Senso di riuscita artistica

Se facessimo un elenco delle idee di Nietzsche che sono ancora in qualche modo attuali, interessanti, e tuttavia altamente problematiche, e forse, proprio per quest’ultima ragione, ancora presenti e significative, dovremmo includervi, due dei suoi teoremi o tesi più stravaganti: l’eterno ritorno dell’eguale e la volontà di potenza.
Con l’eterno ritorno dell’eguale, s’intende che in un sistema finito, con un tempo infinito, ogni combinazione può ripetersi infinite volte, per cui, noi viviamo in una situazione, dove il tempo è circolare e non lineare. Questo suscitò molto interesse e varie interpretazioni, per esempio, un grande filosofo tedesco Karl Löwith, che è stato anche uno dei mie professori all’università di Heidelberg, negli anni sessanta, pensava che con questa tesi dell’eterno ritorno dell’eguale, Nietzsche volesse ricostruire in qualche modo, una mentalità di tipo greco pre-classico. Infatti, la concezione greca classica o pre-classica del tempo, è che il tempo sia circolare, cosa questa che troviamo anche presso i latini, col loro grande anno, cioè, ogni tot secoli tutto si ripete, in una specie di fuoco generale, per cui tutto ricomincia da capo; mentre invece la tesi dove nulla si ripete, tutto progredisce o regredisce, tempo lineare e non circolare, appartiene all’antico testamento ebraico e a quello nuovo cristiano. Ora, Nietzsche, in quanto pensatore che ha sempre considerato il cristianesimo, come storia della decadenza, vuole tornare ad una posizione pre-cristiana, pre-giudeo-cristiana del tempo, portando così, l’eterno ritorno dell’eguale. Questo secondo Löwith, ma va anche detto, che la stessa filosofia, a partire dal novecento, incomincia a mettere in discussione, la stessa idea di una linearità del tempo come successione di attimi presenti. Per esempio, un pensatore francese come Beargson ha distinto il tempo spazializzato dalla durata spirituale. Pensate per esempio, alla differenza che c’è tra i diversi momenti nella composizione musicale e i minuti che si misurano nella fisica, in quest’ultima, tot minuti, tanti metri, fa la luce o un corpo che cade, eccetera. Nella musica, questi minuti non sono la stessa cosa, perché ognuno di essi è carico di ciò che viene prima; una sola nota non fa niente. Se provate a fischiettare o a suonare uno strumento, vi accorgerete che ogni suono isolato prende senso in relazione al precedente e anticipa in qualche modo, la possibilità del successivo; un po’ come nel discorso, se io dicessi solo ‘o’ non succederebbe niente, questa ‘o’ prende senso dalle consonanti che vengono prima e quelle che seguono. E questa è la durata spirituale di Bergson, era giusto per fare un esempio, di come a un certo punto, sia il tempo lineare a mostrare le sue falle, divenendo problematico a sua volta.

E quindi, nell’idea dell’eterno ritorno c’è: primo, una critica, un richiamo alla problematicità della visione lineare del tempo; secondo, lo sforzo di immaginare – sempre ancora in relazione all’idea dell’oltre uomo – dei momenti pieni di esistenza che andrebbero a comporre una vita. Uno dei modi in cui si formula l’eterno ritorno nella “Gaia scienza“, è il seguente: “Questa vita, come tu ora la vivi e l’hai vissuta, dovrai viverla ancora una volta e ancora innumerevoli volte, e non ci sarà in essa mai niente di nuovo, ma ogni dolore e ogni piacere e ogni pensiero e sospiro, e ogni indicibilmente piccola e grande cosa della tua vita dovrà fare ritorno a te, e tutte nella stessa sequenza e successione […]. L’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e tu con essa, granello della polvere!“. Non ti rovesceresti a terra, digrignando i denti e maledicendo il demone che così ha parlato? Oppure hai forse vissuto una volta un attimo immenso, in cui questa sarebbe stata la tua risposta: “Tu sei un dio e mai intesi cosa più divina“?».

Quell’accettazione che continuiamo a mancare, come pure la nostra esistenza che finisce in alienazione, e che Jean Paul Sartre, lettore di Nietzsche, descrive come separazione tra ciò che facciamo e il risultato; applicando poi questa spiegazione, come una specie di attualizzazione dell’analisi marxista di quella che è la società capitalistica. In un mondo dove non siamo padroni dei mezzi di produzione, sottoposti a delle autorità di ogni tipo, le nostre azioni producono degli effetti che ci sfuggono; banalmente, un operaio non riceve tutto il prodotto del suo lavoro perché parte va a compensare il capitalista, la burocrazia, la previdenza, eccetera. Quel che Hegel aveva chiamato “l’astuzia della ragione“, cioè: tu fai un atto, credendo di produrre certi effetti e in nome di certi valori, ma poi, nel gioco del mondo, questo gesto assume significati diversi e va avanti secondo una razionalità universale, che non è la tua. Ecco, quando Nietzsche parla dell’eterno ritorno, dicendo, se ti si chiedesse, tu vuoi vivere questo attimo di nuovo e sempre per sempre, ebbene, pensa alla possibilità di una liberazione da questa situazione umana di schiavitù, e poter vivere così, pienamente, il significato della vita, in prima persona.

La volontà di potenza, sembra per noi difficile da conciliare con l’idea dell’eterno ritorno, ma, in qualche modo, Nietzsche le considerava complementari. Per capirlo, possiamo tentare di riassumere tutto in un modo: in un mondo in cui non si può contare su una razionalità data una volta per tutte, dove Dio è morto, il tempo lineare non ha più nessun senso, noi, però, possiamo tentare di realizzare in ogni momento, quella pienezza che ci sfugge continuamente. Per concretizzare ciò, in qualche modo, dobbiamo usare la volontà per dire sì, sì a tutto ciò che ci accade e ritorna, solo così lo si può superare, e poter dare poi, alla nostra vita, quel senso di riuscita artistica, come fosse un’ opera d’arte, che ha però, la nostra forma. La volontà di potenza dunque, non è, di nuovo, la lotta dei superuomini muscolosi che fanno di tutto per sopraffarsi l’uno con l’altro, ma è invece lo sforzo di riappropriarsi dell’esistenza, col suo senso di pienezza, di modo che non ci sia più il conflitto, al nostro interno e quindi con l’altro, nessuna competizione né alcun bisogno di interpretazioni, ogni momento porta con sé la sua conciliazione.