Necessità di argomenti morali a favore del socialismo

Da qualunque lato si cominci l’analisi, si arriva sempre alla conclusione che oggi la società democratica e socialista non rappresenta più, per la maggioranza della popolazione, l’unico e necessario strumento per la realizzazione dei suoi interessi materiali. Se può ancor oggi sussistere, anche obiettivamente, una convergenza tra interessi dei percettori di salari e stipendi e una futura società socialista, difficilmente sarà possibile realizzare la solidarietà dei lavoratori (al di là dei confini nazionali, ma anche all’interno delle singole nazioni) ricorrendo esclusivamente ad argomenti poggianti sull’interesse. Mentre al tempo di Marx e di Engels l’illustrazione degli interessi dei lavoratori bastava a convincerli della necessità del socialismo e dell’internazionalismo, oggi questo non è più pensabile. E se allora gli argomenti morali avevano un carattere utopico – quando non erano al servizio della perpetuazione del sistema sociale costituito -, oggi gli argomenti morali sono diventati pressoché indispensabili per la fondazione del socialismo. Per questa ragione anche il ruolo, all’interno del movimento operaio, dei cristiani impegnati nella rivoluzione sociale, è destinato in futuro a crescere. Per costoro, l’esigenza di una solidarietà fraterna non rappresenta semplicemente un modo di dare espressione a interessi oggettivi ma anche, al contempo, un imperativo cristiano.

D’altra parte se oggi, a poco a poco ma sempre più chiaramente, emerge il ruolo degli argomenti e dei moventi di ordine morale, ciò non significa necessariamente una rottura con la tradizione. Da lungo tempo, anche se inconsci e nascosti dall’ideologia materialistica del tempo, impulsi morali erano all’opera nel movimento operaio. Numerosi intellettuali di famiglie borghesi hanno aderito al movimento operaio per ragioni di questa specie, anche se ritenevano sconveniente riflettere sulle proprie motivazioni. Marx, Engels, O. Bauer, Lenin provenivano tutti dalla borghesia e avrebbero senz’alcun dubbio potuto costruirsi una carriera anche all’interno della propria classe. Essi optarono per il movimento operaio perché avvertivano la necessità di un mutamento sociale; e avvertivano tale necessità perché li muoveva a sdegno la miseria di massa nel capitalismo industriale. Questo, almeno, era il punto di partenza del loro impegno; in seguito, le loro riflessioni teoretiche non conservavano più alcun legame diretto con queste motivazioni. Marx condannava il socialismo moralistico non perché fosse morale, ma perché non produceva altro che una fraseologia sentimentale destinata, in quanto tale, a rimanere senza conseguenza alcuna.

La necessità obiettiva della transizione al socialismo è oggi ravvisabile – come abbiamo già accennato – nel fatto che la dinamica cieca dell’anarchica produzione capitalistica conduce negli Stati industrializzati alla distruzione della biosfera e nei paesi in via di sviluppo alla miseria di massa. Obiettivamente, è oggi interessato a questa transizione un numero d’uomini maggiore di quanto sia mai accaduto in passato, ma la motivazione soggettiva non è più suscitabile sollecitando in particolare una presa di coscienza degli interessi di classe del proletariato industriale. Per importante che sia tuttora la riflessione sul carattere di merce della propria forza-lavoro, maggior rilievo sembra avere la solidarietà, moralmente fondata, di tutti i lavoratori e la preoccupazione per le generazioni future.

Già nel periodo classico del capitalismo, per il singolo lavoratore che aderiva alle organizzazioni del movimento operaio le motivazioni morali erano importanti. Proprio i futuri capi provenienti dalla classe operaia avrebbero potuto altrettanto bene far carriera – individualmente – nel quadro dell’ordinamento sociale costituito anziché mettersi a lavorare in un’organizzazione destinata a rimanere per lungo tempo discriminata e sottopagata. Evidentemente, essi hanno anteposto alla propria ascesa isolata e personale la solidarietà con la classe e con la sua emancipazione futura. Naturalmente questo esempio è un po’ artificioso, e può anche darsi che la possibilità obiettiva di un’ascesa individuale mancasse del tutto; rimane in ogni caso il fatto che tali scelte erano reali. Oggi comunque, quando le differenziazioni all’interno della classe operaia e del ceto impiegatizio si sono fatte assai più articolate, e l’illusione di avere opportunità di carriera si nutre di possibilità effettive, è necessaria una motivazione morale molto più forte per aderire a un movimento operaio che promuova riforme radicali (o la rivoluzione). In paesi come gli Stati Uniti, l’interesse economico privato sembra essere così predominante – anche tra i sindacalisti – che difficilmente motivazioni del genere potranno avere importanza. Ma in paesi come l’Italia, nei quali la crescita dell’economia capitalistica presenta difficoltà strutturali, le condizioni sono certamente diverse. In questi paesi, affluiscono ai partiti rivoluzionari persino elementi di origine piccolo-borghese e piccolocontadina.

