Riducibilità dei bisogni e utilità

I tre principî costituiscono, seppure in nuce, una felice schematizzazione della psiche del soggetto economico. Essi sottolineano, perlomeno, tre fatti fondamentali: a) il processo di produzione dell’esistenza è un processo temporalmente ordinato. Non è indifferente per il soggetto soddisfare un bisogno o un altro; vi sono certe priorità nel soddisfacimento che debbono essere rispettate; b) i rendimenti in soddisfazione di un certo processo di consumo sono variabili e oltre un certo punto decrescenti; c) il processo di produzione dell’esistenza non implica soltanto delle priorità, ma comporta anche delle insostituibilità. Il mancato soddisfacimento di certi bisogni non può essere compensato dal soddisfacimento di altri: non è possibile, altro che in ristrettissimi limiti, attenuare i morsi della fame dormendo di più.

Eppure la scelta teorica dell’economia neoclassica, nei suoi sviluppi a partire dalla rivoluzione marginalista, è contraddistinta da un netto abbandono dell’impostazione precedente. Sostituendo ai tre principî dei bisogni la funzione di utilità, il pensiero neoclassico riesce a ignorare sia il principio della subordinazione sia quello della crescita dei bisogni, e a porre a fondamento del proprio edificio il solo principio dei bisogni saziabili, opportunamente qualificato come principio dell’utilità marginale decrescente: i rendimenti in soddisfazione di un certo processo di consumo sono non solo variabili, ma oltre un certo punto decrescenti.In questa nuova impostazione il soggetto possiede un unico bisogno fondamentale: il bisogno di utilità. All’origine dell’azione economica del soggetto vi è cioè un unico motore, la massimizzazione dell’utilità (poco importa se cardinale o ordinale) intesa come entità unica che sussumerebbe tutti i suoi bisogni. E poiché la funzione di utilità è posta come funzione diretta della quantità dei beni consumati, il risultato è che i beni sono tutti riducibili a un’unica sostanza, a una comune base che è appunto la loro capacità di produrre utilità. La struttura dei bisogni viene così appiattita su un unico bisogno, quello di utilità, col risultato, certo non secondario, che la pluralità di significati e le differenziazioni qualitative degli oggetti concreti di consumo vengono dissolte in una unidimensionale diversificazione di grado. Perché se tutti i beni servono, in definitiva, a generare utilità, il criterio per distinguere tra essi non può che essere quello della loro maggiore o minore capacità di produrre utilità. Come scrive con forza Nicholas Georgescu-Roegen (v., 1971, p. 52), nell’economia neoclassica “lo spettro dialettico dei bisogni umani (forse l’elemento più importante del processo economico) viene ridotto e nascosto nel concetto numerico e senza colore di utilità, per il quale, oltre tutto, nessuno è ancora riuscito a fornire un’effettiva procedura di misurazione”.

Quali le ragioni di una siffatta operazione di riduzione? Se si considera che il problema della crescita dei bisogni è inscindibile da quello del rapporto tra struttura sociale, sue trasformazioni e valori ispiratori che ordinano i bisogni degli individui nella società – perché, se l’appagamento dei bisogni tende a elevare il livello di aspirazione, ogni nuova fase di sviluppo porta a una ristrutturazione dei bisogni – la scelta teorica dell’economia neoclassica diviene intelligibile. Si tratta di rinunciare alla valenza esplicativa della teoria economica a favore dell’eleganza e determinatezza dei suoi risultati (v. Consumi). Un vuoto non più colmato si apre così fra le indagini empiriche sui consumi, che seguitano a rilevare relazioni del tipo contemplato dal primo e dal terzo principio dei bisogni, e la teoria economica ormai impermeabile a quei fenomeni. Riprendendo ancora Georgescu-Roegen (v., 1967, p. 169): “Come effetto di questo modo di procedere, problemi molto importanti a cui non si poteva dare risposta che in termini dei principî ignorati [primo e terzo] furono gradualmente cacciati nella categoria delle questioni senza senso”.
È significativo che, da quando l’utilità è entrata come categoria fondamentale nel discorso economico, la teoria neoclassica abbia finito con l’escludere dal proprio campo di ricerca quei processi di formazione, diffusione e diversificazione dei bisogni che avrebbero potuto costituire la base solida di uno studio rigoroso e soddisfacente non solo della domanda dei beni di consumo ma anche dell’evoluzione nel tempo storico del sistema economico. Col risultato collaterale che l’analisi ha finito con l’ignorare o col delegare a una letteratura di tipo sociologico e antropologico lo studio di tutte le attività economiche che intervengono su quei processi. Pertanto la base che la teoria dell’utilità – anche nelle versioni più recenti – offre alle ricerche empiriche è praticamente inesistente, il che dà conto del fatto che non pochi ricercatori empirici tentino di fondare le loro ricerche esclusivamente sul buon senso e sulla percezione intuitiva dei nessi causali.