Il territorio dell'identità

Aspetti storici

I percorsi che, dalla metà degli anni cinquanta, configurano la ‘mappa’ del concetto di identità nelle scienze sociali sono, come già si è detto, molteplici in quanto coinvolgono la psicanalisi neofreudiana, la psicologia sociale, l’antropologia, la sociologia, e il loro intreccio e reciproco rimando sono tali da renderne ardua una ricostruzione storica (v. Gleason, 1983). Esiste però una figura chiave nella storia del concetto di identità nelle scienze sociali, che detiene una sorta di primogenitura e ha contribuito in maniera fondamentale alla sua elaborazione e diffusione, anche se dalla fine degli anni sessanta ha perso molto della originaria influenza. Si tratta di Erik Erikson, psicanalista neofreudiano, che ha per primo richiamato l’attenzione sul concetto di identità dell’io (v. Erikson, 1950).

La notevole forza di attrazione nei confronti delle discipline sociologiche, antropologiche e psicosociologiche posseduta da questo concetto dipende dalla netta impostazione storica e sociale che Erikson gli ha conferito. Approfondendo un’idea solo abbozzata dalla teoria freudiana, Erikson mette in luce che lo sviluppo del senso soggettivo di continuità personale dipende in larga misura dalle possibilità dell’individuo di trovare riconoscimento in comunità e gruppi sociali più estesi.

La valutazione e l’identificazione da parte degli altri sono dunque alla base dell’autoriconoscimento e della capacità di integrare e ordinare gerarchicamente la molteplicità dei ruoli. Le novità che il concetto di identità introduce, rispetto alla prospettiva freudiana, sono numerose. Tre sono particolarmente importanti. La prima segnala l’insufficienza del concetto freudiano di identificazione, che in Freud si limita a designare i processi inconsci di assimilazione di oggetti e persone durante l’infanzia. L’identità “comincia dove termina l’utilità dell’identificazione e nasce dal ripudio selettivo e dalla reciproca assimilazione delle identificazioni infantili e del loro assorbimento in una nuova configurazione. Questa, a sua volta, dipende dal processo con il quale una società (spesso attraverso vari gruppi sociali) identifica il giovane individuo” (v. Erikson, 1968; tr. it., p. 188).

La seconda novità consiste nel considerare il processo di categorizzazione sociale sotto un duplice profilo: come definizione oggettiva, esterna e vincolante per l’individuo, e come autopercezione, soggettiva e modificabile nel corso dell’interazione sociale. La terza novità infine deriva direttamente dalle prime due e riguarda le situazioni e i fenomeni sociali che il concetto di identità contribuisce a chiarire. L’interesse della ricerca si estende a un più ampio arco del ciclo di vita dell’individuo, in particolare all’adolescenza, di cui si mettono in risalto le discontinuità rispetto alle identificazioni precedenti. Inoltre l’analisi di Erikson rileva la complementarità dello studio del ciclo di vita individuale e di quello della collocazione storica di ogni configurazione di identità. Troviamo un esempio dell’efficacia euristica di questa prospettiva nell’analisi che Erikson compie della gioventù nelle società occidentali contemporanee: essa viene intesa come una nuova fase della vita, contrassegnata da una ‘moratoria psicosociale’, un periodo ‘istituzionalizzato’ di esplorazione e sperimentazione personale di ruoli e stili di vita, privo di punti di riferimento precisi, e proprio per questo contrassegnato da sentimenti di incertezza, da forte ambivalenza e dai conseguenti rischi di confusione e di crisi di identità (v. Erikson, 1968).

Con queste premesse non è affatto sorprendente che il concetto di identità elaborato da Erikson in ambito clinico abbia costituito un canale importante attraverso cui esso è stato introdotto sul terreno sociologico e psicosociologico. Nell’ambito della Scuola di Chicago, all’interno della tradizione interazionista, il termine ‘identità’ è stato subito recepito e ricollegato, con alcune significative modificazioni e anche con una certa disinvoltura non priva di ambiguità teoriche, alla teoria sociale del Sé di Cooley e, soprattutto, di Mead. La categoria di identità nella versione di Erikson aveva il merito, vista dall’ottica della scuola interazionista, di offrire un’alternativa all’approccio deterministico e statico alla teoria del ruolo, che era prevalente nell’opera pionieristica dell’antropologo culturale Ralph Linton e, più in generale, nello strutturalfunzionalismo, dove si finiva per stabilire una tendenziale congruenza tra aspettative di ruolo e comportamenti effettivi di ruolo. D’altro canto la teoria del Sé sociale di Mead, che dava spazio agli aspetti interpretativi del processo di assunzione dei ruoli sociali, presentava una lacuna connessa alla sua peculiare impostazione comportamentista. In particolare, non riusciva a render conto di tutti quei casi, sempre più frequenti nelle società complesse, in cui un individuo si trova di fronte ad alternative e deve scegliere tra definizioni contrastanti del comportamento appropriato, né spiegava perché tra tutti i ruoli appresi nel corso della socializzazione l’attore sociale ne selezioni solo alcuni.

