Lettura francese di Nietzsche

Ho dimenticato l’ombrello“, oppure “Ho perso l’ombrello“. È una frase che è scritta tra virgolette nei manoscritti inediti di Nietzsche e che è stata inclusa nell’edizione critica delle opere di Nietzsche, curate da Colli e Montinari. Perché ricordo questo? Perché una parte interessante della presenza di Nietzsche nella cultura contemporanea, è data dalla lettura francese del filosofo, ed è appunto, Jacques Derrida, uno dei grandi pensatori francesi contemporanei, che si ferma su questa frase di Nietzsche.
Ovviamente non per domandarsi se questi, avesse dimenticato l’ombrello, ma si domanda e risponde in qualche modo, sul perché mai bisognerebbe includere questa frase, nella pubblicazione dei manoscritti inediti, anche se uno che vuole ricordarsi di avere dimenticato l’ombrello, effettivamente può anche scriverlo su un taccuino, mentre riporta, mentre registra, annota dei pensieri sull’essere, la volontà, la psicologia, eccetera, e se la mette tra virgolette, effettivamente avrà avuto le sue buone ragioni. Va detto, che la lettura di Nietzsche in Francia, a partire dal 1960, è stata anche molto attenta al suo stile, questo a mio parere, non è accaduto in altre recensioni culturali, dello stesso filosofo, e vi entrava, non solo come un oggetto di metodologie di letture ma anche come un ispiratore, perché era pur sempre lui che aveva scritto quella frase: “Non ci libereremo di Dio fin che non ci saremo liberati dalla grammatica“. Il gioco dunque, quando uno prendeva come ovvie le regole grammaticali, sintattiche, stilistiche, finiva per essere già fatto, ci si trovava, in qualche modo, a condividere delle ideologie, delle posizioni di contenuto, senza saperlo. Per questo, effettivamente, tutta l’attenzione che si è portata anche allo stile di Nietzsche, da parte dei lettori francesi, sopratutto di Derrida o di suoi allievi come Sarah Kofman, Bernard Pautrat e altri, ha avuto il suo peso nella lettura nietzschiana. L’accentuazione del problema stilistico in Nietzsche faceva poi emergere tutta una connessione tra le terminologie, le strutture sintattiche e il modo di vedere il mondo, infatti, se pensiamo soltanto alla costruzione delle nostre proposizioni con soggetto, predicato, complementi, copula, ci possiamo sempre domandare che cosa ne sarebbe della nostra visione del mondo, se non costruissimo più le frasi in questi termini.

Nietzsche aveva mantenuto la sua presenza nella cultura francese, anche negli anni ’30 e ’40, i filosofi francesi, a partire da Sartre, leggevano Hegel, dal punto di vista esistenzialistico e Nietzsche come proseguo di Hegel; quest’ultimo, era caratterizzato come il pensatore della dialettica, cioè la struttura triadica del procedere del mondo, tesi antitesi di sintesi: io prendo coscienza di essere quello che sono, ma quando ho preso coscienza, sono già altro, diverso, e devo ricominciare ad auto-adeguarmi. Perciò ci si muove con Nietzsche, che non accettava mai le conciliazioni, pensava sempre ai superamenti, dopo aver trovato quelli che potevano essere o sembrare i punti di arrivo, con Hegel.

Contemporaneamente alla rinascita nietzschiana iniziata già in Italia, negli anni ’60, si pubblicava a Parigi, il testo di un altro grande filosofo francese, Gilles Deleuze, intitolato “Nietzsche e la filosofia” che fu poi tradotto in italiano molti anni più tardi; era una lettura abbastanza originale del filosofo, come pensatore del mondo, in cui questo era un gioco di forze, di energie; dunque, un eversore dello stile letterario, della scrittura, ma anche della nostra struttura psicologica, del nostro modo di vedere l’individualità, la società, eccetera. Una concezione energetica della vita, che si oppone alle concezioni dialettiche, che tendono sempre a essere tendenzialmente conciliative, significa molto, anche sul piano della politica, non dimentichiamo che Deleuze, proprio negli anni in cui scriveva su Nietzsche, produceva anche un opera intitolata “L’antiedipo” con il sottotitolo “Capitalismo e schizofrenia“, che fu uno dei testi della contestazione giovanile degli anni sessanta. Vediamo dunque, presentarsi una visione del mondo, non più come l’idea di una conciliazione razionale delle forze, ma come un’affermazione di queste nella lotta, che sospetta di tutti coloro che vogliono le conciliazioni, perché questi hanno già vinto o credono di poter vincere, ragion per cui, cercano di tranquillizzare le cose. Questo fomentava in quegli anni, molti elementi dubbi, complicati, dal punto di vista, anche di quella che era la visione della società, che percorrevano il pensiero, sia di destra che di sinistra, del secolo che abbiamo appena chiuso.

Ricordando dunque quella che è la lettura francese di Nietzsche, e di sinistra, che fa da contrappeso a quella della destra fascista/nazista, ci troviamo di fronte all’ambiguità di questa filosofia, di questa visione del mondo e concezione dell’essere, perché si finisce per accentuare l’elemento irrazionalistico della forza, anche a scapito della razionalità, oppure a sospettarne. Certo, è difficile che Nietzsche sia letto come un teorico della forma contro la vita, ma questo è successo come abbiamo visto, tutto dipende da chi legge; si può vedere un mondo totalmente irrazionale, fondato sulla lotta, per cui, dobbiamo imparare a vincere a tutti i costi, esaltando così, lo spirito guerriero. Oppure come ha fatto un altro autore francese, Michel Foucault, leggerlo come colui che ci svela che quando parliamo della verità, parliamo anche sempre di un rapporto di forze. Nietzsche dunque, è solo il teorico della volontà di affermazione, di potenza, e colui che ci svela il gioco di forze in cui consiste la verità e l’errore del nostro mondo; prenderne coscienza, magari fa sì, che si diventi meno accaniti, meno fanatici, per portarsi oltre questa lotta che comunque c’è e non si può negare.