La rinascita nietzschiana

Se le prime recensioni di Nietzsche, negli anni in cui lui era ancora vivo e subito dopo la sua morte, furono principalmente letterarie, d’ avanguardia – D’Annunzio, Thomas Mann – o principalmente politiche – da Mussolini al nazismo, agli anarchici ed esponenti di posizione di sinistra – nella seconda metà del novecento si impose, in qualche modo, la lettura di Nietzsche, principalmente come filosofo.
Certo però, qualcuno ci aveva preceduto, già negli anni trenta, c’erano stati grandi lavori filosofici su Nietzsche da parte di esponenti della grande storiofrafia filosofica tedesca come Karl Löwith o dell’esistenzialismo come Karl Jaspers. In Italia, furono comunque gli anni sessanta, quando l’opera di Nietzsche tornò a quella che era la sua luce e non riflessione altrui, grazie a Giorgio Colli e Masino Montinari. Questi, ebbero accesso all’archivio Nietzsche, che allora si trovava a Waimar, e poterono ricostruire i manoscritti, e iniziare così, un’ edizione completa e critica delle sue opere, edite e inedite; pietra miliare della cultura contemporanea, un’opera di ricostruzione filologica del pensiero di Nietzsche, in modo che si potesse leggerlo senza pregiudizi positivi o negativi, e al di fuori di ragioni principalmente politiche.

La rinascita nietzschiana negli anni sessanta fu non soltanto una ripresa degli studi filologici dell’opera del filosofo, ma anche soprattutto una riconsiderazione filosofica del suo pensiero, e quindi, determinante fu la pubblicazione di un’enorme opera di Martin Heidegger, intitolata “Nietzsche“, che comprendeva vari corsi fatti da Heidegger all’università di Friburgo tra il ’35 e il ’42, negli anni del nazismo e della guerra, dei saggi, degli scritti, che riguardavano il filosofo in questione. Quello che è interessante notare, è che la lettura che Heidegger fa di Nietzsche, negli anni del nazismo e nell’università tedesca, non è una lettura filo-nazista, ma è la considerazione del filosofo, come il grande compimento di tutta la vicenda del pensiero occidentale iniziato con i greci.

Ora, secondo Heidegger, se seguiamo Platone e, poi tutta la tradizione della metafisica, fino a Nietzsche, pensiamo che il mondo sia il manifestarsi di certe oggettività date una volta per tutte, che fondano la ragionevolezza dei nostri discorsi, la stabilità dei nostri vocabolari, noi in realtà, pensiamo all’essere come se fosse l’oggettività stessa. La nostra esistenza però – aveva già obiettato Heidegger in un’opera del 1927, “Essere e tempo” – è forse oggettiva, in tal senso? Noi siamo fatti di progetti, aspettative, insofferenze, libertà, in fondo cambiamo, ci trasformiamo, facciamo delle scelte, allora se l’essere, diciamo, la verità dell’essere fosse l’oggettività, noi o non osiamo, oppure dobbiamo tentare di trasformarci in oggetti. Ecco come si può fondare la società totalitaria, perché, se la verità dell’essere è l’oggettività, quanto più ci oggettiviamo, facendo tutto quel che è previsto, tanto più avremmo una società organizzata, e di conseguenza dittatoriale. E Nietzsche arriva alla fine della sua opera, rilevando che non sono mai i fatti ad essere riportati, ma solo interpretazioni degli stessi, cioè formazioni di senso e verità che dipendono dalla potenza, dalla lotta tra le interpretazioni nel mondo, e quindi aveva ridotto l’oggetto, a un gioco di lotta tra soggetti, in questo processo che iniziava da Platone, secondo poi le interpretazioni che dei testi di questo, sono state fatte e il modo in cui poi si è evoluta la storia.