Fonti e precedenti del neopositivismo

Per precisare tali tesi è bene partire dal lungo elenco di ‘precursori’ indicato da Carnap, Hahn e Neurath nel già ricordato manifesto del 1929, Wissenschaftliche Weltauffassung. Tra gli empiristi e i positivisti sono ricordati, oltre a Hume, i filosofi dell’illuminismo, Comte, Mill, Avenarius e Mach; come filosofi della scienza: Helmholtz, Riemann, Mach, Poincaré, Enriques, Duhein, Boltzmann e Einstein; come logici e teorici dell’assiomatica: Leibniz, Peano, Frege, Schröder, Russell, Whitehead e Wittgenstein da un lato e, dall’altro, Pasch, Peano, Vailati, Pieri e Hilbert; come filosofi della morale e sociologi di orientamento positivistico: Epicuro, Hume, Bentham, Mill Comte, Spencer, Feuerbach, Marx. E un elenco non solo lungo ma anche vario, in cui sono accostati pensatori anche assai diversi; va tuttavia notato ch’essi sono per lo più considerati solo per un aspetto del loro pensiero: così, Einstein per le sue definizioni ‘operative’ di concetti fisici, Leibniz per la sua logica e non certo per la metafisica, e Marx non per la logica, ma per la sua analisi scientifica della storia.
Se, di là dalle differenze anche profonde, si cerca un elemento comune a tutti questi ‘precursori’, esso è facilmente individuabile nella valutazione positiva ch’essi davano – in maggiore o minor misura – dell’atteggiamento scientifico e dei suoi metodi. Incontriamo così un primo contrassegno caratteristico, forse il più importante, del neopositivismo. Quella valutazione positiva dei ‘precursori’ è esaltata in esso sì da diventare attenzione e predilezione esclusiva per l’atteggiamento e i metodi della scienza: è l’unico atteggiamento, per i neopositivisti, che non indulga a interpretazioni mistiche, teologiche o metafisiche dell’esperienza, e che è anche destinato a subentrare ad esse, gradualmente, in ogni campo. Per tale aspetto il neopositivismo riprende non le argomentazioni, bensì il tono ‘scientistico’ del positivismo ottocentesco; e l’insistenza quasi esclusiva sull’analisi del linguaggio scientifico ne precisa anche la collocazione nell’ambito più vasto della filosofia analitica.

Tra i pensatori sopra ricordati, Hume è certo quello che ha un orientamento globale più affine al neopositivismo: in primo luogo, perché fu fautore di una ‘scienza unificata’ e cercò di portare nelle scienze dell’uomo lo stesso rigore ch’era stato già realizzato in alcuni settori della scienza della natura; e poi perché la celebre chiusa della Enquiry concerning human understanding potrebbe benissimo fungere da motto per il neopositivismo: ‟Se ci viene tra le mani qualche volume, per esempio di teologia o di metafisica scolastica, domandiamoci: contiene qualche ragionamento astratto sulla quantità o sui numeri? No. Contiene qualche ragionamento sperimentale su questioni di fatto e di esistenza? No. E allora, gettiamolo nel fuoco, perché non contiene che sofisticherie ed inganni” (tr. it. in: Ricerche sull’intelletto umano e sui principi della morale, Bari 1957, p. 184). Hume, tuttavia, entrava solo indirettamente nella tradizione a cui si ispirarono i primi membri del Wiener Kreis. Sia nello spazio sia nel tempo erano assai più vicine ad essi altre fonti di ispirazione. Mentre in Hume erano strettamente congiunti la tendenza empinstica e l’apprezzamento per il carattere analitico delle ‘relazioni di idee’, nel corso dell’Ottocento l’orientamento positivistico, in genere, non mantenne unificati questi due aspetti. Così la genesi del neopositivismo va individuata nel tentativo di cogliere i loro sviluppi più recenti e di rifonderli in una nuova prospettiva comune.
