tempo al Comecon – sono ancora e sempre capitalisti, mentre nei paesi del Terzo Mondo, dopo la decolonizzazione politica, si è rafforzata la tendenza in direzione di movimenti socialisti. È vero che in molti Stati la decorativa etichetta di ‛socialismo’ serve ad abbellire un capitalismo burocratico (e nazionale) di Stato, ma comunque la diffusione della ‛parola’ denuncia l’influsso della cosa.

I problemi economici e i conflitti sociali, che occorre superare in questi paesi, sono notevolmente diversi da quelli che aveva in mente Marx e da quelli che stanno dinanzi ai paesi industrialmente avanzati. Anzitutto, manca in tutti una classe operaia idonea a svolgere il ruolo di soggetto della trasformazione socialista della società. In alcuni Stati latinoamericani la classe operaia, esigua e costituita in notevole misura da lavoratori qualificati dell’industria, rappresenta uno strato privilegiato piuttosto che un elemento rivoluzionario. La stragrande maggioranza della popolazione povera (sottoccupata, affamata) consiste di contadini e braccianti e delle loro numerose famiglie. La meccanizzazione dell’agricoltura con l’aiuto di macchinari importati libera una quantità sempre maggiore di manodopera e, con l’inasprirsi della concorrenza, manda a picco le piccole aziende, quando non accade che i contadini stabilitisi come affittuari vengano senz’altro cacciati dai proprietari. Le società cooperative di grandi dimensioni sono quasi sconosciute e la loro costituzione è ostacolata dai governi, controllati dalle oligarchie agrario-commerciali. Anche là dove – come in Messico – sono state attuate riforme agrarie (distribuzione della terra dei latifondisti), si verifica una nuova incessante concentrazione dei possessi fondiari, che ricaccia nella miseria le famiglie senza terra. In questa situazione, le città cresciute oltre misura funzionano come centro d’attrazione per la popolazione eccedente delle campagne, e sono circondate da una cintura di miserabili sobborghi. La popolazione di questi quartieri è in maggioranza così apatica che difficilmente può essere presa in considerazione come fattore attivo di un movimento rivoluzionario, sicché, per il momento, le riforme possono essere avviate soltanto dall’alto. E portatori di tali riforme (può trattarsi anche di riforme di struttura, come quelle promosse da Allende in Cile) possono essere, nelle condizioni date, soltanto élites di intellettuali (ivi compresi ecclesiastici di tendenze radicali), le quali si valgono dell’appoggio passivo delle masse povere e della loro possibilità di mobilitazione. Un marxismo recepito in modo dogmatico non può, in una situazione del genere, offrire alcuna guida all’azione. Movimenti come quello di P. Freire in Brasile, che negli abitanti degli slums cercano anzitutto di svegliare la coscienza della dignità umana e della loro situazione – e della possibilità di una sua trasformazione -, acquistano invece grande importanza. In particolari circostanze, anche i militari (capitani, cadetti di scuole militari) possono diventare il motore di un movimento politico, in quanto hanno ricevuto un’istruzione sufficiente e d’altra parte, per i loro continui contatti reciproci, possono facilmente associarsi in vista dell’attuazione di obiettivi politici.

In certi paesi accade anche che si formi un’alleanza di contadini, piccolo-borghesi, intellettuali e settori della borghesia nazionale, i quali tutti si sentono oppressi dallo strapotere delle imprese straniere. Ma in generale tali alleanze hanno vita assai breve. La maggior parte dei paesi in via di sviluppo scavalcano la fase capitalistico borghese. Nella misura in cui ancora predominano sistemi economici capitalistici (come nella maggioranza dei paesi del Terzo Mondo), essi dipendono in considerevole misura dagli Stati industrialmente avanzati e dalla loro economia; le borghesie locali sono di solito strettamente associate all’apparato statale (per lo più facilmente controllabile) dei vari paesi.

L’atteggiamento dei socialisti negli Stati industriali è (o dovrebbe essere) determinato da quel principio della ‛solidarietà internazionale’ che vale anche tra i movimenti operai di quegli stessi Stati. Ciò vuol dire che, nella misura in cui i socialisti possono esercitare un influsso sui loro governi, o hanno essi stessi responsabilità di governo, dovrebbero adoperarsi per: 1) mutare i terms of trade a favore dei paesi del Terzo Mondo produttori di materie prime; 2) indurre i governi dei paesi industrializzati a fornire, con aiuti tecnici, con la concessione di know how e con l’assistenza per lo sviluppo di un’infrastruttura e di una tecnologia realmente corrispondenti ai bisogni dei paesi in via di sviluppo, un contributo al risarcimento delle ingiustizie subite da questi paesi e dalle loro popolazioni.