L’influenza implicita della prospettiva di Erikson sulla scuola interazionista in sociologia è già chiara in un importante articolo di Nelson Foote, in cui l’autore sostiene che per colmare questa lacuna della teoria del ruolo è necessario prestare maggiore attenzione agli aspetti motivazionali. Egli considera centrale a questo fine il concetto di identificazione che singolarmente usa al posto di quello di identità, ma con un intento critico nei confronti di Freud analogo a quello espresso da Erikson. Con il termine identificazione intende, infatti, “l’approvazione di e il coinvolgimento in una particolare identità o serie di identità” da parte dell’individuo (v. Foote, 1951, p. 17). Viene messo in risalto, come già in Erikson, il ruolo che il riconoscimento e la ratifica da parte di altri significativi assumono nello sviluppo della concezione di sé. Tuttavia il concetto di identificazione, in questa accezione, si distingue dalla prospettiva di Freud e da quella dello stesso Erikson per l’importanza attribuita al linguaggio. Interessato a elaborare una teoria sociologica della motivazione e a evitare il ricorso a spiegazioni in termini di ‘predisposizioni’ e tratti di personalità, Foote è portato ad accentuare, sulla scorta di alcuni contributi decisamente innovativi di K. Burke (v., 1945) e di C.W. Mills (v., 1940), il potere insito nel meccanismo sociale di “dare nomi”, di attribuire le persone a categorie.

L’accettazione del nome, ossia l’assegnazione a una determinata categoria da parte degli altri, trasforma la mera appartenenza a gruppi sociali e l’assunzione di ruolo in elementi della concezione di sé, che non è dunque intesa staticamente ma come un processo di costruzione e realizzazione.

Se l’influenza del concetto di identità coniato da Erikson diventa esplicita e generalizzata tra i numerosi sociologi e psicologi sociali che, negli anni cinquanta e nei primi anni sessanta, hanno contribuito a creare quel variegato programma teorico e di ricerca definito ‘interazionismo simbolico’, è proprio perché esso consente di risolvere il problema della motivazione dell’azione senza ricorrere al concetto di predisposizione. La valorizzazione cognitiva e affettiva della collocazione entro categorie sociali, nella duplice dimensione di definizione esterna al soggetto e di autopercezione, conferisce secondo Gregory P. Stone (v., 1962, p. 93) specificità al concetto di identità rispetto a quello di self. Senza dubbio il concetto di identità, così inteso, riusciva a gettare nuova luce sui problemi dell’etnicità e dei pregiudizi razziali, in quanto riconduceva fenomeni come la chiusura e la discriminazione non tanto a conflitti intrapsichici o a disturbi di personalità, quanto a processi di definizione di confini e ad appartenenza di gruppo.
D’altro canto la recezione del concetto eriksoniano di identità nell’ambito della scuola interazionista non era priva di ambiguità ed era stata attuata con una certa disinvoltura teorica. L’ambiguità risiede nella distanza che separa un modello come quello di Erikson che, nonostante le aperture sociopsicologiche, resta un modello di tipo strutturale, legato cioè all’idea di una struttura psichica profonda, interna e permanente, e quello avanzato dalla teoria interazionista che, pur nelle sue molteplici varianti, accentua l’aspetto processuale e situazionale dell’identità, per cui quest’ultima non deve solo essere conferita socialmente, ma anche continuamente sostenuta e resa plausibile in base al riconoscimento sociale.