Negli Stati industrialmente avanzati e relativamente prosperi, come gli Stati Uniti e la Germania Federale, la mentalità centrata sull’interesse economico privato è invece penetrata così profondamente nello stesso movimento operaio che solo forti contromotivazioni morali possono ricacciarla indietro. Non è quindi un caso se un militante come E. Eppler, che trae la sua ispirazione dal cristianesimo evangelico, si colloca all’ala sinistra della socialdemocrazia tedesca.
Gli argomenti morali sono quelli che nel modo più diretto e lampante conducono dalla prospettiva egoistica dell’uomo privato (e del consumatore) verso la solidarietà con la società nel suo insieme (e in particolare con i suoi membri più svantaggiati: lavoratori stranieri, minorenni, malati di mente, pensionati, ecc.). Poiché questi settori della popolazione sono quelli che nello Stato assistenziale burocratico-capitalistico sopportano sempre i pesi maggiori, e d’altra parte è loro negata la possibilità di realizzare i propri interessi particolari, la soluzione può venire soltanto da uno spirito di solidarietà, che si ponga in consapevole conflitto con la dominante mentalità capitalistica, egoisticamente rivolta all’interesse privato.

Ma gli argomenti morali – come abbiamo visto – giocano un ruolo considerevole anche nel problema della politica dello sviluppo. In una Terra che diventa sempre più piccola, anche gli abitanti dei paesi più lontani sono diventati nostri vicini, in particolare se consideriamo che il loro benessere e il loro disagio sono determinati in misura non indifferente dal nostro sistema economico. Sono stati i paesi industrializzati a imporre loro uno sviluppo unilaterale, ed è perciò solo questione di giustizia aiutarli oggi a superare questa unilateralità e a edificare un ordinamento economico che risponda ai loro propri bisogni.

Quanto siano insufficienti, in questo campo, le considerazioni centrate unicamente sulla politica e sui sistemi sociali, si può forse dedurre dal modello dei rapporti esistenti tra gli Stati che si definiscono socialisti. Anche se in questi Stati si continua a parlare pubblicamente di aiuti reciproci disinteressati, ciò che di fatto prevale è sempre l’interesse nazionale dei singoli Stati, e specialmente quello del partner di volta in volta più forte. Di fronte ai desiderata cinesi gli esperti sovietici argomentarono nel modo seguente: ‟L’odierno tenore di vita della popolazione sovietica è il frutto dell’accumulazione primitiva socialista, che ai nostri popoli è costata molti sforzi, fatica e disagi. Perciò non vediamo assolutamente perché dovremmo sentirci obbligati – senza una contropartita adeguata – a innalzarvi al livello di sviluppo da noi raggiunto”. Ad argomenti analoghi potrebbero naturalmente ricorrere anche gli Stati capitalistici. Pure la Russia zarista, la cui eredità territoriale è stata raccolta quasi interamente dall’Unione Sovietica, era un paese capitalistico, e dallo sfruttamento coloniale dei suoi territori asiatici (e della Cina) traeva sovraprofitti considerevoli. Sebbene questa situazione vantaggiosa sia andata in parte perduta con la guerra mondiale e la guerra civile, storicamente incontriamo qui una ‛colpa’ analoga a quella della Germania, che è stata anch’essa esclusa, dopo il 1918, dal novero delle potenze coloniali. Ora l’Unione Sovietica non ha affatto rinunciato ai suoi territori coloniali (che, nella valutazione di Lenin, costituivano ancora il secondo complesso di territori coloniali dopo quello britannico). La costruzione della federazione delle repubbliche sovietiche (con il diritto teorico alla separazione) è servita a metterle tutte saldamente sotto l’egemonia russa, senza che per questo si dovesse rinunciare al preteso internazionalismo e alla pretesa distruzione dell’impero zarista, prigione dei popoli.