Quello che abbiamo qui caratterizzato come un ‛dovere morale’ corrisponde però, sino a un certo punto, anche agli interessi – se intesi con lungimiranza – dei paesi industrializzati. L’abisso crescente – constatato anche da papa Paolo VI nell’enciclica Populorum progressio (26/3/1 967) – tra il tenore di vita della popolazione del Terzo Mondo e quello degli Stati industrializzati non è soltanto un problema morale dei ‛sazi’, ma anche un problema politico. Per questa ragione un partito realmente socialista in uno Stato industrializzato capitalistico non potrà esimersi dal prestare ai movimenti antimperialisti del Terzo Mondo la sua simpatia (anche se non un sostegno attivo). Delle socialdemocrazie europee al governo soltanto il partito svedese si è mosso con chiarezza (pur se con cautela) su questa strada. Dopo essersi lasciati dietro le spalle oscuri trascorsi nella guerra d’indocina, anche i socialisti francesi hanno dato espressione alla loro simpatia per questi movimenti.

Senonché, tanto è indiscutibile il dovere morale di una tale opzione, quanto è problematica la sua concretizzazione nei casi singoli. L’Internazionale socialista, alla quale appartengono sia il partito di governo d’Israele sia parecchi partiti del Terzo Mondo (che condannano Israele), non può neppure garantire la pace tra i suoi membri. E accade che anche Stati industrializzati socialisti (e comunisti) concludano accordi con Stati produttori di petrolio – che hanno represso nel sangue i propri partiti socialisti (e comunisti) – e si astengano da ogni polemica contro quei regimi autoritari. La dipendenza dei paesi industrializzati dalle importazioni di petrolio si dimostra più importante della solidarietà con i socialisti (o i comunisti) perseguitati.

Per quanto riguarda la ‛forma dello sviluppo’ dei paesi del Terzo Mondo verso l’industrializzazione, il ‛modello di sviluppo cinese’ è stato il primo a mostrare quanto possa essere sbagliato l’accoglimento immediato della tecnologia degli Stati industrializzati. Ad esempio, l’importazione di trattori provoca in Brasile un accrescimento, e non già una diminuzione, della miseria contadina. All’aumentata produttività per addetto all’agricoltura corrisponde un accresciuto dispendio tecnologico (e quindi di capitale). Ora, poiché le importazioni debbono essere pagate con le esportazioni (a prezzi in parte calanti) la cosa si risolve di fatto in una perdita: una perdita che si scarica, in primo luogo, direttamente sulla popolazione contadina. È perciò molto più ragionevole promuovere lo sviluppo di tecnologie produttive meno dispendiose e a più alta intensità occupazionale, le quali aumentino la produttività senza accrescere parallelamente il dispendio di capitale e quindi senza appesantire la bilancia commerciale. Tecnologie del genere, inoltre, possono almeno in parte essere sviluppate direttamente sul posto. La concessione di know how tecnico deve adattarsi ai bisogni immediati delle regioni e dei paesi interessati (e delle loro masse lavoratrici).

Questo non significa che si debba abbandonare l’edificazione di una propria industria pesante, si tratta piuttosto di trovare le proporzioni ‛ottimali’ dell’economia, come anche una forma di sviluppo che eviti quel tipo di controllo sociale mediante la miseria di massa che fu caratteristico dell’Europa. Ciò vuol dire che lo sviluppo deve cominciare dalla produzione agricola e dall’industria leggera, e che bisogna accontentarsi di tecnologie più semplici prima di poter compiere i primi passi verso l’industria pesante e verso l’industrializzazione dell’agricoltura. In un processo del genere, sussiste la possibilità che almeno alcuni dei paesi in via di sviluppo dedichino sin dall’inizio ai problemi ecologici un’attenzione maggiore di quanto non sia accaduto nei primi paesi industrializzati.

Mentre nelle società industrialmente avanzate i socialisti hanno in mente una transizione democratica e graduale al socialismo e ripudiano le forme di transizione violente, una via analoga non è certamente possibile in tutti i paesi in via di sviluppo. Sinora i partiti socialisti non hanno elaborato una posizione unitaria verso i movimenti di guerriglia e tutte le altre forme di resistenza armata contro il neocolonialismo e contro quei governi che di fatto rappresentano gli interessi dei trusts e delle grandi potenze capitalistiche. Il loro atteggiamento ha oscillato tra la decisa presa di posizione adottata dai socialdemocratici svedesi durante il conflitto vietnamita a favore del movimento di liberazione e la subordinazione della lotta antimperialista nel Terzo Mondo alle esigenze del conflitto Est-Ovest, come ha fatto la leadership centrista del Labour Party (ma non la sua sinistra). Un socialista che voglia giudicare in base alla concretezza storica dovrebbe guardarsi dal trasporre frettolosamente le condizioni a lui familiari a paesi strutturati in modo affatto diverso. Tanto poco appare oggi necessaria negli Stati industrializzati – in presenza della democrazia e dello Stato di diritto – la violenza rivoluzionaria, quanto invece può diventare indispensabile in un paese come il Cile odierno, sottoposto a una dittatura militare. D’altra parte, la condanna in blocco di ogni violenza si addice assai poco ai governi e agli ideologi borghesi, in quanto essi stessi non sono altro che i diretti o indiretti beneficiari, o gli eredi, di rivoluzioni violente. Gli studenti contestatori americani, che hanno nuovamente portato alla luce questa verità storica e che distribuivano volantini con la Dichiarazione d’indipendenza americana, furono tacciati e perseguitati dai conservatori come ‛comunisti’: a tanto può arrivare l’oblio (o la rimozione) della storia! (V. anche sottosviluppo e terzo mondo).