Confucio: vita e insegnamento

Confucio, il fondatore della dottrina, visse tra il 551 e il 479 a.C. Con tutta probabilità apparteneva alle file della piccola nobiltà impoverita, assai folte all’epoca, e come tutti costoro era convinto della superiorità della propria condizione. Si sa poco di certo sulla sua vita e sulle sue origini; le informazioni dettagliate in proposito sono, senza eccezioni, invenzioni delle generazioni successive.Le dottrine di Confucio si possono spiegare solo se si tiene presente lo scenario costituito dai rapporti di potere politico nella Cina del VI e del V secolo. Le idee fondamentali, tuttavia, risalgono a concezioni considerevolmente più antiche, quali quelle del bene pubblico e della funzione esercitata come unica via legittima per conseguire gloria, considerazione e una posizione più elevata. Confucio dava molta importanza alle capacità necessarie per ricoprire una carica. In particolare riteneva necessaria una conoscenza precisa dei riti di corte e delle cronache, ossia delle antiche opere di storia. Nonostante l’esigenza di una formazione culturale così ampia dell’élite, già all’epoca di Confucio si delinea la tendenza a una certa specializzazione.

In un’epoca in cui si erano allentati i vincoli di sangue dell’aristocrazia e dei clan e si cercava una soluzione delle conflittualità, Confucio aspirava a una ricostruzione dell’ordine morale che si richiamasse agli ideali etici dell’antichità, ma personalmente non ebbe successo in politica. A quanto pare, aveva acquistato un tale grado di cultura, quale gli sarebbe stato impossibile conseguire rivestendo cariche più elevate. Cultura e successo nella carriera, del resto, saranno difficili da conciliare nella pratica anche nella Cina confuciana delle epoche successive, sebbene la loro compresenza in una sola persona restasse l’ideale, sia pure raggiunto da pochi. A prescindere dalla possibilità di applicare praticamente i propri principî, Confucio agì efficacemente su amici e allievi, alcuni dei quali entrarono al servizio dello Stato. Solo verso i cinquant’anni egli, sentendosi manifestamente chiamato a redimere il mondo e considerandosi nel solco della tradizione del ‘mutamento del sovrano’, cercò di agire al di fuori del regno di Lu in cui era nato (nell’attuale regione dello Shandong); dopo circa un decennio seguì però il richiamo dei suoi discepoli e fece ritorno nel regno di Lu, dove trascorse insegnando il resto della sua esistenza.Per tutta la vita Confucio rimase convinto di possedere una vocazione al potere di carattere interiore, quasi nascosto, giacché con la crisi dell’antico ordine si era spezzata l’unità tra ‘vocazione’ ed effettivo esercizio del potere, e il sovrano non era più considerato come colui che è ‘chiamato’ a regnare. Questa idea di sé di Confucio e dei suoi seguaci fece nascere in loro la convinzione di essere degli eletti e il senso di una certa indipendenza. Da questa tensione nei confronti del mondo e dal dubbio di fondo sul carisma del sovrano scaturì l’esigenza dei confuciani di partecipare attivamente all’organizzazione della vita pubblica, ma anche l’opposta tendenza a un sostanziale rifiuto del mondo della politica.