Ma le motivazioni morali mi sembrano necessarie soprattutto perché – almeno negli Stati industrializzati – occupano la scena, in quanto soggetti attivi della formazione di movimenti socialisti promotori di riforme radicali, piuttosto elementi provenienti dall’intellettualità, dalla piccola borghesia e dalla manodopera qualificata che non elementi provenienti da quei gruppi marginali che oggi sopportano i pesi maggiori del sistema economico. Nè le donne sottopagate nelle aziende nè i lavoratori stranieri nè gli invalidi o i sofferenti di disturbi psichici possono – senza aiuto e senza una guida – organizzare efficacemente la propria difesa contro il sistema economico. Essi possono essere bensi alleati, ma non soggetti del movimento politico. Qualcosa del genere potrebbe dirsi del Terzo Mondo nei suoi rapporti con le metropoli industrializzate.

L’analogia tra il rapporto Terzo Mondo-Stati industrializzati e quello classe operaia-capitalisti nelle prime fasi dello sviluppo capitalistico non regge a una verifica. Con l’eccezione di poche materie prime, che in effetti si trovano prevalentemente nel Terzo Mondo (petrolio greggio – almeno sinora – e qualche altra), non si può assolutamente parlare di una totale dipendenza delle nazioni industrializzate dalle esportazioni del Terzo Mondo. Un embargo sulle esportazioni, pertanto, non potrebbe avere le stesse conseguenze di uno sciopero generale della classe operaia. Paesi industrialmente avanzati e ricchi (come gli Stati Uniti, il Canada, la Nuova Zelanda, l’Australia, ma anche la Francia) possono per esempio esportare grandi quantità di generi alimentari e di foraggio. Oltre a ciò, alcuni di essi dispongono di petrolio greggio (Stati Uniti, Canada, Australia), oro, diamanti, cobalto, cotone, ecc. I più moderni metodi di estrazione consentono loro di diventare concorrenti temibili dei paesi in via di sviluppo. Per questa ragione non è possibile, in molti settori della produzione di materie prime, la costituzione di un fronte unitario. È vero che il superamento della dipendenza del Terzo Mondo dalle metropoli capitalistiche è in qualche modo facilitato dalla concorrenza che oppone queste ultime agli Stati comunisti ma, dinanzi alla supremazia tecnologica degli Stati Uniti, del Giappone e dell’Europa, ciò non è sufficiente.

La via più sicura sembra essere quella degli sforzi per superare la fase della ‛monocultura’, la quale ha come effetto la totale dipendenza dalle oscillazioni sul mercato mondiale dei prezzi di un solo prodotto (o di pochi), e lo sviluppo di una produzione che riesca a coprire il fabbisogno il più possibile con le forze interne. Su questa strada, gli aiuti economici disinteressati, cosi come li ho caratterizzati sopra, posso no arrecare un aiuto considerevole e accelerare lo sviluppo. Ora, la concessione di tali aiuti difficilmente potrà essere ottenuta unicamente dagli sforzi di questi paesi, mentre pressioni adeguate potranno rendere l’opinione pubblica consapevole della loro urgenza e daranno forza alla voce degli uomini politici delle metropoli che si battono per quest’obiettivo. Ma la motivazione di questi ultimi e dei loro seguaci potrà essere data soltanto dall’imperativo morale della solidarietà internazionale: dall’aspirazione cioè a una condizione di benessere internazionale che vada al di là della semplice assenza di guerra.

Socialismo e pace mondiale

Già Kant faceva risalire la guerra al conflitto di interessi particolari. In verità, egli aveva in mente unicamente i signori feudali e assolutisti, e credeva che con l’introduzione della democrazia in tutto il mondo si sarebbe potuta instaurare la ‛pace perpetua’. Va però detto che Kant riteneva estremamente lunga e per nulla certa una siffatta evoluzione verso la pace perpetua. La storia ha poi dimostrato come anche le democrazie siano perfettamente capaci di condurre guerre sanguinose: è infatti possibile, eccitandone i sentimenti, fornire motivazioni adeguate agli eserciti popolari e, d’altra parte, non sempre il popolo giudica in modo razionale e illuminato dei suoi interessi reali. Il nazionalismo ha reso possibile il collegamento tra democrazia e guerra, riuscendo con successo a mascherare gli interessi effettivi – di minoranze – che stanno dietro alle guerre offensive. Da ciò si è frettolosamente concluso che le democrazie sono di necessità bellicose e, dal fatto che le guerre degli eserciti nazionali moderni (dalla levée en masse di Napoleone) sono di solito notevolmente più sanguinose delle guerre dinastiche condotte dai principi assolutistici, si è tratto un ulteriore argomento contro la democrazia. In realtà, la pace è naufragata sullo scoglio non già della democrazia, ma di una democrazia imperfetta e disinformata. Se si fosse avuta un’effettiva informazione dell’opinione pubblica e una concreta discussione degli interessi della maggioranza della popolazione, difficilmente governi sottoposti al consenso popolare sarebbero stati in grado di scatenare guerre.

