Identità collettiva e conflitto

L’identità collettiva come problema nelle scienze sociali

È solo in anni assai recenti che il concetto di identità è stato applicato ad attori collettivi. L’introduzione dell’espressione ‘identità collettiva’ si deve soprattutto agli studi sociologici, antropologici e storici sull’etnicità e sui movimenti sociali. Come è stato sottolineato (v. Epstein, 1978; v. Pistoi, 1983), il riemergere di conflitti etnici in molte società occidentali, tra gli anni sessanta e settanta, insieme all’ingresso sulla scena sociale di movimenti che hanno una base diversa dalla classe sociale (differenze generazionali o sessuali) richiedeva nuovi approcci al problema dell’etnicità e dell’azione collettiva, approcci che fossero in grado di spiegare la persistenza e l’intensità dei vincoli di appartenenza nel cuore del mondo sviluppato. Il concetto di identità collettiva sembrava possedere questo valore euristico.
Tuttavia l’applicazione del concetto di identità alle collettività ha sollevato problemi di ordine teorico e metodologico.

L’obiezione principale è venuta dalla sociologia fenomenologica che vi ha colto il rischio di cadere in ipostatizzazioni del genere di quelle fatte dalla scuola di Durkheim con il concetto di ‘coscienza collettiva’ o dalla sociologia tedesca ‘hegeliana’ degli anni venti e trenta (v. Berger e Luckmann, 1966; tr. it., p. 235). A questa obiezione si può rispondere che il rischio sarebbe reale solo se si intendesse l’identità collettiva come un’entità unitaria, una totalità, del tutto esterna e costrittiva rispetto agli individui. Vi è anche la possibilità di concepire l’identità collettiva come la risultante di processi complessi, costituita da un’autonoma delimitazione di confini e costruzione di simboli, che interagisce tuttavia con le aspettative dei singoli individui che in essa si riconoscono, ma con essa possono entrare in contrasto, in una sorta di equilibrio instabile i cui esiti possono essere sia la modificazione dell’identità dei singoli (nel caso estremo l’uscita dal gruppo), sia la modificazione dell’identità del gruppo stesso (nel caso estremo la dissoluzione dell’identità collettiva) (v. Sciolla, Identità…, 1983, p. 14).

L’utilità euristica dell’applicazione del concetto di identità ad attori collettivi (gruppi etnici, movimenti sociali, ecc.), a meno di usarlo in maniera del tutto aspecifica, è proprio quella di sottolineare che l’appartenenza (etnica, nazionale, ecc.) ha un aspetto soggettivo e uno oggettivo, rimanda cioè sia a categorie sociali esterne sia all’autopercezione (v. Epstein, 1978; tr. it., p. 40), e di concepirla quindi non in maniera statica, come dato o legame primordiale immodificabile, ma in maniera dinamica, come processo di costruzione e di modificazione di confini.

La riflessione contemporanea sull’identità nelle scienze sociali, anche quando viene riferita alla persona, tende d’altro canto a evitare concezioni sostanzialistiche e a cogliere analiticamente le sue molteplici componenti. Come ha sottolineato Melucci (v. 1982, p. 68), la distinzione tra identità individuale e identità collettiva non riguarda la struttura analitica. Le diverse dimensioni (v. § 3b) possono essere applicate altrettanto efficacemente a gruppi sociali, senza che ciò comporti necessariamente l’adozione di un paradigma di tipo olistico. La definizione di confini (dimensione locativa) è ritenuta una componente fondamentale per caratterizzare l’identità collettiva dei gruppi etnici e delle nazioni. Mentre per queste ultime i confini assumono un carattere territoriale e giuridico (v. Smith, 1991, p. 14), per i primi possono anche essere sociali in senso lato (v. Barth, 1969).

L’accento posto sui confini significa che le identità collettive si basano su processi di inclusione e di esclusione, che distinguono ‘noi’ da ‘loro’. Anche il senso di continuità e di permanenza nel tempo (dimensione integrativa) rappresenta una caratteristica rilevante; essa fa riferimento alla costruzione di una memoria storica, basata sull’elaborazione di miti e di simboli comuni, rivitalizzata attraverso riti celebrativi e commemorativi (v. Smith, 1991, p. 14). L’aspetto selettivo e interpretativo della memoria di un gruppo (ad esempio una nazione) non ha nulla a che vedere con l’idea di una mente collettiva, ma fa invece riferimento al ruolo cruciale svolto dall’élite intellettuale e politica. La dimensione che rimanda a meccanismi di stabilizzazione delle preferenze e di orientamento all’azione acquista senso solo se riferita a gruppi che possiedono precisi centri decisionali e organismi dirigenti.

Logica e forme dell’identità collettiva

Gli interessi intellettuali che oggi spingono un gran numero di scienziati sociali a utilizzare la nozione di identità collettiva, per quanto numerosi ed eterogenei, sono classificabili in due tipi. Il primo, che muove soprattutto sociologi e psicologi sociali, è l’interesse teorico per la comprensione dell’azione sociale, dei meccanismi generali che spingono gli individui, in certe condizioni sociali, ad agire collettivamente. L’identità collettiva è utilizzata, in questi casi, come modello interpretativo alternativo ad altri modelli, in particolare quelli riconducibili a paradigmi economicisti. Il secondo tipo di interesse, che si riscontra soprattutto tra storici e antropologi, è prevalentemente descrittivo: la categoria ‘identità collettiva’ serve a descrivere i processi di formazione, di persistenza e di trasformazione di alcuni gruppi e organizzazioni sociali.

Nel primo caso l’identità collettiva spiega la logica dell’azione sociale, nel secondo caso sintetizza gli elementi caratteristici di una forma di raggruppamento sociale.

