I bisogni nell'economia politica classica

Nel pensiero classico la riflessione sui bisogni è legata a doppio filo allo studio sistematico di quella nuova forma di organizzazione socioeconomica che prende corpo nell’Inghilterra del Settecento: il capitalismo industriale. Nel 1776 Adam Smith pubblica l’Indagine sulla natura e le cause della ricchezza delle nazioni, uno dei più significativi punti di riferimento della cultura occidentale. Obiettivo primario di Smith è spiegare come il perseguimento da parte degli individui dell’interesse personale, in un’economia in cui i soggetti interagiscono tra loro solo per mezzo di scambi volontari, dia origine a un’organizzazione della produzione e della distribuzione della ricchezza che è, a un tempo, efficiente e mutuamente benefica. In altri termini, si tratta di spiegare come un’economia di scambio riesca a garantire il soddisfacimento dei bisogni dei suoi componenti e in tal modo l’armonia sociale.

Per Smith ciò che consente un livello sempre più elevato di soddisfazione dei bisogni è il meccanismo dello scambio, che è alla base dell’economia di mercato. Lo scambio consente, in primo luogo, di confrontare e rendere compatibili i vari bisogni individuali: ognuno, scambiando i propri beni con quelli di un altro, può aumentare il proprio benessere e ampliare la gamma dei suoi bisogni. Dietro l’interesse privato del singolo agisce, sul mercato, una “mano invisibile” che unifica e concilia le differenti situazioni di bisogno. D’altro canto, lo scambio non è il risultato di una previdente invenzione, ma la conseguenza di un’inclinazione naturale, innata, dell’animo umano, che costituisce la base stessa della socialità.
Nella forma che esso assume nell’economia di mercato, lo scambio è comune a tutti gli uomini e a essi soltanto. Non si è mai visto un cane – dice Smith – scambiare un osso per un altro con un altro cane. Solo l’uomo dice all’altro uomo: “dà a me quello di cui ho bisogno e avrai ciò di cui hai bisogno”. Inoltre, solo l’uomo può volgere a proprio vantaggio l’interesse degli altri così come gli altri fanno con il suo. Resta celebre l’affermazione smithiana secondo cui ” non è dalla benevolenza del macellaio, del produttore di birra, del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal riguardo che essi prestano ai loro interessi” (v. Smith, 1776; tr. it., p. 17). Quanto a dire che non è dalla benevolenza degli altri uomini che ognuno ottiene ciò di cui ha bisogno, ma solo dalla considerazione che egli stesso ha del proprio interesse. I bisogni sono infatti vari e molteplici – ricorda Smith – e la vita troppo breve per guadagnarsi l’amicizia di tutti coloro da cui i nostri bisogni dipendono; è dunque solo attraverso lo scambio che possiamo soddisfarli.

L’altro momento dell’economia politica classica in cui il concetto di bisogno gioca un ruolo fondamentale è quello della definizione del livello salariale di sussistenza. Sono infatti i bisogni a definire il contenuto della sussistenza, cioè il paniere dei beni di consumo senza i quali la classe lavoratrice non può riprodursi nella quantità e nella qualità richieste dal processo di accumulazione capitalistico. Il livello del salario naturale dipende solo dalle condizioni di offerta del lavoro, vale a dire dal costo della sussistenza del lavoratore e della sua famiglia. Il principio della popolazione di Malthus garantisce che il prezzo d’uso del lavoro, cioè il salario, non potrebbe mai scostarsi, nel lungo periodo, dal costo della sussistenza. Il rigore di questa legge ferrea dei salari viene mitigato da David Ricardo allorché osserva che il livello di sussistenza è definito non in termini del mero costo di riproduzione del lavoro, ma del costo calcolato tenendo conto anche dei beni di consumo generalizzato, i cosiddetti beni ‘convenzionalmente necessari’, legati al grado di sviluppo raggiunto dal sistema.