Evoluzionismo in filosofia

Sotto il profilo filosofico la teoria delineata da Darwin nell’Origine delle specie (1859) non può essere considerata una novità assoluta. La visione anticreazionistica e antifinalistica che la sottende era già stata sostenuta soprattutto dagli atomisti, ed è presente in molti passi del De rerum natura di Lucrezio (per es., IV 823 segg. e V 855 segg.). Peraltro Darwin ha sempre mantenuto una grande prudenza sui fondamenti filosofici della sua teoria, che non vennero mai esplicitamente enunciati, e ha sempre indicato non già in un testo filosofico, ma in quello di un economista, il Saggio sul principio della popolazione (1798) di Malthus, l’opera che gli suggerì l’idea che in certe circostanze le variazioni favorevoli tendessero a essere mantenute e le sfavorevoli a essere eliminate. Un altro testo importante nell’evoluzione del pensiero di Darwin fu, di nuovo, non un testo filosofico, ma l’opera sui Principi della geologia di Lyell (1830-33). Non si può escludere, tuttavia, data la presenza di Hume nei Taccuini, che anche le tesi atomistiche e antifinalistiche, presenti per es. nei Dialoghi sulla religione naturale, avessero fornito a Darwin ulteriori spunti di riflessione. In ogni caso, già all’indomani della pubblicazione gli aspetti filosofici dell’opera emersero in piena luce, sia a opera di sostenitori di Darwin, come Th. Huxley, che di oppositori, come il vescovo anglicano di Oxford Samuel Wilberforce.

Darwin e Spencer


In realtà la teoria evoluzionistica che affrontava esplicitamente questioni di rilevante importanza filosofica era quella di Spencer, che a partire dai Primi principi (1862) lavorò incessantemente alla fondazione di una teoria generale dell’evoluzione che investiva tutti i campi del sapere. Quelli di Darwin e di Spencer sono due percorsi paralleli, che spesso si toccano. Anche per Spencer fu decisiva la lettura dei Principi della geologia di Lyell, e Darwin riprese da Spencer l’espressione «sopravvivenza del più adatto». Tuttavia, nella concezione di Spencer l’evoluzione diventa sinonimo di ‘progresso’. Secondo Spencer, la vita manifesta una continua tendenza ad adattare le relazioni interne dell’organismo a quelle esterne dell’ambiente, allo scopo di raggiungere un equilibrio fra le due esigenze: la specie che raggiunge tale equilibrio è quella in grado di sopravvivere. L’equilibrio così raggiunto è tuttavia un equilibrio dinamico, sulla cui base si innestano nuove esigenze che determinano un progressivo accumulo di variazioni funzionali che sempre meglio rispondono alle richieste di entrambi i fattori. Anche l’attività conoscitiva procede in modo progressivo, essendo il risultato di un lento accumulo di funzioni mentali acquisite nel tempo e trasmesse per via ereditaria. Sul piano politico-sociale l’evoluzionismo di Spencer crea i nuovi presupposti teorici del liberalismo, perché fonda i principi della libertà individuale e dello ‘Stato minimo’ sulla opportunità di dare libero corso all’evoluzione del genere umano, che sulla base del principio della sopravvivenza del più forte produrrà strutture sociali sempre più perfette.

Darwin e Marx


Anche l’idea di progresso era estranea al pensiero di Darwin, e se ancora oggi si collega a essa il concetto di evoluzione ci si riferisce inconsapevolmente alla versione di Spencer (da cui non a caso prenderà le mosse il cosiddetto darwinismo sociale). Rispetto a quelle di Spencer le ambizioni di Darwin erano più limitate: egli non intendeva costruire nessuna teoria generale, non partecipò mai alle discussioni suscitate dalla sua opera, e quando ricevette in omaggio da Marx una copia del Capitale (ottobre 1873) fu più imbarazzato che contento. L’atteggiamento di Marx ed Engels nei confronti di Darwin, d’altra parte, non era meno sospettoso. All’uscita dell’Origine delle specie Marx sembrò manifestare un certo entusiasmo, scrivendo che il libro di Darwin gettava «le basi per una storia naturale delle nostre vedute», ma successivamente il suo atteggiamento apparve più tiepido. Il ruolo assunto da Malthus nel libro di Darwin, infatti, era per Marx una spina nel fianco, come risulta chiaramente da una lettera a Engels del 1862 («Darwin, che ho riletto, mi diverte quando dice di applicare la teoria malthusiana anche alle piante e agli animali, come se i limiti del signor Malthus fossero rintracciabili nel fatto che egli non applica la sua teoria a piante o animali, ma solo a esseri umani»). In realtà le due visioni di fondo, quella di Darwin e quella di Marx, sono inconciliabili. Quella di Marx rimane nella sostanza una visione finalistica della società e della storia, pesantemente condizionata da Hegel; quella di Darwin, invece, è una visione in cui il caso assumerà un ruolo sempre più decisivo, come confermeranno le scoperte della genetica, che individueranno nelle mutazioni puri e semplici errori di trasmissione del codice genetico.

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