Le ricerche di psicologia sociale sulle relazioni intergruppo partono dalla considerazione che “la definizione di un gruppo (nazionale, razziale o d’altro genere) acquista un senso solo in presenza di altri gruppi” (v. Tajfel e Frazer, 1978; tr. it., p. 377). Esse mostrano che non è il contenuto intrinseco dei gruppi (linguaggi, culture, ecc.) che costituisce l’identità collettiva e la fonte di identificazione motivazionale per i singoli, ma la valutazione positiva che deriva dal confronto con altri gruppi rispetto a cui ci si differenzia. Quando, attraverso questo confronto, l’individuo avverte una minaccia allo status del proprio gruppo, tende a mettere in atto delle strategie che gli consentano di modificare la situazione.

Riprendendo la distinzione di A.O. Hirschman (v., 1970) tra “exit” e “voice”, H. Tajfel rileva che quando non è possibile adottare strategie di exit, ossia abbandonare il gruppo per un altro che rappresenti un referente positivo, l’individuo cerca di modificare gli aspetti negativi del gruppo operando in diversi modi, che vanno dall’assimilazione culturale alla reinterpretazione delle caratteristiche del proprio gruppo, fino alla creazione di nuove ‘ideologie’. In tutti questi casi l’identità è concepita come un ‘meccanismo causale’ dell’azione collettiva rivolta al cambiamento sociale. Gran parte dei movimenti etnici ed etnonazionalisti che sono apparsi sulla scena politico-sociale delle società occidentali avrebbe origine non tanto in conflitti di interesse quanto in conflitti di identità (v. Tajfel e Frazer, 1978; tr. it., p. 380).
In ambito sociologico il concetto di identità collettiva è alla base di un modello generale che spiega la partecipazione politica tentando di rispondere a una serie di problemi posti da questa partecipazione, che non sono risolti in maniera esaustiva dai modelli di tipo utilitarista, basati sull’idea che l’individuo agisce perseguendo il proprio interesse. Alessandro Pizzorno (v., 1983 e 1986) ha cercato di rispondere al problema centrale dello studio dell’azione collettiva, quello che nel linguaggio corrente delle scienze sociali viene denominato ‘paradosso del free rider’ (libero battitore). Il paradosso consiste nel fatto che, se l’individuo persegue il proprio interesse, non si spiega come mai partecipi ad azioni collettive (dal voto ai movimenti sociali) i cui benefici potrebbe ottenere comunque senza sobbarcarsi i costi dell’informazione e della partecipazione.

Il problema è complesso ed è stato trattato in una letteratura assai ampia. Qui è sufficiente osservare come la tesi di Pizzorno tenda a spostare l’attenzione sul fatto che i meccanismi di esclusione generati dal sistema della rappresentanza politica rendono indispensabile la formazione di nuove identità collettive, in grado di assicurare quel riconoscimento intersoggettivo su cui si basa la valutazione dell’interesse individuale. In altri termini, se l’obiettivo dell’azione collettiva è la formazione di una collettività identificante, la partecipazione non va vista come un costo perché senza partecipazione non si può ricevere riconoscimento.Per antropologi e storici il concetto di identità collettiva rappresenta una chiave di lettura adatta a descrivere fenomeni quali la persistenza e la trasformazione dei gruppi etnici in contesti industrializzati, il sorgere di nuove nazioni da un passato di tipo coloniale, il riacutizzarsi di conflitti su base etnica e nazionalistica nel mondo sviluppato.

Gli studi empirici su singoli casi e in contesti specifici sono ormai molto numerosi. L’importante è chiedersi che cosa aggiunga l’ottica dell’identità collettiva all’analisi di fenomeni già ampiamente studiati in passato. Come ha sottolineato A.L. Epstein nel suo studio comparativo di tre diversi contesti etnografici, il concetto di identità consente di vedere l’etnicità in una maniera dinamica, non come legame primordiale e come contenuto culturale stabilito una volta per tutte, ma come dialettica tra i processi di categorizzazione sociale esterni al gruppo e quelli interni di autocategorizzazione (v. Epstein, 1978). Diventa così possibile comprendere perché e come i confini etnici continuino a operare anche in situazioni caratterizzate da un alto grado di erosione culturale: l’identità etnica, in questi casi, può fornire il mezzo per riorganizzare il comportamento e le relazioni sociali, come è avvenuto per il ‘tribalismo’ della Copperbelt nello Zambia (ibid., p. 187), ma può anche gettare luce sui meccanismi da cui si genera in un contesto sociale non etnico una nuova categoria sociale dotata di uno status ascritto, come nel caso degli hibakusha, le vittime sopravvissute di Hiroshima.

In secondo luogo, pensare in termini di identità collettiva significa superare concezioni ipersemplificate dei gruppi etnici intesi come ‘gruppi di interesse’, in competizione per l’ottenimento di risorse scarse, concezioni che non spiegano i molti casi, come quelli dei Paesi Baschi e della Catalogna in Spagna o dei Fiamminghi in Belgio, in cui aspirazioni separatiste e rivendicazioni etniche sorgono proprio nelle zone più prospere ed economicamente avanzate. Infine, l’analisi in termini di identità – che ovviamente non è l’unica possibile – mettendo in luce l’esistenza di nuclei intoccabili e non negoziabili, come l’autoattribuzione vera o immaginaria di origini comuni e di un comune destino, aiuta a comprendere l’intensità e l’esplosività con cui si presentano i conflitti di questo tipo, e anche le difficoltà di una loro risoluzione.

    —  Enciclopedia delle Scienze Sociali (1994) – Treccani  —    —  Loredana Sciolla