Lettura fascista di Nietzsche

Per molti anni, diciamo dopo la seconda guerra mondiale fino agli anni sessanta, il nome di Nietzsche, in Italia, e soprattutto in Germania, naturalmente, ma in genere proprio nel mondo occidentale, fu una sorta di tabù, anche se il tecnico o colui che si occupava di storia delle idee continuava a nominarlo, era comunque escluso, da quella che era una conversazione culturale politicamente corretta. Perché? Perché il nazismo si era ispirato ai suoi scritti, e fu considerato così, il filosofo del nazismo ma, visto che Nietzsche era morto nel mille e novecento, difficilmente poteva essere in modo esplicito e in maniera consapevole tale filosofo.
Tuttavia, la sua erede principale, la sorella Elisabeth, maritata Förster – un signore che era famoso per le sue teorie politiche antisemite –declinò in maniera reazionaria e conservatrice l’eredità di Nietzsche, tanto che nel 1933, ricevette Hitler a Waimar, e gli fece dono di un bastone che era appartenuto al fratello Friedrich, consacrando così, in qualche modo, il nuovo dittatore della Germania, come un erede spirituale e politico di Nietzsche. Inoltre, la stessa sorella, curò la pubblicazione degli inediti, anche con delle manipolazioni, che hanno dato luogo poi, a delle dispute, in quella che è l’edizione critica, che fecero a partire degli anni ’60 – e furono i primi e in Italia – Giorgio Colli e Masino Montinari. Insomma, Nietzsche non era formalmente un nazista, ma la sua filosofia lo era? Questo è il problema che tutti si sono sempre posti in quegli anni, e come qualcuno riprendeva Nietzsche per studiarlo come un filosofo, si levava una vocina dalla coscienza che diceva: ma come! Vuoi rispolverare il nazismo? Ora, vero è, che è sempre molto complicato stabilire l’uso che si fa, degli scritti dei filosofi, certo questi non ne sono responsabili; se pensiamo poi, che prima ancora dei nazisti, a leggere Nietzsche furono dei conservatori e anche dei reazionari così come pure gli anarchici, ci accorgiamo di quest’ uso improprio, di quello che era un pensiero filosofico oltre queste divisioni di idee e politiche. Non mancava nessuno dunque, proprio perché il pensiero di Nietzsche era così sfuggente e difficile da comprendere, per cui ognuno se ne serviva come più gli aggradava; si sa come la coscienza ami astrarre e interpretare, seguendo poi, quello che è l’istinto del momento, che per rafforzarsi ulteriormente, ha bisogno di qualcuno di una certa portata cui appoggiarsi. Uno di questi, e tra i primi, nel periodo nazista, a leggere e a raccomandare la lettura di Nietzsche, fu un personaggio importante nella politica italiana, Benito Mussolini, e l’influsso del filosofo, gli serviva in qualche modo, per temperare un certo determinismo storico di Marx, era una specie di garanzia di spirito rivoluzionario, che voleva portare anche nel suo modo di vivere il socialismo. C’è un piccolo passo di uno scritto di Mussolini, in cui parla di Nietzsche, nel 1908 in un famoso saggio intitolato “La filosofia della forza” uscito sul “Pensiero romagnolo“; e nell’altro, intitolato “Caccia al buon senso“, se ne può sentire l’influenza, infatti così scrive: “Io odio il buon senso e lo odio in nome della vita e per l’invincibile gusto per l’avventura, poiché buonsenso è conservazione, è la filosofia delle classi che sono arrivate, non di quelle che vogliono arrivare; la società borghese ha creato l’uomo macchina, l’uomo funzionario, l’uomo orologio,…“. Lo spirito di Nietzsche serviva in quel tempo o veniva recepito, da persone che poi, appunto, come Mussolini crearono il regime fascista in Italia, ma certo, per e in funzione di quell’aspetto rivoluzionario, non per i modi poi, che sfociarono nello stesso fascismo, storicamente rimasto impresso.