La diversità degli approcci emerge con forza fin dall’inizio da uno studio di Anselm Strauss, l’autore che per primo ha riconosciuto l’importanza del concetto di identità elaborato da Erikson, innestandolo direttamente nell’alveo della Scuola classica di Chicago: ciò appare evidente già dal titolo, Mirrors and masks, che fa riferimento agli “specchi” di C.H. Cooley e alle “maschere” di R.E. Park. Strauss (v., 1959) intende la propria indagine sulle trasformazioni dell’identità come un semplice spostamento di ‘fuoco’ dell’interesse dagli stadi infantili, analizzati dalla teoria psicanalitica di Freud, e da quelli adolescenziali, analizzati da Erikson, alla vita adulta. Anche se propone di utilizzare il termine ‘trasformazione’ piuttosto che ‘sviluppo’, in quanto quest’ultimo è più compromesso con l’idea di una serie di stadi prefissati lungo un continuum, Strauss non appare del tutto consapevole della profonda differenza di presupposti teorici che caratterizza la sua acuta e pionieristica indagine sulle sfide che i passaggi istituzionalizzati di status e i cosiddetti ‘punti di svolta’ (turning points) rappresentano per l’identità.Forse per questa ragione, negli anni sessanta e settanta – tra gli autori che si rifanno all’interazionismo simbolico o a posizioni che stanno a cavallo tra quest’ultimo e l’etnometodologia, come nel caso di Erving Goffman – il riferimento a Erikson scompare quasi del tutto.
Il concetto eriksoniano di identità dell’io non ha più un ruolo centrale nemmeno nell’altro filone di studi sull’identità che si afferma in America a partire dalla seconda metà degli anni sessanta per opera soprattutto di due studiosi di origine austriaca, Peter L. Berger e Thomas Luckmann (v., 1966), i quali compiono un’ulteriore operazione di ‘innesto’ sull’originario ‘tronco’ pragmatista e interazionista americano, collegandolo, sulla scorta dell’opera di Alfred Schutz, alla fenomenologia di matrice husserliana. L’impostazione sociocognitiva di questi autori – che ha notevoli affinità, sul versante della psicologia sociale, con la prospettiva di studiosi come H. Tajfel e J. Turner – ha dato nuovo vigore agli studi sull’identità, mettendo in risalto le implicazioni cognitive del processo di socializzazione e dando quindi una portata più ampia alla teoria meadiana del Sé sociale.

Applicando il concetto di “definizione della situazione” di W.I. Thomas e quello di “profezia che si autoadempie” di R.K. Merton allo studio del processo di costruzione dell’identità, Berger ritorna con forza sull’idea, già espressa nell’articolo di Foote, del potere costitutivo delle definizioni sociali. La società, in altri termini, crea la stessa realtà psicologica nel senso che offre all’individuo dei modelli psicologici in cui riconoscersi (v. Berger, 1966). Come aveva già notato Marcel Mauss, la categoria ‘persona’ non è una struttura psichica innata, ma una struttura di credenze sociali che l’individuo impara ad apprendere. Tale prospettiva dà l’avvio a una letteratura assai vasta, che si è andata ampliando e articolando in questi ultimi anni anche attraverso l’apporto di prospettive teoriche assai diverse: ad esempio quella di Michel Foucault, che intende studiare i meccanismi o ‘tecnologie’ attraverso cui la modernità avrebbe plasmato e trasformato la soggettività e il modo di guardare a essa.

Non a caso, invece, il riferimento a Erikson e, più in generale, alla tendenza psicanalitica neofreudiana ridiventa attuale quando il concetto di identità viene assimilato da Parsons e inglobato nello strutturalfunzionalismo, giungendo a occupare un ruolo centrale entro la teoria dell’azione (v. Parsons, 1968). Qui, infatti, l’identità torna a essere intesa come una componente essenziale della struttura psichica, nettamente separata dal sistema sociale e culturale: la sua funzione innovativa sarebbe proprio quella di collegare quest’ultimo alla personalità individuale complessiva. In questa prospettiva permane una certa ambiguità teorica, già riscontrata in alcuni autori appartenenti al filone interazionista, dovuta al collegamento un po’ eclettico tra Freud e Mead. Mentre, tuttavia, questi autori tendevano a leggere Freud attraverso Mead, nel caso di Parsons avviene il contrario.

Dimensioni teoriche

Del concetto di identità sono state rilevate tre dimensioni o componenti teoriche, presenti, anche se in modi e con accentuazioni diverse, nei vari apporti disciplinari che hanno contribuito alla sua elaborazione e diffusione. Possiamo convenzionalmente definirle come dimensione locativa, integrativa e selettiva (v. Sciolla, Identità…, 1983). In base alla dimensione locativa l’attore sociale concepisce se stesso all’interno di un campo, entro confini che lo rendono affine ad altri che con lui li condividono. Tale dimensione rimanda ai processi della categorizzazione e dell’identificazione. La psicologia sociale ha spesso preferito indicarla con il termine ‘identità sociale’, in quanto “parte della concezione di sé di un individuo, che gli deriva dalla conoscenza della propria appartenenza a uno o più gruppi sociali” (v. Tajfel, 1974, p. 69). L’identificazione, come aveva già intuito chiaramente Foote nel suo lavoro anticipatore (v. Foote, 1951), non indica la mera appartenenza oggettiva a una categoria sociale, ma è espressione, allo stesso tempo, dell’autopercezione e del riconoscimento da parte degli altri (v. Melucci, 1982). L’individuo, soprattutto in una società complessa, può appartenere a più gruppi sociali (ad esempio a un movimento politico e a una associazione professionale) e svolgere molteplici ruoli (di genitore, figlio, lavoratore, ecc.) che implicano delle aspettative sociali, ma sviluppare sentimenti di attaccamento nei confronti di uno o alcuni di essi.