Al centro della dottrina di Confucio vi è il concetto di ren (‘benevolenza’ o ‘amore per gli uomini’), e sia lui che i suoi seguaci perseguivano l’ideale del ‘gentiluomo’ (junzi). Tale concetto di junzi, che originariamente significava anche ‘figlio di principi’ e aveva ora assunto il significato di ‘nobile’ o di ’eminente’, rispecchia la preoccupazione di Confucio di preservare l’ideale aristocratico anche dopo la dissoluzione dei vincoli fondati sul sangue. Tale individuo ‘nobile’ accresceva la propria forza interiore mediante ‘l’amore per gli antichi’, seguendo il modello di rapporti sociali propri dell’epoca delle prime dinastie Zhou, e conservando i culti e gli scritti antichi. Indicando le usanze e le prescrizioni degli antichi come norme vincolanti, Confucio identifica i costumi tradizionali con la moralità. Fine dichiarato di Confucio e dei suoi seguaci era il perseguimento del bene comune e l’abolizione del dominio arbitrario di alcune potenti famiglie nobiliari, che contrassegnava la sua epoca. La mancanza di un forte potere centrale lo spinse a non attendersi da questo la realizzazione dei suoi intendimenti. Confucio confidava piuttosto nell’osservanza di determinati principî morali all’interno della famiglia, ma richiedeva anche una basilare riforma amministrativa che contemplasse in primo luogo minori oneri fiscali, una riduzione delle pene e un atteggiamento possibilmente benevolo nei confronti dei sudditi. In un’epoca in cui si assisteva al progressivo allentarsi dei vincoli familiari, l’educazione e l’istruzione non si svolgevano più nell’ambito domestico, ma venivano affidate a una istituzione specifica rappresentata dal maestro; di questa figura Confucio fu in seguito considerato il prototipo.

L’etica teorizzata da Confucio è dunque completamente determinata dall’idea dello Stato o comunque della comunità bene ordinati. Anche al singolo, però, è prescritta una condotta improntata alla rettitudine, onde contribuire a che “la Via sia data sotto il Cielo” (Lunyu, 16.2). Richiamandosi agli ideali dei leggendari sovrani dell’antichità Yao e Shun, Confucio trasmise ai discepoli la propria concezione di un ordine migliore del mondo, esortandoli a coltivare la propria personalità. Perciò, accanto alla formazione letteraria nel senso più ampio, assumevano un posto di primo piano l’insegnamento del valore della moralità in politica e l’esortazione all’integrità personale. Sulla base di questi insegnamenti i discepoli di Confucio erano raccomandati per assumere cariche politiche, che in parte era lo stesso maestro a procurare. Questa forma della raccomandazione costituì per secoli il sistema usuale di reclutamento dei funzionari, e non fu mai del tutto sostituita dagli esami di Stato introdotti in seguito.

Il costituirsi delle scuole e la loro tradizione


Le correnti spirituali che nei secoli successivi si richiamarono a Confucio svilupparono la dottrina originaria apportandovi dei cambiamenti. Le molteplici divisioni e scissioni diedero origine a vere e proprie scuole, sulle cui prime vicende tuttavia si possono fare solo congetture. Successive opposizioni tra singole tradizioni e orientamenti interpretativi hanno portato – soprattutto sulla spinta del cosiddetto neoconfucianesimo, costituitosi a partire dall’VIII secolo – a spostare nel passato determinate linee della tradizione. Già dal V secolo a.C. dovettero essersi costituite due contrapposte scuole confuciane, una delle quali, orientata per lo più in senso politico e sociale, si basava sul Daxue (‘Il grande studio’) attribuito al discepolo di Confucio Zengzi (505-436 a.C.); l’altra, di carattere soprattutto metafisico e religioso, si basava con tutta probabilità sullo Zhongyong (‘Il giusto mezzo’) attribuito al nipote di Confucio Zisi (483-402 a.C.). Mentre l’indirizzo di tipo politicosociale acquistò rilevanza propriamente solo a partire dall’XI secolo, lo Zhongyong divenne già in epoca Tang uno dei testi più importanti della dottrina confuciana.Nella storia del confucianesimo si fronteggiarono spesso orientamenti contrapposti. Il conflitto dottrinale più famoso fu quello tra Mencio (372-289 a.C.) e Xunzi (?298-238 a.C.) sul carattere della natura umana, sul problema cioè se questa all’origine sia buona o malvagia. Comunque anche i confini rispetto ad altri orientamenti spirituali erano del tutto fluidi, e il confucianesimo si sviluppò non solo in contrasto con altre dottrine, ma anche mutuando da esse degli elementi.

