La verità è brutta

Quando leggiamo Nietzsche, ci domandiamo come lui vivesse le sue dottrine, poiché ci si presenta spesso in molte delle sue opere, non come un descrittore sistematico ma più, come una specie di funambolo, sembrandoci così, distante da una realtà cui siamo abituati.
Nietzsche aveva circa quaranta anni, quando lasciò l’università di Basilea, andando in pensione, poi incominciò a spostarsi un po’ qua e un po’ là; Sorrento, Roma, alcuni dei posti in cui ha vissuto, mai avuto una casa stabile, a parte quella di Naumburg dove stavano però, sua sorella e sua madre. La sua vita era quella che poi più o meno, nello stesso periodo è stata chiamata la vita da bohémien, figura popolare questa, della concezione tardo-romantica dell’artista, cioè, l’intellettuale piccolo borghese, che non ha radici, un po’ come uno zingaro che viene dalla Bohemia e se ne va sempre girando; in fondo, un esule, e spesso per l’appunto un’artista. Nietzsche vive effettivamente una condizione di sradicamento, che talvolta è stata considerata positivamente come la vicinanza tra genio e sregolatezza, o alla fine della sua vita, tra genio e follia; spesso è stato identificato col genio, e lo era talmente, che a un certo punto impazziva, anche se poi la pazzia ha avuto sul serio il sopravvento. Fa questa vita dunque, dove predomina in qualche modo, l’aspetto artistico piuttosto che quello produttivo, non come un professore di filosofia, per capirci, che è molto più regolare, va all’università, almeno tre giorni alla settimana, adesso, forse, un po’ di più, e poi ha degli allievi da seguire, deve fare delle pubblicazioni, ecc. Nietzsche del resto, in qualche modo, si è sempre concepito piuttosto come artista che come puro lavoratore del pensiero, come autore di libri, e questo comporta delle conseguenze, sia sul piano dei suoi ideali di vita, sia come questa si riflette nella sua opera. Il suo ideale di vita rimane fondamentalmente estetico in tanti sensi, dal pensarsi come produttore di opere d’arte, al pensare anche alla propria vita come un’opera d’arte. Che cos’era allora l’arte per Nietzsche? Che cosa pensava degli artisti? Da questo punto di vista bisogna ripartire dalla sua prima opera pubblicata “La nascita della tragedia” dei primi anni settanta, dove distingue tra lo spirito apollineo e quello dionisiaco, il riferimento, è ai dei greci: Dioniso e Apollo, sostenendo che sono questi due impulsi a produrre l’arte.

Nella mitologia greca, Dioniso e Apollo sono un po’, come le due facce di una medaglia, Dioniso è il dio delle feste, diciamo pure dell’orgia, del baccanale, della perdita di ogni controllo; potremmo dire in un certo senso, il dio del carnevale, ma di certo molto più sfrenato di quel che immaginiamo noi. Il carnevale di Rio di Janeiro ad esempio, non è propriamente dionisiaco, perché c’è un’organizzazione alle spalle, si preparano tutto l’anno per fare questi bei cortei, carri allegorici, quindi già c’è molto di apollineo, che appunto, è il dio della forma, della definitezza, ciò che regola, per esempio, i versi di una poesia, che fa rispettare le regole di una certa musica, eccetera. Ora, nell’opera d’arte più riuscita che per Nietzsche è la tragedia greca, Apollo e Dioniso si mescolano in perfetto equilibrio, perché da un lato c’è tutta la struttura formale della tragedia: i versi, gli attori che cantano, che appaiono e scompaiono dal palcoscenico, e dall’altro lato, il tutto è pervaso dal senso della tragedia, cioè, l’irrazionale dell’esistenza che prorompe, tutto precipita, la morte incombe, e la parte razionale cerca di dare una forma, di contenere tutto ciò.

Questo, è come il giovane Nietzsche vede l’arte, che poi ha lasciato molte tracce nel pensiero successivo, basti pensare a un’opera di Lukàcs del primo novecento, intitolata, “L’anima e le forme” dove ritroviamo circa, lo stesso spirito: da un lato la vitalità immediata e dall’altro la formalizzazione artistica.
Addentrandoci in quest’opera giovanile di Nietzsche, “La nascita della tragedia“, possiamo vedere come lui pensi sempre più che l’arte sia il rimedio, la medicina contro il caos della vita: «La verità è brutta: abbiamo l’arte per non perire a causa della verità». Se la conoscenza dunque, non arriva a vedere quella che è la realtà oggettiva, tanto vale creare delle forme che ci permettano di sopravvivere. In fondo, noi abbiamo spesso concepito l’arte come passatempo, usufruendone anche, magari andando al cinema, perché così, non si pensa alla morte, a tutte quelle questioni che ci legano alla caos dell’esistenza. Non pensare ai problemi economici, per esempio, vuol dire, abbandonare per un momento il problema della sopravvivenza, quindi farsi portare dall’arte, non tanto per non vedere o accantonare i problemi, quanto per acquisire un atteggiamento più attivo e non puramente reattivo o vendicativo; vediamo qui, il rapporto tra la creazione artistica e la vita quotidiana, del resto se si vuol fare della propria vita un’opera d’arte, è nella quotidianità che questa deve agire. Nietzsche, infatti, vede l’artista come un modello dell’umanità autentica, che è poi, quello che lui viveva, costruendo, inventando, scrivendo delle cose che tutto sommato, lo aiutavano a sopravvivere, non tanto per i problemi economici, quanto di salute.
Questo modello dell’esistenza autentica legata a quella artistica, è certamente eredità del romanticismo; il genio, l’invenzione geniale, che per noi può significare in una società della comunicazione intensificata e in pieno nichilismo, che se c’è un compito umano è sempre quello di crearsi da sé.