Parlare di ruoli e status come categorie sociali costitutive dell’identità ha spesso creato dei malintesi, dovuti in gran parte alla disinvoltura con cui il termine ‘identità’ è stato usato in maniera intercambiabile con il termine ‘Sé’ (self in inglese, tradotto in italiano ora con il pronome riflessivo ‘sé’ ora con quello di prima persona ‘io’). Quando si dice che l’individuo ha molti Sé perché è capace di ricoprire simultaneamente più ruoli e di passare, nel corso di una giornata o nel breve arco di tempo di un’interazione ‘situata’, da un ruolo a un altro presentando svariate immagini di sé, non vuol dire che si stia parlando di una pluralità di identità, anche se la gestione di più ruoli e le aspettative contraddittorie a questi collegate possono creare problemi di coordinamento cognitivo e conflitti motivazionali. La dimensione locativa del concetto di identità indica che per definire se stessi in quanto individualità è necessario riconoscersi in un insieme più ampio. Essa rinvia dunque alla presenza di valori – e non solo ad aspetti di ordine cognitivo – che consentono di stabilire dei confini tra la categoria ‘noi’ e la categoria ‘altri’. Tali confini non coincidono necessariamente con quelli di un gruppo particolare (ad esempio un gruppo etnico), in quanto possono riguardare categorie più ampie (ad esempio il genere) ed estendersi fino a comprendere la comunità astratta degli esseri umani (come avviene nei modelli di valore universalistici). Il termine “altro generalizzato” coniato da Mead rappresenta questa dimensione, mentre Parsons ne ha sottolineato con forza il carattere duplice, cognitivo e affettivo-valutativo.

Se la dimensione locativa suggerisce che l’identità non si costituisce in un’arena interiore ma presuppone sempre un uditorio, ossia il riconoscimento in altri e da parte di altri, la dimensione integrativa rimanda a un principio di integrazione simbolico e temporale dell’esperienza. Si tratta di un principio di consistenza interna che riguarda la necessità sia di collegare le esperienze passate e presenti e le prospettive future in un insieme dotato di senso, sia di coordinare motivazioni e credenze eterogenee, legate alla molteplicità dei ruoli o, per usare la terminologia di Mead, ai diversi ‘me’. Mentre vi è un certo accordo nel rilevare l’importanza di questa dimensione, non si può dire altrettanto per quanto riguarda il grado di integrazione né il suo modo di operare. Un criterio per classificare i vari approcci in sociologia (v. cap. 4) è proprio quello di considerare le diverse strategie concettuali a cui si è fatto ricorso per dare significato a questa dimensione.

La terza dimensione portante del concetto di identità riguarda l’orientamento all’azione e può essere chiamata selettiva. Questa dimensione, presente in gran parte della letteratura che ha approfondito gli aspetti teorici del concetto di identità, è stata rilevata con chiarezza da quegli autori che – come Parsons e, in anni più recenti, Pizzorno – pur a partire da prospettive diverse si sono confrontati direttamente con il paradigma utilitarista di spiegazione dell’azione sociale. Essa rimanda a quei meccanismi stabilizzatori delle preferenze, in grado di risolvere il problema dell’incertezza di lungo periodo, che sono alla base della possibilità stessa del calcolo razionale. Pizzorno (v., 1983 e 1986) osserva che, per poter valutare il proprio interesse e calcolare i costi e i benefici, il soggetto agente deve assumere che i suoi criteri di valutazione siano identici quando valuta i costi e quando fruisce dei benefici, deve cioè assumere la propria continuità nel tempo, che è impossibile sulla base dei soli dati individuali e comporta il riconoscimento intersoggettivo. Il concetto di identità finisce dunque per acquistare una portata teorica e metodologica generale, in quanto contribuisce all’elaborazione di un modello di attore sociale più comprensivo di quello utilitarista neoclassico che prevale nell’economia ed è largamente presente nella scienza politica.