Bisogna essere liberi mantenendosi liberi

Tra i temi del pensiero di Nietzsche nella sua opera, che sono rimasti per noi non completamenti risolti, conciliati con tutti gli altri e quindi problematici, e che proprio per ciò, ci stimolano ancora perché qualche cosa, per noi significano, c’è accanto all’idea dell’eterno ritorno, quella della volontà di potenza.
Anzi, proprio quest’ultimo, è uno dei termini che rischiano di portarci fuori dal seminato, perché sembra che tutto sia legato a una sorta di visione di lotta, di conflitto nella realtà, eccetera. Ora, si tratta ancora qui, d’inquadrare – almeno un pochino, per quanto è possibile – l’idea della volontà di potenza, nell’insieme del suo pensiero: la volontà di potenza è l’unica realtà del mondo, questa lo muove, forze che si compongono dinamicamente in maniera sempre diversa, come un gioco instabile, di cui fa anche parte il conflitto in cui viviamo, che scaturisce da quella che è la visione dettata dalle nostre interpretazioni. Oggi l’epistemologia, la teoria della scienza, non è così aliena dall’accettare – non da parte di tutti – che i discorsi scientifici sono sottoposti a verifiche o falsità di proposizioni (vero che l’acqua bolle a centro gradi o non è vero) verifiche che però si danno solo all’interno di certi presupposti. Questo per dire che quando Nietzsche dice che l’unica realtà del mondo è la volontà di potenza, non sta descrivendo oggettivamente la realtà del mondo, per cui la cosa va verificata o falsificata, ma la forza che questo muove, in ogni contesto, movimento questo che non può certo essere contestato se non muovendo appunto.Leggendo dunque la realtà, come un gioco di forze, un trionfo di configurazioni che cambiano, via, via, secondo una volontà di potenza, per cui si viene a costituire una certa configurazione che da luogo a un’animale, a un organismo, a un terremoto eccetera; in pratica si verifica uno scontro di forze diverse che, cercando di sopraffarsi l’una con l’altra, danno luogo a quello che in fisica chiama: il parallelogrammo delle forze. Configurazione dicevamo, che raggiunge una certa forma, ad esempio un organismo vivente, ma che poi, a un certo punto, per il gioco delle forze, si sviluppa, cresce, o si dissolve quando muore. Restiamo qui senza portarci oltre, per non finire in interpretazioni, perché questo è il rischio che si corre nel fare delle descrizioni. Del resto lo vediamo nella strada del sapere occidentale, quante visioni del mondo hanno resistito ad altre visioni del mondo; quando Galileo o Copernico dissero che la Terra girava attorno al sole, c’erano altri che continuavano a sostenere il contrario, fin quando tutto ciò non venne provato, definitivamente, entro certe strutture paradigmatiche – come si dice – cioè, l’esistenza di certi strumenti che permettono di verificare; nessuno di noi, ormai, dubita di questo.A parte questo, restano comunque altre visioni del mondo, interpretare ci viene facile, e rimangono comunque delle tracce di altre interpretazioni che non sono sparite del tutto dal linguaggio; fatto sta, che viviamo in un mondo di forze che si scontrano e si armonizzano provvisoriamente, ed in realtà, questa è la sostanza, in qualche modo, di tutto ciò che accade.

Sappiamo che Nietzsche è un filosofo, più che un fisico, la sua idea dunque, di un mondo che scaturisce da un conflitto di forze, è soprattutto fondata sull’esperienza della storia, nell’insieme delle interpretazioni, formazioni spirituali, visioni filosofiche, religioni, culture diverse. Le guerre di religione in Europa, prima che essere degli scontri fisici, sono stati soprattutto, conflitti di vedute, dunque, è l’idea di prospettiva che domina questa visione nietzschiana del mondo come conflitto dettato dalla volontà di potenza. Un altro filosofo del settecento, Leibniz, aveva enunciato quest’idea, parlando delle monadi, piccoli enti che rispecchiano in qualche modo, dal loro punto di vista, la totalità del mondo e continuamente si compongono. Ora, questo è interessante, perché in qualche modo, possiamo vedere che questo pensiero, che si è fatto avanti nel novecento – quando le scienze, anche le più dure e sperimentali, parlano del reale pur collocando ciò che dicono, dentro a dei paradigmi, a delle prospettive dunque – non è poi così infondato, ed è stata riconosciuta dalla fisica, la teoria del movimento e quindi del comporsi e dello scomporsi delle forze e non la descrizione di uno stato immobile della realtà.

Se però il mondo è una lotta di prospettive, perché dovremmo preferire una piuttosto che un’altra? Nietzsche risponde seguendo il criterio di salute, ciò che permette alla vita il suo sviluppo, una prospettiva capace di produrre ulteriormente, e paradossalmente quella meno stabile; una vita aperta alle prospettive dunque, all’etica di cui dice Kant, che ci impone di fare ciò che non ci chiuda alle successive scelte, cioè, bisogna essere liberi mantenendosi liberi.Se io sono libero e scelgo di rendermi schiavo di qualcuno, c’è una contraddizione di fondo, che si ritorce contro la stessa libertà e salute psicofisica. L’idea della volontà di potenza dunque, come un mondo di lotta tra prospettive, non è del tutto priva di criteri perché in realtà, comporta la forza per fare determinate scelte, oltre a quelle che ci vengono facili, perché dettate dal proprio modello comportamentale, e quegli atti che portano fuori da un certo circolo abituale.

Nelle condizioni della civiltà di massa in cui sempre più siamo immersi, non è cosa da poco proporre una prospettiva di questo genere, che è poi quella delle filosofie esistenzialistiche del primo novecento, un ideale di esistenza che sia fondata sull’autenticità, sulla personalità della scelta contro il mondo del “si” nel senso in cui lo intendeva Heidegger; un “si” impersonale, che non è sentito, ma solo per non dire “no“, non azzardo, non mi metto contro.
Volontà di potenza dunque attuale, dove c’entra il dominio, ma questo dovrebbe essere indirizzato non più verso l’altro, ma verso se stessi nel valutare quanto la propria prospettiva del mondo sia salutare e ci permetta di continuare a vivere, di svilupparci e quindi cambiare continuamente, non di immobilizzarci, portati dalle stesse reazioni; e che questo sia di esempio per gli altri.