Identità personale e differenziazione sociale

Modelli in sociologia

Nella breve storia sopra delineata del concetto di identità nelle scienze sociali questo concetto è stato perlopiù utilizzato in riferimento al problema del rapporto tra individuo e società. L’identità era quindi riferita alla persona e l’attenzione era focalizzata sui processi di formazione dell’individualità, anche se le dimensioni teoriche del concetto non solo non precludono la sua applicabilità ad attori collettivi, ma lo hanno reso particolarmente utile quando, in anni recenti, è stato utilizzato per spiegare dinamiche intergruppo e descrivere diverse forme di comunità e organizzazione sociale (v. cap. 5).

In sociologia il problema del rapporto tra individuo e società si è posto, fin dagli esordi, come rapporto tra gradi di libertà dell’azione individuale e coesione del sistema sociale. Durkheim, osservando per primo che l’aumento della differenziazione sociale – nel duplice significato di aumento di volume della società e di aumento del numero delle relazioni tra le sue componenti – andava di pari passo con la crescita dell’autonomia e della personalità individuale, ne aveva offerto una spiegazione ingegnosa ma un po’ paradossale. In De la division du travail social aveva scritto: “Nessuno contesta al giorno d’oggi il carattere vincolante della regola che ci ordina di essere, e di essere sempre di più, una persona” (v. Durkheim, 1893; tr. it., p. 394). L’apparente paradosso sta nel fatto di descrivere in modo deterministico l’ampliamento dei gradi di libertà; la libertà è, secondo le parole di Durkheim, essa stessa prescritta da una norma sociale, quindi effetto di una costrizione. La riflessione sociologica sull’identità personale può essere vista come il tentativo di trovare un concetto capace di evitare questa rappresentazione paradossale del problema, in grado di descrivere analiticamente i meccanismi specifici che legano la differenziazione del sistema sociale ai processi di individuazione.

La diversità degli approcci al concetto di identità nel campo della sociologia, come si è visto, non riguarda il suo carattere sociale e intersoggettivo; da questo punto di vista non ha senso distinguere tra identità personale e identità sociale, come si usa spesso fare in psicologia, perché l’identità è personale solo in quanto ‘localizzata’ nell’individuo, ma è sociale nel suo processo di costituzione (implica cioè il riconoscimento di altri). Si possono invece riscontrare sensibili differenze nel modo in cui viene rappresentata la dimensione integrativa dell’identità personale, sia per quanto riguarda il principio o criterio attraverso cui l’integrazione si realizza, sia per quanto riguarda il grado di coordinazione presupposto. È questa dimensione, che rimanda alla continuità e alla permanenza del soggetto, ossia alla sua individualità e particolarità, che crea il problema. Si tratta, infatti, di evitare la rappresentazione paradossale di Durkheim e di render conto dei meccanismi complessi attraverso cui la libertà e la soggettività dell’attore sociale emergono dalle articolazioni della società.

In base al grado di integrazione o consistenza interna considerato necessario per poter parlare di identità personale, le teorie sociologiche possono essere classificate in due grandi categorie: quelle che postulano il massimo di integrazione e consistenza e quelle che richiedono solo un debole livello di coordinamento. Chiamerò le prime identità integrate e le seconde identità debolmente integrate. Esse possono essere suddivise ulteriormente al loro interno in base al criterio che rende possibile l’integrazione.

Identità integrate

L’integrazione del soggetto agente è intesa come massima coerenza e unità in primo luogo da quegli autori che intendono l’identità come struttura della personalità individuale. Questa posizione, largamente presente in psicologia e diffusa soprattutto attraverso i lavori di Erikson, è rappresentata in sociologia da Parsons, che definisce l’identità come una “struttura di codici” e “il sistema centrale dei significati di una personalità individuale” (v. Parsons, 1968; tr. it., p. 70). Reinterpretando l’eredità freudiana in modo da renderla compatibile con la propria teoria dell’azione sociale, Parsons aggiunge alle componenti individuate da Freud – Es, Ego e Super-Ego – la nuova componente dell’identità, che svolge all’interno della personalità il ruolo più importante e stabile (in quanto sovraordinato a quello degli altri sottosistemi) di dare significato ai processi coordinativi e realizzativi dell’attore individuale.
L’identità propriamente non ‘agisce’, ma controlla i processi di azione.

