Le origini intellettuali: il Sé sociale

Quando le scienze sociali, in particolare la sociologia e la psicologia sociale, hanno rivolto l’attenzione alla problematica dell’identità si sono ricollegate a quelle teorie che per prime avevano cercato di ricondurre fenomeni tipicamente individuali, come la concezione di sé e la mente, a processi di tipo sociale, contribuendo così ad avviare su basi scientifiche un approccio psicosociologico integrato. Sono stati due studiosi americani a elaborare, all’inizio del XX secolo, un approccio sociale a quella specifica capacità di autoriflessione che essi non chiamano identità, ma ‘Sé’. Si tratta di Charles Horton Cooley (v., 1902) e George Herbert Mead (v., 1934), entrambi vicini al pragmatismo filosofico e annoverati tra i predecessori di quel programma teorico e di ricerca denominato ‘interazionismo simbolico’.

Fin dal 1902 Cooley sembra aver già ben chiaro che una teoria sociale del Sé comporta un nuovo modo di guardare al rapporto tra l’individuale e il sociale, che non li consideri come ‘entità’ distinte, ma come due ‘facce’ dello stesso processo. Questa prospettiva intende evitare i rischi di due forme opposte di determinismo: il determinismo biologico, secondo cui l’individuo è spinto da forze disposizionali interne, e il determinismo culturale, secondo cui risulta plasmato da forze esterne. Cooley utilizza l’immagine del “looking-glass self” (“Sé specchio”) per richiamare l’attenzione sul fatto che l’individuo non può concepire un’idea di sé senza fare implicitamente riferimento ad altri. L’immagine del “Sé specchio” è suggestiva, ma in parte fuorviante anche rispetto agli stessi processi studiati da Cooley. Il modo in cui il soggetto forma la propria autorappresentazione non è da intendersi come un mero riflesso dell’opinione dei gruppi sociali con cui egli entra successivamente in contatto: vi concorrono infatti diversi meccanismi, come il modo in cui l’individuo immagina di apparire al gruppo, la percezione del giudizio sulla propria apparenza, la reazione in termini di rafforzamento o di indebolimento della stima di sé.

Cooley, tuttavia, non esplora a fondo i processi specifici attraverso cui il Sé si forma, né ricorre a descrizioni analitiche di quest’ultimo. La svolta decisiva in direzione di una teoria integralmente sociale del Sé si ha con Mead nello studio pubblicato postumo Mind, self and society. L’aspetto innovativo dell’approccio di Mead non va cercato solo nella definizione del Sé, la cui caratteristica distintiva rispetto all’organismo biologico consiste nella riflessività, ossia nella possibilità di “essere al contempo soggetto e oggetto” (v. Mead, 1934; tr. it., p. 154), ma risulta anche in altri due punti. Il primo consiste nella sua peculiare concezione della natura di tale capacità autoriflessiva, tradizionalmente definita come ‘coscienza’: essa non è più intesa come una sorta di sostanza spirituale o di ‘anima’, di cui l’essere umano sarebbe misteriosamente dotato a differenza degli animali inferiori, ma come un prodotto sociale ed evolutivo. Non si tratta solo di una critica all’idea metafisica dell’autocoscienza, ma anche di un superamento di quelle concezioni filosofiche idealistiche che, pur mettendo in risalto i condizionamenti sociali del Sé, continuano a considerarlo pre-esistente rispetto a questi. Per Mead, invece, il Sé è integralmente e costitutivamente sociale, nel senso che nelle molteplici relazioni sociali in cui l’individuo è coinvolto si costituisce interamente la sua capacità di autorappresentarsi come centro di elaborazione autonoma.

