Rinascita dello spirito greco

Nietzsche è stato molto amico di Wagner, possiamo dire che questi, fu una presenza molto importante nella sua vita, soprattutto nel primo periodo in cui insegnava all’università di Basilea, e lo andava a trovare continuamente a Tripshen, un bellissimo paesino, nell’isoletta sul lago di Lucerna.
Quest’amicizia con Wagner non è solamente un fatto biograficamente rilevante, ma lo è specialmente, da un punto di vista intellettuale, perché nel periodo di quest’amicizia, Nietzsche pensava di produrre, insieme al musicista, una rivoluzione culturale – senza nessuna allusione a quella di Mao – attraverso una nuova forma d’arte e vedeva l’opera wagneriana, come una possibile rinascita della tragedia greca. Wagner non era solo un musicista, era anche il teorico dell’arte nella sua totalità: teatro, musica, opere, parole, ma anche tutta una serie di artifizi di tipo scenico, che si sono poi conservati nella scenografia delle sue opere. Chi dunque meglio di lui, nella mente del filosofo, per un sovvertimento culturale, e la ripresa della tragedia, quella forma d’arte dei greci, nel periodo, neanche tanto classico, se non agli inizi ma pre-classico, in cui si vedevano all’opera le forze del destino, e non solo quelle razionali. Questo tipo di componimento tragico, era fiorito soprattutto con Eschilo e Sofocle, ed era stato ucciso, per così dire, da Euripide, discepolo di Socrate, poiché, aveva cercato di ridurre la tragedia, portandola nello schema della razionalità socratica, secondo la quale, al giusto non può succedere nulla di male, né in questa vita né nell’altra. Ecco dunque, che c’è una giustizia, un ordine razionale nello svolgersi degli eventi, per cui la tragedia in fondo, finisce per diventare inutile; inoltre, le tragedie di Euripide, anche formalmente erano più razionali rispetto a quelle dei classici, accompagnate da un prologo, che spiegava quasi tutto quello che poi sarebbe successo, togliendo dunque l’effetto sorpresa e anche catartico se vogliamo. Lasciando prevalere la spiegazione razionale delle vicende umane, il senso del tragico, chiaramente si affievolisce e finisce per scomparire.

Un po’ come quest’affetto di cui stiamo parlando; l’amicizia di un giovane filosofo e un musicista, un bel po’ avanti con gli anni e un bel po’ più famoso, e sarà l’inizio del festival di Bayreuth – cittadina della Baviera, dove ancora adesso, ogni estate, c’è un grande festival di musica dedicato alle opere di Wagner – a segnare la fine della fede riposta dal giovane, nel famoso musicista.
Torniamo a quell’estate del 1876, prima edizione di questo festival, Nietzsche ha appena pubblicato un saggio intitolato “Richard Wagner a Bayreuth” che è già un inizio in cui prende distanza, ma non ancora così chiaramente. A cosa dobbiamo questo disamore? Ai preparativi del festival di Bayreuth, dove il filosofo si accorge scandalizzato, del carattere di evento mondano, in fondo anche di massa, di questa manifestazione, per cui, vede Wagner, come qualcuno preso dalla smania di significare qualcosa nella cultura del tempo, e che non si è limitato ad essere un autore di opere liriche anche famose o popolari; inoltre, si è lasciato prendere la mano da una sorta di ritorno, ad una radice mitico-cristiana. Non più i Nibelunghi, ma il Pharsiphal, una tragedia fondamentalmente cristiana, dove si tratta della ricerca del sacro Gral. Nietzsche vede dunque, a parte questi contenuti, il festival di Bayreuth come un cedimento da parte dell’artista, e sarà il segno che in definitiva, elaborerà nelle opere di quel periodo e subito dopo. Non è dunque dall’arte, che ci si può aspettare una riforma della cultura, una rinascita dello spirito greco, un’uscita dalla decadenza. Ecco l’importanza di quest’amicizia, di cui dicevamo, nella sua posizione teorica, perché, non soltanto perde la fiducia nella musica wagneriana, nella personalità di questi, ma perde contemporaneamente quello che potremo chiamare il suo estetismo giovanile, presente nella prima grande opera conosciuta di Nietzsche, “La nascita della tragedia” e “l’origine dello spirito della musica“. In queste opere, infatti, c’era una sorta di metafisica dell’artista, di filosofia generale del mondo, dal punto di vista dell’arte, del significato determinante di questa, per l’esistenza e per lo sviluppo della cultura. Dal ’76, dal festival di Bayreuth, quando abbandona appunto la fiducia in Wagner, cambia abbastanza radicalmente idea e diventa quello che potremmo chiamare un’illuminista.

