Bisogni di base e approccio delle capacità

In parziale ma significativa risposta alla situazione di disagio provocata dalla scelta riduzionista della teoria economica dominante, è andata prendendo corpo, in epoca recente, una nuova linea di riflessione centrata sulla nozione di bisogno di base (basic need: v. Streeten e altri, 1981). Non v’è dubbio che un’efficace sollecitazione a procedere in tal senso sia venuta dalla riapparizione di un approccio etico nel discorso economico. Il fatto che il problema dei bisogni rappresenti uno dei nodi centrali degli studi e dei progetti riguardanti lo sviluppo dei paesi del Terzo Mondo ha contribuito non poco al risveglio di interesse nei confronti di una tematica che – come abbiamo sopra ricordato – aveva occupato gli economisti all’epoca della prima rivoluzione industriale.

Scrive Paolo Sylos Labini (v., 1983, p. 106): “L’area delle persone che non riescono a soddisfare pienamente i bisogni essenziali – l’area della vera e propria miseria, ovvero della povertà assoluta – rappresenta una malattia che non è solo vergognosa dal punto di vista etico, ma ha effetti deleteri sull’intera società”.Non vi è, né forse mai vi sarà, una nozione unica dei bisogni di base, i cui indicatori sono molteplici: durata media della vita, mortalità infantile, percentuale di analfabeti, disponibilità pro capite di calorie e proteine, disponibilità di alloggi, e così via. C’è tuttavia convergenza di opinioni sul fatto che si tratti di un concetto normativo e derivato a un tempo. Normativo perché per riconoscere che certe necessità o mancanze di un individuo sono bisogni occorre ammettere, da un lato, che esse sono urgenti, e dall’altro che esse rappresentano un obbligo per la società.

Invero, il riconoscimento dei bisogni di particolari individui o gruppi costituisce per la società un impegno assai più forte che non il mero riconoscimento di voleri o preferenze: affermare che certi bisogni devono essere soddisfatti significa appellarsi a una qualche nozione di giustizia, mentre affermare che certi voleri o preferenze vanno soddisfatti significa, sotto il profilo della giustizia, fornire ragioni per cui questo debba avvenire – ad esempio, specificando il contributo che l’individuo deve offrire.D’altro canto i bisogni, a differenza delle preferenze, costituiscono una categoria derivata nel senso che affermare che qualcosa (ad esempio mangiare) è un bisogno per un soggetto presuppone che ci si riferisca a voleri o diritti che vengono riconosciuti a quel soggetto (ad esempio il diritto di non morire di fame). Una preferenza può essere un fine in sé; non così un bisogno. Dunque, a differenza delle preferenze, i bisogni sono normativamente primari, ma derivati (v. Fitzgerald, 1977).

Uno dei problemi centrali del dibattito contemporaneo sul tema dei bisogni di base è quello di identificare i bisogni meritevoli di speciale considerazione da un punto di vista pubblico. È interessante, al riguardo, la nozione di “interessi centrali” proposta da Thomas Scanlon (v., 1975): gli “interessi centrali” si distinguono dagli “interessi periferici” di un individuo o di un gruppo sulla base del criterio che i primi concernono, virtualmente, tutti. L’idea soggiacente a questa definizione è che gli individui sono portatori di un bisogno prioritario e fondamentale: quello di essere protetti dalle evenienze più socialmente inique. Qualsiasi teoria interessata ai bisogni, infatti, dà necessariamente rilievo all’idea intuitiva implicita nella nozione di bisogno, e cioè che il bisogno non costituisce una pretesa arbitraria. Le pretese valide sono quelle che, riguardando le condizioni generali dell’esistenza umana, risultano del tutto impersonali.

Un altro aspetto importante della problematica dei bisogni di base, che recentemente ha alimentato un vivace dibattito, è quello del nesso tra malnutrizione e livelli produttivi. La malnutrizione non produce solo disagio e sofferenza, ma anche una minore capacità di intraprendere attività fisiche o mentali. A bassi livelli nutrizionali si determina un legame molto forte tra assorbimento di cibo e capacità di lavoro. Eppure è ancora frequente il luogo comune secondo cui i trasferimenti di cibo ai più poveri rischierebbero di abbassare ulteriormente i saggi di crescita del prodotto nazionale a causa della loro influenza negativa su risparmio, investimento, incentivi e così via. Si continua così a ignorare il fatto che provvedimenti del genere tendono ad accrescere la produzione attraverso un aumento della capacità lavorativa. Ora, è ben vero che è difficile sapere in anticipo quale dei due (effetto positivo sulla capacità lavorativa ed effetto negativo sull’incentivo a lavorare) sarà l’effetto maggiore, ma – come ricorda Sylos Labini (v., 1983, p. 107) – “è anche certo che, se si lascia languire nella miseria una parte della popolazione, lo sviluppo produttivo non può non soffrirne”.