La tradizione confuciana conobbe una rinascita dopo l’annullamento nel 191 a.C. del decreto emanato all’epoca della dinastia Qin (221-206 a.C.) che proibiva la diffusione dei libri. Tuttavia il confucianesimo ebbe un riconoscimento ufficiale e garanzie istituzionali solo nel 136 a.C., sotto l’imperatore Wu della dinastia Han, con la creazione di cattedre (boshi) per lo studio dei cinque libri canonici. La designazione stessa boshi per tali cattedre si riallaccia alla tradizione dei primi consiglieri dei principi, e dimostra come alla base dell’insediamento dei confuciani vi fossero intenti politici. Inoltre, a causa della lunga interruzione della tradizione e soprattutto a causa della politica legalista della dinastia Qin, era venuta meno l’usanza dell’interpretazione orale dei testi, i quali perciò non venivano più intesi correttamente. Ai detentori delle cattedre e alle loro scuole, la cui specializzazione si rivolgeva di volta in volta a un solo testo canonico, e che si sentivano impegnati nella pratica politica e nella conservazione dell’ordine costituito e aspiravano alla conoscenza del ‘grande significato’, si oppose un gruppo di dotti. La maggior parte di questi eruditi si basava su una versione dei testi canonici che per lungo tempo fu ritenuta dispersa e che ora è stata ritrovata. Poiché questi testi erano redatti nel tipo di scrittura antecedente la riforma della dinastia Qin, si parla di scuola della ‘scrittura antica’ (guwen).

La tradizione dell’interpretazione dei testi non si interruppe dopo la caduta della dinastia Han e la divisione dell’Impero, durata sino alla fine del VI secolo; rimase però sullo sfondo, mescolandosi con l’interesse nei confronti del buddhismo e di correnti taoistiche. Un secondo movimento della ‘scrittura antica’, cominciato in epoca Tang e culminato con Han Yu (768-824), stigmatizzò le raffinatezze stilistiche e i manierismi in particolare della tradizione del sud. Nonostante venisse rilevata una interruzione della tradizione da Mencio in poi, venivano seguite le stesse orme. Questa corrente, inizialmente d’opposizione, divenne una delle più importanti nell’XI secolo. Come molti loro contemporanei, gli appartenenti a questo gruppo erano stati fortemente influenzati dal buddhismo. Negli anni di apprendistato e in occasione dei numerosi soggiorni nei monasteri, avevano avuto modo di entrare in contatto con gli orientamenti spirituali del buddhismo, ma nella maturità si erano visti costretti in molti casi a nascondere tale influsso e ad appoggiare la tradizione della ‘scrittura antica’. Da questa ripresa del movimento della ‘scrittura antica’ nel corso dell’epoca Song ebbe origine il cosiddetto neoconfucianesimo, che troverà la sua massima espressione nella dottrina di Zhu Xi (1130-1200). Contro l’indirizzo di Zhu Xi si levarono ben presto altri maestri: in generale, a partire dall’affermazione della burocrazia in Cina con l’avvento della dinastia Song (960-1279), comparvero sulla scena tanto singole personalità carismatiche di maestri, quanto gruppi di dotti che attorno a esse si raccoglievano o a esse si richiamavano. Ciò non sta solo a indicare nuove forme di responsabilità pubbliche dei confuciani, ma rispecchia anche il crescere d’importanza del loro ruolo come guide religiose e spirituali. Decisivi per il consolidamento di un’etica confuciana dell’élite culturale, furono senza dubbio i periodi della dominazione straniera in territorio cinese a partire dal IX secolo. Già all’epoca delle sei dinastie (220-589) il perdurare degli ideali confuciani anche in periodi di mancanza di sovrani o di cattivi sovrani aveva contribuito a conservarne le tradizioni. In una situazione di dissolvimento dei rapporti di obbligazione tra sovrani e ministri, da un lato si dovette rafforzare l’ideale della lealtà (zhong), dall’altro i funzionari colti (confuciani) considerarono il proprio agire come determinato da principî generali, indipendenti dalle dinastie che di volta in volta si succedevano al potere. A ciò si aggiunse il fatto che l’ideale dell’uomo eccellente (junzi), in base al quale l’isolamento era la condizione necessaria per raggiungere la perfezione, ostacolò l’unione di chi condivideva le stesse idee e la formazione di partiti o di fazioni.