Il Nietzsche illuminista che è appunto l’autore di opere come “Umano, troppo umano“, titolo già di per sé significativo, perché indica il modo di guardare alla storia dei valori – morali, metafisici, artistici – che non sono valori superiori, ma soltanto produzioni, se non mistificate, di certo sublimate da basse pulsioni: egoismo, istinto di sopravvivenza, volontà di affermazioni, eccetera. Altre opere caratteristiche di questo periodo, tra la seconda metà degli anni ’70 e la prima metà dei ’80, sono: “Aurora” e “La gaia scienza“. In questo periodo Nietzsche, ha perso dunque questa fiducia in una metafisica dell’artista o dell’arte stessa, come quella che aveva nei suoi anni wagneriani, ma ben lontano dall’essersi allontanato dall’arte come fatto culturale, spirituale, e significativo; dove artistica resta l’esaltazione, la preparazione all’identificazione del carattere di falsità di tutti i nostri valori, un riconoscimento gioioso di questi caratteri. Leggiamo a proposito, l’aforisma della “Gaia scienza” numero 107, intitolato “La nostra ultima gratitudine verso l’arte“, che è lungo, per cui ne leggo solo qualche riga iniziale: “Se non avessimo consentito alle arti e non avessimo escogitato questa specie di culto del non vero, la cognizione dell’universale, non-verità e menzogna che ci è oggi fornita dalla scienza, — il riconoscimento dell’illusione e dell’errore come condizioni dell’esistenza conoscitiva e sensibile, — non sarebbe affatto sopportabile. La conseguenza dell’onestà, cioè del non mentire più, sarebbe la nausea, il suicidio“. È molto complesso l’incipit di quest’aforisma, perché in qualche modo, introduce il pensiero di Nietzsche sull’apparenza, contestata e contestabile da un lato, ma inevitabile strumento per la sopravvivenza dall’altro, ivi inclusa la scienza. Lo studio matematico della realtà, la stabilizzazione degli esperimenti scientifici, altro non è, che un modo di sostituire il reale, con delle forme che a noi tornano utili; per questa ragione, non può essere reale. Questo discorso poi, è stato abbastanza assimilato dalla scienza, a fine dell’ottocento e novecento, anche se non tutti sono d’accordo. Riassumendo dunque, le proposizioni scientifiche sono dei modi di mettere in ordine il mondo che di per sé è caotico, secondo forme a noi utili; mondo che dunque resta sconosciuto, e queste forme di conseguenza, non possono che essere menzognere. Ora, è qui che s’insinua l’arte, che ci ha educato ad accettare gioiosamente il mondo delle forme inventate, non vere, e a non preoccuparci più tanto della verità, ma piuttosto della bellezza e della stabilità della forma.

Il pensiero che Nietzsche elabora in queste opere, che possono essere chiamate o sono state chiamate, del periodo illuministico del suo filosofare, è un pensiero che ha il carattere genealogico. La genealogia, è la ricostruzione del passato, risalendo ai nostri antenati, ma qui si tratta specificatamente, di ricostruire il divenire di quella che è la nostra cultura, attraverso forme che non sono la verità. Dobbiamo però, distinguere Nietzsche dagli illuministi, perché questi, credevano nel progresso della storia come illuminazione della ragione che conosce il vero; anche adesso quando parliamo di progresso scientifico, generalmente riteniamo che ci si perfezioni nella conoscenza della verità, il che non è propriamente esatto. Nietzsche non credeva questo, ma che la ricchezza della nostra cultura, fosse dovuta alla capacità d’invenzione delle forme – queste vere – che reggevano queste culture; ma sostenere delle forme, non è altro che il persistere della cultura stessa, e non scoprire la verità della natura. Il pensiero genealogico dunque, come un modo di risalire ai nostri errori del passato, per arricchire la nostra esperienza, mettendoci in relazione con la storia della cultura, non come storia della verità, ma piuttosto dell’arricchimento di colori da parte dello spirito umano. Il mondo diventa più bello e più intenso per noi, poiché vi soprapponiamo delle forme che ci piacciono, delle invenzioni che poi non sono soltanto arbitrarie, ma sono necessarie a livello vitale, perché non tutti riescono a reggere le cose come sono.

Eccoci per concludere, ad un altro aforisma di “Umano, troppo umano“, il 251 dove Nietzsche scrive: “Una cultura superiore deve dare all’uomo un doppio cervello, per così dire due camere cerebrali, una per sentire la scienza, un’altra per sentire la non-scienza; adiacenti, senza interferenze reciproche, separabili, chiudibili; è un’esigenza di salute. In una zona ci sarà la sorgente di energia, nell’altra il regolatore: il calore verrà fornito da illusioni, parzialità, passioni, e con l’aiuto della scienza conoscitiva si preverranno le cattive e pericolose conseguenze di un surriscaldamento.” Ora, questa prospettiva, può anche sembrare irrazionale, ma in fondo non lo è, diciamo che è un punto di equilibrio, fra quelle che sono le interpretazioni vivibili del mondo, nell’arte come pure nella scienza, e la possibilità per l’uomo come scienziato, di saper distinguere e porvi rimedio.