La critica socialista alla democrazia non mira alla sua abolizione, ma alla sua attuazione concreta. Essa si sforza cioè di demolire gli influssi diretti e indiretti che rappresentanti di interessi particolari (specialmente la lobby degli armamenti ed eventualmente delle alte sfere militari) esercitano sul governo e sul parlamento o, almeno, di assoggettare tali influssi a controllo. È legittimo chiedersi se ciò sia in genere possibile senza una socializzazione della produzione degli armamenti. Oltre a ciò, i socialisti (sin dal piano di Jean Jaurès per una armée nouvelle) hanno sempre propugnato la costituzione di una milizia popolare, cioè di un esercito che sia costituito dalla totalità dei cittadini abili alle armi e che, già per questa ragione, non tolleri di essere adoperato per scopi di repressione politica all’interno. D’altra parte, una milizia siffatta costituirebbe anche per gli Stati vicini una certa garanzia che non si intraprenderebbero guerre offensive. In tempi recentissimi, teorici che s’ispirano alle dottrine del Mahatma Gandhi e di altri difensori della civil disobedience o della passive resistance hanno ulteriormente elaborato l’idea di una milizia popolare socialista. Per garantirsi da un attacco di sorpresa dall’esterno basterebbe addestrare il popolo ai metodi della difesa civile; si otterrebbe per questa via il risultato di eliminare completamente la minaccia dei vicini e di svolgere così una notevole funzione protettiva, in quanto ogni potenziale aggressore sa in anticipo che dovrebbe fare i conti con una resistenza sotto forma di guerriglia partigiana.

Di importanza decisiva è il fatto che, con la liquidazione degli interessi particolari (di singoli settori dell’industria, come l’industria degli armamenti, ma anche, in certe circostanze, di settori interessati a certi territori oltremare o desiderosi di garantire i propri investimenti oltremare), i possibili motivi di una guerra offensiva vengono a cadere. Con l’estensione del socialismo nel mondo le guerre tra Stati scomparirebbero automaticamente. I conflitti d’interesse tra i popoli, infatti, si verificano solo finché è possibile che all’interno dei singoli Stati risultino preponderanti gli interessi di minoranze: già nel Manifesto comunista del 1848 si diceva: ‟Con l’antagonismo delle classi all’interno delle nazioni scompare la posizione di reciproca ostilità fra le nazioni” (v. Marx-Engels, 1848). È vero che anche questa prognosi sembra ormai essere stata confutata dalla storia, al pari di quella di Kant, che fu ripresa da W. Wilson nel 1917 e rinnovata da F. D. Roosevelt nel 1944. Neppure il socialismo ha portato la pace mondiale, e neppure la ‛patria del socialismo’, come l’Unione Sovietica orgogliosamente si chiamava, ha rinunciato alle guerre offensive: la guerra finno-sovietica ha rappresentato la prima deviazione dalla regola, e in seguito gli interventi in Ungheria (1956) e in Cecoslovacchia (1968), come anche i numerosi e sanguinosi incidenti di frontiera sull’Ussuri hanno mostrato – anche ammettendo che i vari casi richiedano analisi diverse – che l’Unione Sovietica è perfettamente capace di azioni militari aggressive.
Ma la realtà delle guerre condotte dagli Stati democratici può tanto poco confutare l’importanza della democrazia per garantire la pace, quanto scarsa è la forza probatoria degli esempi summenzionati. È vero che nell’Unione Sovietica non esistono interessi commerciali legati agli armamenti; esiste però un’oligarchia dominante, la quale s’identifica con l’influsso militare e politico dell’Unione Sovietica su scala mondiale, e sente inoltre se stessa – come da sempre ogni governo di una grande potenza – quale garante della pace mondiale. Ma un simile sentimento non può essere altro che una sincera autoillusione ideologica o una maschera cinica.