Per quanto riguarda l’aspetto empirico, fu assai forte sul Wiener Kreis l’influsso dell’empiriocriticismo del Mach, in cui si potevano scorgere addirittura anticipazioni di alcune svolte caratteristiche della scienza novecentesca. La metodologia del Mach, infatti, appariva assai adeguata ai caratteri della fisica del nuovo secolo, che aveva visto dapprima la svolta della teoria della relatività (ristretta e generale) di Einstein e poi l’affermarsi della meccanica quantistica; entrava così in crisi quella concezione ‘meccanicistica’ della realtà che sembrava essere stata unita inscindibilmente alla fisica classica. Le tesi empiriocriticiste sulla condanna dell’a priori, sulla riduzione del significato di tutti i concetti alle sensazioni, sulla concezione economica anziché ontologica delle leggi naturali apparivano pienamente confermate dalla nuova fisica, di cui parecchi neopositivisti (per es., Schlick, Reichenbach, Frank) avevano conoscenza diretta. Il compito della fisica, conformemente al pensiero di Mach, risultava ora quello di ordinare sistematicamente le sensazioni e di fare inferimenti dalle sensazioni attuali a quelle da attendersi. Quest’orientamento metodologico, che i membri del Wiener Kreis facevano risalire a Mach, era del resto assai diffuso in quegli anni: nel 1927, per es., il fisico americano P.W. Bridgman pubblicava The logic of modern physics, in cui sviluppava la concezione operazionalistica della scienza, secondo cui i concetti della scienza empirica vanno formulati in termini di operazioni realizzabili, cioè dando criteteri di applicazione espressi mediante procedure osservative o sperimentali. In Bridgman, forse inconsapevolmente, agivano temi del pragmatismo (Peirce) e dello strumentalismo (Dewey): si spiega così il fatto che, nonostante l’indipendenza delle formulazioni originarie, vi sia poi stato un facile incontro tra neopositivismo e pragmatismo americano.

L’apprezzamento dell’empiriocriticismo non impediva tuttavia ai membri del Circolo di Vienna di scorgerne i limiti. Come precisò il Frank: ‟Il nostro gruppo approvava pienamente le tendenze antimetafisiche del Mach e ci associavamo di buon grado al suo empirismo radicale come punto di partenza; ma eravamo del tutto consci della funzione primaria della matematica e della logica nella struttura della scienza. E ci pareva che Mach non avesse riconosciuto pienamente questo aspetto della scienza” (v. Frank, 1949, p. 7). È a proposito di tale aspetto che nella costituzione del neopositivismo incidono gli sviluppi ottocenteschi e novecenteschi della matematica e della logica. L’universalità e la necessità (sia pur ipotetica) delle proposizioni matematiche ne rendevano insostenibile l’interpretazione empiristica sulle orme, per es., di J. Stuart Mill; d’altra parte, il sorgere delle geometrie non euclidee, gli sviluppi formali dell’algebra, l’assiomatizzazione delle teorie matematiche e la concezione di esse come sistemi ipotetico-deduttivi costituivano tali sviluppi delle scienze matematiche da mettere decisamente in crisi la concezione kantiana della matematica come conoscenza sintetica a priori fondata su intuizioni pure. Ciò che veniva messo in luce era invece l’aspetto analitico del discorso matematico, che poteva in tal modo rendere conto della sua universalità e necessità. Su tale rinnovamento della filosofia della matematica incideva, del resto, il quasi contemporaneo rinnovamento delle ricerche sulla logica formale, richiesto dalla stessa esigenza di revisione criticamente rigorosa di branche tradizionali della matematica o dalla costituzione di nuove branche di essa, come la teoria degli insiemi. E significativo il fatto, per es., che proprio dalle ricerche dei matematici inglesi di metà Ottocento sui fondamenti dell’algebra sia nata quell”algebra della logica’ di G. Boole che segna la ripresa originale degli studi di logica. La familiarità di logica e matematica si venne sempre più accentuando, via via che attraverso la progressiva ‘aritmetizzazione’ della matematica si sentì maggiormente l’esigenza di chiarire i fondamenti di essa e lo stesso concetto di numero. Con il Frege prima e poi con B. Russell, tale familiarità di logica e matematica venne addirittura interpretata, secondo la tesi ‘logicista’, come riducibilità dei concetti elementari e delle proposizioni fondamentali della matematica ai concetti elementari e alle proposizioni fondamentali della logica formale, sia pur assai ampliata rispetto alla sillogistica tradizionale mediante l’elaborazione di una logica delle proposizioni e di una logica delle relazioni. I Principia mathematica, pubblicati dal Russell unitamente al Whitehead tra il 1910 e il 1913, costituirono la somma dei risultati di queste ricerche pluridecennali nel campo matematico e logico: ad essi il neopositivismo guardò come allo strumento più appropriato per superare i limiti dell’empiriocriticismo.