Più grave, anche perché più continua di quella della lettura fascista di Nietzsche, lo è stata la lettura nazista, anche perché, come dicevamo sopra c’erano degli inediti che Nietzsche aveva lasciato. Una serie di appunti che il filosofo voleva coordinare poi in un’opera, che doveva essere quella principale, intitolata “La volontà di potenza“, ma morì prima di riuscirvi, cosicché, lo stato di questi manoscritti, divenne poi, il punto di partenza della pubblicazione delle opere postume, a cura della stessa sorella.Una brava donna, questa Elisabeth, come si suol dire, di certa gente comune, sposata con una specie di filantropo, che aveva persino tentato di fondare delle forme di società fraterna comunistica religiosa in Paraguay, e non dimentichiamo, un’ antisemita.

Elisabeth, vuoi per una certa miopia politica o per ragioni familiari, in quanto la malattia sfociata in follia di Nietzsche, si pensava fosse ereditaria ed era dunque una macchia di famiglia, aveva espunto dai manoscritti di Nietzsche certe cose, messo insieme certi altri appunti, organizzandoli in maniera più o meno arbitraria, e tra l’altro, anche in modo che apparissero utili alla lettura nazista. Che razza di lettura era questa? Era una lettura diciamo fondata in parte su elementi autentici, cioè su questa idea della forza, della lotta come principio dello sviluppo di una società– “vivere pericolosamente” era in Italia un motto fascista – non si sopravvive negli agi, perché proprio in questo modo si forma l’uomo orologio, macchina, insomma, la cosiddetta massa o gregge. Questi sono i punti della critica, non solo nietzschiana, ma anche di sinistra. Insomma Nietzsche, fu letto e interpretato in termini utili al fascismo, anche da autori di una certa portata, filosofi come Alfred Bäumler, e con lui altri, più strettamente ideologi del nazismo come Rosemberg, e questo, perché aveva portato avanti la vita in tutta la sua potenza, per quello che era però, lo sviluppo del singolo individuo, ossia tutto si giocava all’interno dell’uomo, non di un campo di battaglia con le sue carneficine.Poi, avendo parlato di razza, non certo in senso biologico, ma come potenzialità volte al meglio di qualsiasi uomo, i nazisti se ne erano appropriati, vedendo questo superuomo esclusivamente di razza ariana, e la cui nascita dipendeva dall’eliminazione di altre razze e generi che con questa non avevano niente a che spartire; insomma, se finora abbiamo prodotto valori culturali per caso che venivano da personalità eccezionali, adesso ciò che si vorrebbe tentare, è di produrre esplicitamente il superuomo. Certo, una società che favorisca di più la creatività, non sarebbe da buttare, ma deve favorirla attraverso dei determinismi biologici? Nietzsche non lo credeva affatto, i nazisti a quanto pare lo credevano, e naturalmente, sbagliarono, perché assurdo era il punto di partenza, che era poi l’idea che ci siano razze superiori e inferiori, quando sappiamo bene, che in tutte le etnie, in tutte le progenie umane, ci sono stati dei grandi individui e individui meno creativi; per cui, era sbagliata l’idea stessa di pensare ad una umanità creativa, in termini razziali. E poi, soprattutto, c’era questa contraddizione di fondo: per produrre degli individui eccezionali, si doveva costruire una società totalitaria, e sappiamo bene che in questo tipo di società, la creatività è bandita e dunque, l’eccezione divenuta regola, non può più essere eccezionale, ma perfetto come non natura, ma società comanda. Come possiamo vedere dunque, un’umanità creativa, per molti aspetti, non si può costruire, non si può inventare un poeta da zero, come si dice, poeti si nasce, ma peggio sarebbe, se si pensasse che i poeti si possono produrre in provetta con embrioni manipolati e cose di questo genere. Questo fu l’errore del nazismo cui Nietzsche prestò senza volerlo, degli argomenti, anche perché nella sua opera troviamo tutto l’opposto di questa retorica vitalistica e razionalistica e, fondamentalmente, autoritaria.