Le sue osservazioni dovevano rivoluzionare l'astronomia

La Luna apparve come coperta di montagne (Galilei riuscì persino a stimarne l’altezza), la Via Lattea si dissolveva in un ammasso di piccole stelle, nuove stelle comparvero come emerse dal nulla, e, cosa ancora più straordinaria, furono scoperti quattro satelliti che orbitavano intorno a Giove. Se Giove con i suoi satelliti ruotava intorno ad un corpo centrale non si poteva più obiettare che l’idea della Terra orbitante intorno al Sole con la sua Luna fosse assurda. Galilei redasse rapidamente il Sidereus Nuncius che dedicò a Cosimo II di Toscana. I satelliti di Giove furono detti, in suo onore, “medicei”.
Nel luglio del 1610 Galilei venne nominato Matematico e Filosofo del Granduca di Toscana. Nello stesso periodo osservò che Saturno aveva una forma allungata e ritenne che il fenomeno fosse dovuto a due satelliti, collaterali rispetto al pianeta. Sfortunatamente, i satelliti diminuirono di grandezza e alla fine del 1612 scomparvero del tutto. Evidentemente il cannocchiale di Galilei non era in grado di risolvere gli anelli di Saturno che sono comunque difficili da osservare quando si trovano nel piano equatoriale del pianeta. Nel 1611 Galilei scoprì che Venere ha fasi come quelle lunari “sì che necessariamente si volge intorno al Sole, come anco Mercurio e tutti li altri pianeti”.
Quando Galilei si recò a Roma nella primavera del 1611, il giovane principe F. Cesi lo accolse tra i membri dell’Accademia dei Lincei e il cardinale Bellarmino discusse con lui di astronomia. Nell’estate del 1611, Galilei sostenne una disputa con i filosofi peripatetici sulle cause dei corpi galleggianti. Egli riteneva, d’accordo con Archimede, che la causa del galleggiamento fosse dovuta alla densità relativa tra i corpi e il liquido in cui erano immersi, mentre i suoi oppositori aristotelici sostenevano, al contrario, che questa era data dalla forma dei corpi.
Nel maggio del 1612, Galilei pubblicò il Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua o che in essa si muovono. Il saggio fu venduto così rapidamente che ne fu preparata una seconda edizione prima della fine dell’anno. Nell’autunno del 1611 C. Scheiner, un gesuita che insegnava all’università di Ingolstadt, scrisse a Mark Welser ad Augusta informandolo di aver scoperto delle macchie sulla superficie del Sole. Galilei contestò l’interpretazione di Scheiner che queste macchie fossero dei piccoli satelliti orbitanti intorno al Sole. Nel 1612 il principe Cesi pubblicò l’interpretazione di Galilei (Istoria e dimostrazione intorno alle macchie solari e loro accidenti), che affermava di aver osservato le macchie solari prima di Scheiner. Ciò generò una contesa tra Galilei e i gesuiti per la priorità della scoperta.
Nel dicembre del 1613, a Pisa, durante un pranzo alla corte del granduca, assente Galilei, furono sollevate obiezioni di natura teologica contro il sistema copernicano. Castelli difese il punto di vista di Galilei quando Cristina di Lorena, madre di Cosimo II, gli chiese la sua opinione. Galilei scrisse allora una lunga lettera a Castelli, datata 21 dicembre 1613, nella quale difendeva il sistema eliocentrico. La quarta domenica di Avvento del 1614 un frate domenicano, T. Caccini, inveì contro il sistema copernicano dal pulpito di Santa Maria Novella. Un altro domenicano, N. Lorini, denunciò Galilei inviando all’Inquisizione a Roma una copia della lettera a Castelli. A questo punto Galilei ampliò la lettera (nota come Lettera a Cristina di Lorena, dic. 1615), che contiene il suo pronunciamento più approfondito sui rapporti tra scienza e Sacra Scrittura. Facendo suo il bon mot del cardinale C. Baronio, “l’intenzione dello Spirito Santo essere d’insegnarci come si vadia al cielo, e non come vadia il cielo”, Galilei sviluppò l’idea che Dio parla sia attraverso il “libro della Natura” sia attraverso il “libro della Scrittura”.
Nei primi mesi del 1615, P. A. Foscarini pubblicò una Lettera sopra l’opinione de’ Pittagorici e del Copernico della mobilità della terra e stabilità del sole e ne inviò copia al cardinale Bellarmino. Il cardinale rispose che in mancanza di prove certe sul moto della Terra, Foscarini e Galilei avrebbero dovuto contentarsi di parlare in forma ipotetica. Il cardinale aggiunse che nel caso in cui una prova del moto terrestre si rendesse disponibile allora bisognava reinterpretare la Sacra Scrittura con estrema cautela. Galilei, che ricevette una copia di tale lettera, era convinto di avere questa prova consistente in una sua ipotesi sull’origine delle maree, che in seguito divenne argomento della quarta giornata del Dialogo sopra i due massimi sistemi.
Galileo presentò la sua ipotesi a Roma all’inizio del 1616. Il risultato fu un esame minuzioso della teoria eliocentrica da parte del Santo Uffizio e la condanna delle due seguenti proposizioni: 1. “Sol est centrum mundi, et omnino immobilis motu locali”, e 2. “Terra non est centrum mundi nec immobilis, sed secundum se totam se movetur, etiam motu diurno”. La prima proposizione venne censurata in quanto “stultam et absurdam in philosophia, et formaliter haereticam”, e la seconda come “ad minus esse in Fide erroneam”.
Nello stesso anno la Congregazione dell’Indice a sua volta proibì il libro di Copernico “donec corrigatur” e condannò la Lettera di Foscarini. Il cardinale Bellarmino consegnò a Galilei un documento in cui si affermava che non gli era mai stata richiesta alcuna abiura o ritrattazione, ma che era stato semplicemente informato della decisione della Congregazione dell’Indice. Un memorandum non firmato, trovato negli atti, andava oltre affermando che a Galilei si doveva intimare non solo di rinunciare all’idea che la Terra si muove ma anche di non farne oggetto di discussione (“seu de ea tractare”). L’autenticità di questo documento è stata messa in dubbio, ma fatto sta che esso emerse in occasione del processo del 1633 e fu usato contro Galileo.

    —  Il “Discorso sulle Comete”, il “Saggiatore”, il “Dialogo” e il processo (1618-1633)

Indice