Gli studi logici del Russell (di cui si occuparono particolarmente Hahn e Carnap) non erano del resto il solo aspetto dell’opera del filosofo inglese che influisse sul Wiener Kreis. Sia pur attraverso le continue modificazioni apportate alla sua prospettiva filosofica nei primi due decenni del secolo, Russell aveva tuttavia mantenuto costante la preferenza per una filosofia scientifica, volta a chiarire le idee fondamentali della scienza e a sintetizzarne i risultati in una concezione unitaria: e questo orientamento era congeniale al neopositivismo. Inoltre, l’uso dei nuovi strumenti logici fatto dal Russell non solo sul terreno dei fondamenti della matematica, bensì su quello più ampio della filosofia in generale pareva indicare chiaramente la strada per una nuova conciliazione, più profonda di quella humeana, tra empirismo e razionalismo logico. Da Our knowledge of the external world (1914) a The philosophy of logical atomism (1918), Russell aveva cercato di mostrare come l’intero apparato concettuale della conoscenza e della scienza si potesse ridurre a un seguito di costruzioni logiche operate su una base elementare di eventi. Tuttavia, a una fusione totale di logica ed empirismo ostava in Russell una metafisica realistica – ch’egli attenuò senza mai abbandonare del tutto – a proposito della natura degli enti logici e matematici: inizialmente (nei Principles of mathematics) li concepì come un mondo di universali che doveva in qualche modo sussistere, nel senso del realismo scolastico, indipendentemente dai fatti sensibili. Nemmeno le critiche di L. Wittgenstein, di cui pur tenné conto nella seconda edizione dei Principia mathematica (1925-1927), lo portarono a rinunciare completamente a tale realismo.

Una rinuncia di questo tipo è invece al centro del Tractatus logico-philosophicus del Wittgenstein, uscito dapprima in tedesco, nel 1921, sugli ‟Annalen der Naturphilosophie” e l’anno seguente a Londra, con traduzione inglese a fronte e introduzione del Russell. E attraverso quest’opera che l’influsso del Russell sul Wiener Kreis ebbe una particolare mediazione. Il Tractatus era già stato abbozzato dal viennese Wittgenstein negli anni immediatamente precedenti la prima guerra mondiale, allorché egli, che già aveva seguito gli studi di ingegneria, ascoltava a Cambridge le lezioni di Russell. Negli anni in cui si veniva costituendo attorno a Schlick il Circolo di Vienna, Wittgenstein era ritornato a vivere nella sua città natale, disinteressandosi tuttavia della filosofia, proprio mentre la sua opera accentrava sempre più l’attenzione (Hahn la discuteva nei suoi seminari matematici, Schlick la considerava il cardine della svolta in filosofia). Nel 1929, l’anno della costituzione ufficiale del Wiener Kreis, Wittgenstein tornò in Inghilterra, a Cambridge, subito dopo il risveglio del suo interesse per la filosofia provocato dall’ascolto di una conferenza del matematico intuizionista Brouwer. Questi dati indicano il rapporto assai singolare tra Wittgenstein e il Circolo di Vienna: benché le concezioni originarie di esso dipendano strettamente dal Tractatus, Wittgenstein non partecipò mai alla vita del Circolo; solo Schlick e Waismann erano in rapporti personali con lui, e soprattutto il secondo risentì fortemente delle nuove idee che Wittgenstein andava elaborando. La cosa più singolare, tuttavia, è che nel momento stesso in cui si costituiva il neopositivismo, Wittgenstein ripudiava alcune tra le tesi del Tractatus che rappresentano, per i membri del Wiener Kreis, proprio i precedenti più importanti del neopositivismo. Dopo il 1929, infatti, pur