Nella complessa prospettiva sistemica elaborata da Parsons l’identità mette in relazione il sistema della personalità con il sistema dei codici e dei valori condivisi dalla società. Se l’individuo tipico di una società che ha raggiunto un alto grado di differenziazione strutturale riesce ad affrontare i complessi problemi decisionali, le tensioni e i conflitti derivanti dalla pluralizzazione dei coinvolgimenti di ruolo, è perché ha interiorizzato codici culturali, sia cognitivi sia valutativi, altamente generalizzati e indipendenti dalla specificità delle singole aspettative di ruolo. Questa capacità non è, secondo Parsons, innata ma è appresa nel corso del processo di socializzazione, in particolare negli stadi successivi all’infanzia quando l’individuo entra a far parte di cerchie sociali via via più ampie di quelle familiari (scuola, gruppi generazionali, cittadinanza).

L’identità, alla fine del processo di socializzazione, si presenta come una struttura stabile e internamente coerente. L’unitarietà e la consistenza interna vengono dunque fatte derivare dalla congruenza con un sistema unitario e condiviso di valori. È significativo, da questo punto di vista, che Parsons arrivi a sostenere che l’identità rappresenta il punto in cui l”io’ e il ‘me’ della teoria meadiana coincidono. La coerenza interna dell’identità individuale e la conformità sociale sembra non possano essere pensate separatamente senza dar luogo a forme patologiche o riconducibili alla categoria della devianza. Ritorna, nella formulazione più sofisticata dell”individualismo istituzionalizzato’, l’idea durkheimiana che l’autonomia dell’individuo e i gradi di libertà delle sue decisioni siano prescritti dal sistema, prerequisiti funzionali di una struttura sociale altamente differenziata. L’assunto dell’interiorizzazione ne dissolve però l’apparenza paradossale, in quanto la prescrizione non è più vista come un fatto costrittivo esterno agli individui, ma coinvolge le loro motivazioni e la loro adesione consapevole.Un altro modo di intendere l’unità dell’identità, non contraddittorio con quello sopra delineato ma più dinamico, proviene dalla prospettiva teorica dell’interazionismo simbolico, solitamente vista in contrapposizione allo struttural-funzionalismo parsonsiano.

Ralph H. Turner parte dalla distinzione tra ‘immagine di sé’ e ‘concezione di sé’ o identità. Mentre la prima è legata alla situazione ed è quindi effimera e instabile, la seconda “muta più lentamente, mostra una tendenza alla coerenza ed è percepita dall’individuo come un qualcosa di ineliminabile” (v. Turner, 1968; tr. it., p. 91). Anche per Turner il principio organizzatore e integratore dell’identità sono i valori, considerati però non come fonte di coesione sociale, ma come base della prevedibilità del comportamento nell’interazione sociale. Criticando la possibilità di rilevare empiricamente tale dimensione attraverso il cosiddetto ‘Who am I?’, test elaborato da M. Kuhn e dai suoi allievi dell’Università dello Iowa, Turner ritiene che l’identità possa essere osservata solo attraverso l’esame delle reazioni ai mutamenti dell’immagine di sé in situazioni controllate.

Detto in termini diversi, l’identità dell’individuo diventa visibile e operante quando è minacciata da immagini di sé incongruenti che gli altri gli rimandano nel corso dell’interazione sociale. In questi casi, attraverso una dinamica affine a quella descritta da L. Festinger (v., 1957) con la teoria della dissonanza cognitiva, l’individuo cercherà di eliminare l’incoerenza mediante azioni orientate all’affermazione dell’identità attraverso la produzione di immagini di sé che la confermino. La coerenza dell’identità, diversamente che nella prospettiva parsonsiana, è sia un fattore determinante sia un prodotto dell’interazione.

