Lotta contro la decadenza

Nietzsche, come si vede dai suoi scritti autobiografici dell’ultimo periodo della sua vita cosciente, si sente carico di una missione storica, avendo colto le ragioni, come molti altri intellettuali della sua epoca, di quella che è la decadenza nella cultura europea; una cultura che non è più capace di produrre, che si limita a raccogliere gli esiti delle civiltà precedenti e ne fa dei cataloghi, le conosce, le studia, eccetera.
Qui bisogna ricordare che il 1800 è stato il secolo della storia; quello che sappiamo, della civiltà greca antica, del suo passato, proviene per lo più da ricerche che si sono fatte in questo periodo, a cominciare da quella di Schliemann sulla guerra e le rovine di Troia. Ebbene, Nietzsche, nonostante l’importanza e la ricchezza di questa storiografia, vi riconosce però, anche quello che è un suo limite molto grave; infatti, la critica più che verso la storia in sé per sé, colpisce l’ipertrofia storiografica cioè l’eccesso di storia. La sua lotta contro la decadenza, dunque, inizia anche cronologicamente; le sue prime opere, appartengono a un insieme di quattro saggi intitolati “Considerazioni inattuali“, e proprio nella seconda di questo gruppo, intitolata “Sull’utilità del danno della storia per la vita“, attacca la cultura storicistica del suo tempo, andando contro le opinioni allora correnti, esprimendo idee “inattuali” per la sua epoca. Facciamo molta storiografia ma non creiamo nuova storia, sottolinea, e la cultura, in tedesco “bildung“, come pure l’educazione che si riceve a scuola e in famiglia, non può che produrre una specie di scetticismo, di pigrizia della volontà. Vedeva nell’educazione storica una specie d’inizio di quella che nel novecento molti filosofi avrebbero criticato come la cultura di massa, che ci forma come pezzi del grande meccanismo sociale in cui la nostra libertà è completamente distrutta. Il filosofo dice che i suoi contemporanei sono delle enciclopedie ambulanti, cioè pieni di nozioni non assimilate, che rumoreggiano dentro di loro come pietre, e questa ritengono cultura, quando la vera cultura, consiste nell’essere creativo in tutte le manifestazioni della vita.

Quel che dice Nietzsche, riguardo la storiografia, che paralizza la volontà di creazione, lo possiamo vedere anche nella società contemporanea, come formazione dell’uomo in quella che si definisce, la massa. Tutti sono educati a pensare che lo stato e il grado di civiltà, cui siamo arrivati, sia il migliore nel corso dell’umanità, e così, nasce l’omologazione; questa comporta le stesse conoscenze per tutti, lo stesso giudizio sul passato, e soprattutto l’importanza che viene attribuita alla storia nelle scuole, finisce per identificarsi implicitamente con l’idea, che questo passato, abbia valore. S’impara a memoria dunque e la si chiama cultura, e con questa si prosegue in circolo, senza mai uscirne, senza che spunti anche una sola idea, qualcosa di sé insomma; e invece no, sempre passato e stasi del pensiero, uguale, nessuna creatività. Sentite cosa scrive Nietzsche, che è molto significativo: “Credete a me: quando gli uomini devono lavorare e diventare utili nella fabbrica della scienza prima di essere maturi, la scienza è in breve tanto rovinata quanto lo sono gli schiavi impiegati troppo per tempo in questa fabbrica. Io deploro che sia ormai necessario servirsi del gergo dei padroni di schiavi e dei datori di lavoro per designare quei rapporti, che di per sé dovrebbero essere pensati liberi da utilità, sottratti alle miserie della vita; ma involontariamente vengono in bocca le parole «fabbrica!, «mercato del lavoro», «offerta», «utilizzazione» – o comunque suonino i verbi ausiliari dell’egoismo – quando si vuol descrivere la generazione di dotti più recente. La solida mediocrità si fa sempre più mediocre, la scienza sempre più utile nel senso economico“.

Interessante questo punto di vista, anche perché, possiamo vedere come il suo pensiero sia ancora attuale, nel descrivere quello che è il rischio di una cultura omologata, massificata, che poi molti pensatori del novecento hanno ripreso in termini critici, anche dal punto di vista politico, perché a questo siamo giunti, visto che tutto diventa giustificazione del presente, dal punto di vista di una certa razionalità, nel mettere insieme gli eventi storici che ci hanno condotto fin qui.

Qualcuno si potrebbe domandare, che facciamo delle scuole dove non si insegni più la storia? E questo è un tema particolarmente dolente oggi, e in un certo senso è ciò che sta accadendo, ma non per il meglio, né c’entra il pensiero di Nietzsche, che di certo non intendeva, un’educazione senza storia. Il fatto, è che ogni volta che si ristrutturano i programmi scolastici, si tende a ridurre la quantità di materiale da presentare agli studenti, e fondamentalmente, a farne le spese è la storia, mentre si devono intensificare le conoscenze tecniche, scientifiche, eccetera.
Tornando al saggio, “Considerazioni inattuali sull’utilità e danno della storia per la vita“, vista l’attualità, secondo Nietzsche, la storia occorre all’uomo per tre esigenze: aspirazione, preservazione e venerazione, sofferenza e ha bisogno di liberazione. Troviamo cosi tre tipi di storia: “Storia monumentale“,”Storia antiquaria“,”Storia critica“.
La storia monumentale guarda al passato per rintracciarvi modelli e maestri che non si possono trovare nel presente, per cui abbiamo un uomo attivo, con delle aspirazioni, e che dunque non si rassegna a guardare il passato, ma pensa che se ciò sia stato possibile, lo sarà di nuovo. Il lato negativo di questo tipo di storia, è quello di tralasciare aspetti del passato poco piacevoli, a favore di quelli che lo sono, per cui il passato è danneggiato, come pure può portare al fanatismo o alla paralisi artistica, nel pensare che mai si potrà eguagliare questi modelli.
La storia antiquaria, spinge a guardare con affetto e venerazione al luogo e alle radici da cui si proviene, quindi ispira amore nei confronti del passato, che è preservato anche nei suoi minimi aspetti, anche qui, però, troviamo un pericolo, perché ci si potrebbe limitare solo alla tradizione cui si appartiene e rifiutare tutto ciò che è nuovo; ci si mummifica nel passato e l’azione dunque è penalizzata.
La storia critica è propria di chi soffre e ha bisogno di liberarsi del passato per vivere, per questo motivo lo condanna, ma il rischio qui, è questa disapprovazione non elimina il fatto che deriviamo dal passato, per cui è impossibile staccarsi del tutto da esso. Riassumendo, ciascun tipo di storia è nel suo diritto se rimane nel suo terreno, altrimenti diventa dannosa per la vita: il conoscitore della grandezza del passato, privo della capacità di essere grande a sua volta; l’antiquario non ha amore per il presente e per il futuro e infine il critico, che soffre nel distruggere il passato.

Che uso ne facciamo della storia oggi? È cambiato qualcosa da quel lontano 1800? Non sembra proprio, e queste considerazioni continuano ad essere inattuali, e proprio per ciò, massimamente attuali e indispensabili per chi voglia riflettere ed essere quella storia che continua a scivolarci addosso.