Se abbiamo poc’anzi criticato la democrazia bellicosa e nazionalistica per la sua ingiustizia sociale e per l’influsso che interessi particolari esercitano sulla formazione della volontà politica, dobbiamo ora rivolgere la nostra censura al socialismo burocratico per l’insufficiente democraticità delle sue fondamenta. Il socialismo potrebbe essere bensì la base e il garante di un ordinamento mondiale pacifico, ma soltanto se fosse strutturato democraticamente. Una società nella quale non vi fossero più conflitti di classe e interessi privilegiati di minoranze, e vi fosse invece un’efficiente democrazia con libere elezioni e libero accesso alle candidature, con libere discussioni di orientamenti e progetti politici diversi, con una libera stampa e un’informazione radiotelevisiva ampia e obiettiva: una società siffatta sarebbe certamente la custode della pace e dell’amicizia tra i popoli. A essa basterebbe – sino a quando continuassero a sussistere Stati potenzialmente aggressori – una milizia popolare dotata di armamenti sufficienti per infliggere a qualsiasi nemico, in caso di attacco di sorpresa, perdite tali da fargli ritenere saggio rinunciare all’intervento. E questa società non avrebbe bisogno di armi offensive (so bene che questa distinzione è diventata oggi tecnologicamente obsoleta, ma una milizia popolare farebbe comunque a meno di ogni specie di armi pesanti; prescindo qui dalla possibilità di una distruzione reciproca in seguito all’uso delle armi nucleari, le quali accrescono ulteriormente l’irrazionalità della corsa agli armamenti e si prestano eccellentemente a legittimare gli immensi sforzi compiuti per mantenere o – il più delle volte – per restaurare un ‛equilibrio’ che si presuma alterato): l’irradiazione, su scala mondiale, dell’influsso che eserciterebbe un simile paese (certamente contrassegnato da un grado altissimo di prosperità) costituirebbe il suo più efficace strumento politico.

Conclusione

Non sempre le prospettive ultime implicite in una politica socialista sono presenti a tutti gli uomini politici socialisti (e socialdemocratici), né tutti le hanno ben chiare in mente. È da esse soltanto, tuttavia, che le fatiche dei riformisti come le aspirazioni dei rivoluzionari possono trarre il proprio significato, che è quello di fare della Terra un luogo in cui i cittadini degli Stati – e gli Stati stessi – possano vivere in pace, in cui non ci sia né sfruttamento né dominio, e in cui, infine, ciascuno possa – con l’aiuto di tutti gli altri – sviluppare onnilateralmente le proprie disposizioni naturali e ricavar piacere dalle proprie occupazioni. L’immagine di questa società futura e degli uomini che in essa vivranno emancipati è come un mosaico composto di un’infinità di tessere. I socialisti non credono ch’essa possa essere tradotta in realtà ‛d’un colpo’ e le deformazioni degli Stati a socialismo burocratico li hanno confermati in questa convinzione.

Là dove urge la miseria, bisogna dapprima fare rotta verso mete meno auguste. Sempre – però – si dovrà aver cura di mantenere aperta la strada verso ulteriori riforme, di impedire la formazione di una nuova oligarchia (sia essa reclutata su basi economiche o su basi politiche e ideologiche) e, infine, di preservare la possibilità di ritornare sugli errori compiuti per correggerli. Contro la pretesa all’infallibilità, che caratterizza parecchie élites comuniste, bisogna sempre ricordare le profetiche parole che Marx scriveva nel 1852: ‟Le rivoluzioni borghesi, come quelle del secolo decimottavo, passano tempestosamente di successo in successo; i loro effetti drammatici si sorpassano l’un l’altro […]. Ma hanno vita effimera, presto raggiungono il punto culminante: e allora una lunga nausea si impadronisce della società, prima che essa possa rendersi freddamente ragione dei risultati del suo periodo di febbre e di tempesta. Le rivoluzioni proletarie, invece, quelle del secolo decimonono, criticano continuamente se stesse; interrompono a ogni istante il loro proprio corso; ritornano su ciò che sembrava già cosa compiuta per ricominciare daccapo; si fanno beffe in modo spietato e senza riguardi delle mezze misure, delle debolezze e delle miserie dei loro primi tentativi; sembra che abbattano il loro avversario solo perché questo attinga dalla terra nuove forze e si levi di nuovo più formidabile di fronte a esse; si ritraggono continuamente, spaventate dall’infinita immensità dei loro propri scopi, sino a che si crea la situazione in cui è reso impossibile ogni ritorno indietro e le circostanze stesse gridano Hic Rhodus, hic salta! Qui è la rosa, qui devi ballare!” (v. Marx, 1852; tr. it., pp. 491-492).

Il socialismo riformista può essere una strada verso quella difficile, lunga e complicata rivoluzione che Marx aveva in mente. Non è di certo, comunque, un vicolo cieco nel quale il processo di emancipazione sia condannato ad arrestarsi (v. anche comunismo e marxismo).