non pubblicando nulla, nel suo insegnamento a Cambridge, Wittgenstein avviava quelle nuove analisi che improntarono così profondamente l’odierna filosofia analitica inglese. I temi delle Philosophische Untersuchungen, pubblicate postume nel 1953, sono in evidente polemica con il Tractatus: rinuncia all’attenzione esclusiva per il linguaggio scientifico, al linguaggio logico ideale, a un criterio di significanza unilaterale. L’affinità tra questo nuovo orientamento analitico e il neopositivismo è reperibile soltanto nel comune interesse per il linguaggio e in un atteggiamento che può essere chiamato (v. Ayer, 1959, p. 8) ’empirico’ nel senso politico del termine, così come si dice che Burke fu un campione di ’empirismo’: nel senso, cioè, che si evitano le generalizzazioni e si moltiplicano ed esaminano attentamente esempi particolari.

Il tema principale del Tractatus è l’indagine sul linguaggio e sulla sua capacità rappresentativa del mondo. Le lingue storiche, con le loro grammatiche, sono per lo più un ostacolo alla comprensione della struttura logica che permette al linguaggio di essere significante: di qui nascono quegli pseudoproblemi in cui, per Wittgenstein, si dibattono per lo più i filosofi tradizionali. La capacità significativa del linguaggio dipende dal suo essere immagine del mondo: la configurazione dei segni semplici (nomi) nel segno proposizionale corrisponde alla configurazione degli oggetti nei fatti reali. Così, il significato di una proposizione è la sua capacità raffigurativa di fatti possibili; ciò implica l’esistenza di fatti semplici (fatti-atomi) cui corrispondono proposizioni assolutamente semplici (elementari o atomiche): se non ci fossero fatti-atomi, il significato di una proposizione dipenderebbe sempre da altre proposizioni, e non sarebbe possibile formarsi una immagine del mondo. L’intera costruzione del linguaggio significante poggia sulla base delle proposizioni atomiche: le proposizioni non elementari (molecolari) risultano dalla connessione di quelle atomiche mediante le costanti logiche, e sono funzioni di verità di esse, poiché la loro verità o falsità dipende solo dalla verità o falsità delle proposizioni elementari. La scienza – per ciò che concerne il suo contenuto fattuale – è l’insieme delle proposizioni atomiche e molecolari; le proposizioni logiche e matematiche, che pur fanno parte della scienza, non hanno tuttavia significato fattuale (sono sinnlos): esse sono analitiche (o tautologiche), in quanto mere trasformazioni di segni linguistici, la cui validità dipende solo dalla forma intrinseca dei segni Stessi. Il valore universale delle proposizioni matematiche è così non più legato a presupposti metafisici, bensì soltanto alla loro particolare natura linguistica. Al di fuori delle proposizioni significanti fattualmente e delle tautologie o equaziòni, non vi sono altre asserzioni significanti, ma solo connessioni insensate (unsinnig) di parole: in esse rientrano la maggior parte delle asserzioni filosofiche tradizionali. Per Wittgenstein la filosofia non è conoscenza, bensì attività di elucidazione delle strutture del linguaggio significante. Anzi, le stesse proposizioni del Tractatus, benché importanti per la loro funzione chiarificatrice, sono unsinnig: la struttura del linguaggio, significante in virtù del suo isomorfismo con la struttura del mondo, può essere solo ‘mostrata’, perché il ‘dirla’ comporterebbe l’assurdità di uscir fuori dal linguaggio. Così il Tractatus si chiude con una nota mistica: ‟Sopra ciò di cui non si può parlare bisogna tacere” (v. Wittgenstein, 1922, prop. 7).