Rompendo con l’impostazione neoclassica tradizionale, una linea di ricerca recente cerca di riportare la categoria di bisogno al centro dell’analisi del comportamento dei soggetti economici, basandosi sulla nozione di capacità intesa come capacità dell’individuo di esercitare certe funzioni. Secondo Amartya Sen (v., 1985) conviene muovere dalla semplice osservazione che quasi ogni bisogno può essere soddisfatto, in linea di principio, da diverse forme generali di consumo (individuali, familiari, sociali) e, all’interno di ciascuna di esse, da beni differenti. Inoltre l’individuo riconosce i beni specifici che possono soddisfare i suoi bisogni solo tra quelli prodotti e già esistenti sul mercato. Ciò posto, Sen propone di partire dalla nozione di ‘capacità di soddisfare un bisogno’. La capability ha come oggetto diretto e immediato il bisogno; i beni servono quali strumenti, peraltro non univoci, per soddisfare i bisogni. La capacità nel senso di Sen è dunque un tratto distintivo di una persona in rapporto a un bene. E la capacità di esercitare una funzione riflette ciò che la persona può fare con i beni che ha a propria disposizione. “La persona che soffre per un parassita che le impedisce l’assimilazione di nutrimenti può morire di fame anche se consuma lo stesso ammontare di cibo di un’altra per la quale quell’ammontare è del tutto adeguato” (v. Sen, 1985, p. 9).

Proprio perché la capacità di esercitare una funzione appartiene alla categoria dei diritti, essa ha valore a prescindere dall’utilità che l’esercizio effettivo di quella funzione può eventualmente produrre. La teoria dominante, in quanto parte dal presupposto che la sola cosa che ha valore per il soggetto è l’utilità, non riesce a recepire nozioni quali quelle di ‘diritto a’ o ‘libertà di’. All’origine della povertà della struttura informativa della teoria tradizionale sta l’insistenza a giudicare degno di considerazione solo quello che può essere misurato col metro dell’utilità, come se il giudizio sull’importanza di qualcosa potesse essere ridotto alla misura dell’utilità associata a quel qualcosa, o come se la relazione ‘migliore di’ potesse essere trasformata, senza scarto, nella relazione ‘maggiore di’. Alan Gibbard è vicino a questa posizione quando osserva – disapprovando – che l’unità di misura della teoria economica neoclassica è la soddisfazione delle preferenze e non già la soddisfazione dei bisogni dell’individuo. E si chiede: “Perché mai dovremmo accettare che il benessere di una persona sia costituito dal grado al quale le sue preferenze sono soddisfatte anziché dal grado al quale essa si dichiara felice?” (v. Gibbard, 1986, p. 169).

Quali i vantaggi più significativi dell’approccio suggerito da Sen? In primo luogo esso consente di superare alcune grosse difficoltà implicite nel fatto che i beni oggetto della scelta del consumatore non sono da lui stesso proposti, ma da altri soggetti economici, ad esempio dai produttori. La più grave di tali difficoltà è che in contesti del genere le preferenze dei consumatori possono non esprimere i loro bisogni. Questo non costituisce un problema per la teoria tradizionale in quanto, partendo dalle preferenze assunte come un prius, questa teoria non ritiene di dover indagare sui rapporti intercorrenti fra preferenze e bisogni, ammettendo implicitamente che le une siano espressione perfetta degli altri. Eppure le preferenze hanno come referente i beni e non i bisogni, si esercitano cioè sui beni e non sui bisogni. Solamente se il soggetto dei bisogni fosse, al tempo stesso, anche colui che ‘definisce’ i beni atti a soddisfare quei bisogni non vi sarebbe alcuno scarto tra bisogni e preferenze. Ma chiaramente così non è in un’economia di mercato.

Un secondo importante terreno di feconda applicazione dell’approccio basato sulla nozione di capacità concerne la teoria del mutamento strutturale e in modo particolare la teoria dello sviluppo economico. L’impostazione tradizionale, mentre è adeguata a risolvere problemi di natura allocativa – problemi nei quali occorre, in buona sostanza, decidere non quali ma quanti beni produrre -, si trova del tutto impotente di fronte all’obiettivo di spiegare i processi di sviluppo economico. Come insegna la celebre legge di Engel questi processi sono infatti caratterizzati da mutamenti qualitativi del pattern dei consumi e dunque la comprensione della loro evoluzione non può che passare attraverso la comprensione dell’evoluzione della struttura dei bisogni.

    —  Enciclopedia delle Scienze Sociali (1991)  —    —  Stefano Zamagni