Identità debolmente integrate

L’identità è pensata da alcuni autori come molteplice. Il principio di integrazione non significa necessariamente unità o perfetta coerenza, ma può anche indicare che la connessione sincronica (tra diversi sé compresenti) e diacronica (tra sé successivi) è debole e non elimina le incongruenze, ma si realizza sulla base di diverse strategie interpretative. Anselm Strauss (v., 1959), ad esempio, sottolinea la funzione di ordinamento simbolico svolta dalla memoria. Il senso di continuità non si basa sul numero e sull’intensità dei cambiamenti nel comportamento del soggetto, ma sul quadro simbolico entro il quale elementi altrimenti discordanti possono essere riconciliati e messi in relazione. Il caso paradigmatico, riportato da Strauss, è quello del convertito a una setta religiosa la cui biografia appare caratterizzata dall’assoluta discontinuità tra il Sé precedente e il Sé successivo alla conversione. Eppure anche in questo caso la continuità può essere più profonda della discontinuità qualora il convertito, nonostante la frattura, concepisca la vita passata come necessaria preparazione a quella futura. Tutta una serie di eventi devianti possono così essere spiegati e reinterpretati come tentazioni, prove, ripensamenti dell’ultimo minuto, segni di un più profondo destino che si deve realizzare. Strauss sottolinea dunque che la continuità temporale è opera della memoria, che seleziona e ‘ricuce’ gli eventi passati sulla base di un disegno temporalmente più ampio, rivolto al presente e al futuro.

La sociologia fenomenologica contemporanea fa ricorso a strategie concettuali analoghe, ma non identiche, a quelle elaborate da Strauss nell’ambito dell’interazionismo simbolico. Innanzitutto la necessità di pensare all’identità come debolmente integrata, oltreché altamente instabile, deriva direttamente da un modo di intendere il processo di differenziazione sociale che ne mette in risalto gli aspetti dissociativi, di segmentazione istituzionale e di pluralizzazione culturale (v. Berger e altri, 1973). In sintonia con altri approcci di diversa matrice intellettuale (da Arnold Gehlen a Daniel Bell, a Niklas Luhmann), essa mette in luce che il processo di differenziazione sociale produce il passaggio da un sistema sociale centrato, le cui varie istanze sono organizzate da un unico principio di sviluppo (sia esso individuato dalla durkheimiana logica della divisione del lavoro o dalla parsonsiana logica dell’integrazione sociale), a un sistema sociale acentrato nel quale convivono più principî organizzativi (v. Negri e altri, 1983).

La pluralizzazione simbolica, che pone non solo il problema dell’ampliamento delle scelte possibili ma anche quello più difficile da risolvere della loro incommensurabilità, mette in discussione la possibilità di trovare il criterio integratore dell’identità individuale, come pensava Parsons, in un sistema unitario e condiviso di codici culturali (v. Sciolla, Differenziazione…, 1983). L’identità viene rappresentata come un ‘Sé componenziale’, una sorta di puzzle costituito da una pluralità di elementi che si incastrano, a cui nemmeno la socializzazione primaria può più garantire un centro fortemente unificante. Anche questo modello, nonostante sembri dissolvere l’idea stessa di consistenza e di continuità, pur in maniera debole e scarsamente approfondita sul piano teorico fornisce un criterio di integrazione. Peter Berger (v., 1965) individua delle ‘tecniche’ di gestione dei diversi Sé, che funzionano sulla base di modelli preconfezionati di ricostruzione biografica; tra esse riveste una particolare importanza la psicoterapia, intesa come costruzione di modelli psicologici operanti nella società come ‘profezie autorealizzantisi’. La distanza rispetto alla teoria parsonsiana della interiorizzazione non potrebbe essere più grande.

Un altro modo, anch’esso radicalmente antipsicologico, di pensare a un’identità debolmente integrata è quello presentato da Erving Goffman col suo ‘modello drammaturgico’ dell’interazione sociale. Questo autore, in realtà, più che al tema dell’identità sembra interessato all’analisi dei diversi Sé che l’individuo presenta negli incontri fuggevoli della vita quotidiana, definiti “sistemi situati di attività” (v. Goffman, 1961; tr. it., p. 94). Nonostante ciò, nella maniera suggestiva ma poco sistematica che gli è congeniale, Goffman individua con il concetto di “distanza dal ruolo” una sorta di strategia per gestire e coordinare la “molteplicità simultanea di Sé” (ibid., p. 134) legata all’esecuzione dei singoli ruoli. Non atteggiamento radicato nella struttura psichica del soggetto, ma comportamento comunicativo con l’altro nei rapporti faccia a faccia, la “distanza dal ruolo” segnala l’esistenza di confini al di là della singola situazione, indica che il soggetto agente non è interamente deducibile dalla presentazione ufficiale del Sé. Non bisogna pensare che l’identità venga, in questo modo, ‘svelata’; essa è, invece, nell’ottica goffmaniana, letteralmente costruita attraverso questo sofisticato meccanismo di identificazione e distacco.