Il secondo aspetto innovativo riguarda l’individuazione del meccanismo specifico che rende possibile il costituirsi di questa capacità. Non è attraverso il ripiegamento soggettivo su se stessi che si ‘accede’ a una supposta interiorità, ma attraverso l’interazione mediata linguisticamente. È dunque in ‘modo indiretto’ che l’individuo può diventare oggetto a se stesso, partecipando alle esperienze dei propri simili, “assumendo gli atteggiamenti che nei suoi confronti tengono gli altri individui che con lui convivono all’interno di uno stesso ambiente sociale, o nell’ambito di uno stesso contesto di esperienza e comportamento” (v. Mead, 1934; tr. it., p. 156). Quando l’individuo è in grado di assumere il ruolo degli altri diventa anche capace di guardare a se stesso dal loro punto di vista, di iniziare così una conversazione ‘interiore’. L’importanza cruciale della comunicazione linguistica risiede nel fatto che essa veicola ‘simboli significativi’.
A differenza dei gesti o segni naturali, come il richiamo della chioccia o l’ululare del lupo, che evocano invariabilmente la stessa risposta sia in chi stimola sia in chi osserva, i simboli significativi implicano un elemento interpretativo: per rispondere a un simbolo bisogna aver imparato a evocare in se stessi il significato che esso assume per l’altro con cui si comunica. La concezione del Sé proposta da Mead, se per un verso segna una svolta rispetto al pensiero metafisico, alle filosofie del soggetto e alla psicologia introspezionista, in una direzione da Mead stesso definita “comportamentista”, per un altro verso si distingue dal comportamentismo classico elaborato da J.B. Watson e da B.F. Skinner proprio per l’importanza attribuita ai processi interni all’attore sociale nello svolgimento dell’interazione e nella costruzione attiva del mondo sociale.Sul piano teorico il suo distacco dal comportamentismo, ma anche da autori come Cooley, che avevano precedentemente focalizzato l’attenzione sul Sé, si evidenzia nello sforzo di dare una descrizione analitica di tali processi interni attraverso la scomposizione del Sé in due elementi principali: l”io’ e il ‘me’.

La concezione dell’attore di Mead si differenzia, inoltre, dall’approccio utilitarista all’azione sociale per il ruolo centrale attribuito alla ricostruzione dei processi di socializzazione e all’analisi della temporalità della coscienza. Per quanto riguarda la descrizione analitica del Sé, che risulterà molto importante ancorché spesso fraintesa dalla successiva analisi dell’identità, le due componenti sono da intendersi in primo luogo nel loro comune uso grammaticale, secondo cui il termine ‘io’ si riferisce al soggetto di un enunciato mentre il termine ‘me’ al complemento oggetto. Sarebbe tuttavia errato pensare al me come a ciò che appare all’io quando si autoesamina. Conformemente alla sua impostazione integralmente sociale del Sé, l’io – definito in maniera ambivalente a volte come coscienza, a volte come spontaneità istintuale – non è mai considerato come un dato immediato e interiore ma sempre come reazione al me, che rappresenta l’assunzione da parte dell’individuo degli atteggiamenti degli altri. È chiaro, da questo punto di vista, che l’io di Mead non ha nulla a che vedere con l’Ego freudiano. Questa distinzione, inoltre, ha un carattere solo concettuale perché, come precisa Mead, l’io e il me sono, nell’esperienza dell’individuo, strettamente interrelati, indicano le fasi di uno stesso processo in cui egli continuamente adatta in anticipo se stesso alla situazione e al contesto sociale di appartenenza (il me), reagendo tuttavia a essi in maniera critica o di adesione (in base all’io). Mead (v., 1934; tr. it., p. 188) definisce l’io una “figura storica” perché viene esperito solo nella memoria.

La possibilità che il Sé diventi un centro di autoregolazione del comportamento, in grado di integrare le diverse componenti, dipende però dall’introduzione di un ulteriore concetto: quello di “altro generalizzato”, che è definito da Mead come l’assunzione dell’atteggiamento dell’intera comunità. Se con il me l’individuo assume semplicemente l’atteggiamento che gli altri, entro situazioni specifiche, tengono nei suoi confronti, con l’altro generalizzato egli diventa capace di integrare i diversi me entro un Sé unitario. Con l’elaborazione di questo concetto fondamentale Mead sembra introdurre un’ulteriore dimensione: le aspettative normative più generalizzanti che solo la partecipazione a un gruppo sociale organizzato (non necessariamente la società nel suo insieme) può suscitare. Le componenti del Sé, che sono state descritte analiticamente, vengono illustrate da Mead anche sul piano genetico, come esito del processo di socializzazione, studiato soprattutto nella fase dell’infanzia e con particolare riferimento alla differenza tra il ‘gioco puro e semplice’ e il ‘gioco organizzato’.