Prima fase del neopositivismo: analisi logica del linguaggio e antimetafisica

Il Tractatus è un libro difficile, di ardua lettura, come mostra la gran quantità di interpretazioni che di esso sono state date recentemente, tenendo conto anche del pensiero del secondo Wittgenstein. Forse gli interessi di fondo di questo filosofo furono diversi da quelli attribuitigli sia dai neopositivisti sia dai filosofi analitici. Pare ormai accertato, per quanto riguarda il Tractatus, che l’interesse di Wittgenstein per ciò che è dicibile, per il fatto ‘rappresentabile’, non sia affatto determinato dalla convinzione che solo il dicibile è importante (come inclinò a credere l’interpretazione scientistica del neopositivismo), bensì dalla convinzione contraria – risalente ai temi mistici di uno Schopenhauer, di un Kierkegaard e di un Tolstoj – che l’importante è l’indicibile, il valore, che può essere mostrato ma non detto, e che meglio appare attraverso la delineazione dei caratteri e dei limiti del dicibile, cioè della scienza. Ma il Tractatus divenne famoso attraverso la ‘lettura’ fattane dai neopositivisti, anche se essa non è sempre palesemente fedele. Non è agevole determinare, per es., che cosa siano gli ‘oggetti’ e i ‘fatti’ di cui si parla nel Tractatus. Vi sono motivi per intenderli in senso fenomenistico come percezioni e situazioni percettive (e in tal senso pare orientata anche la nota Some remarks on logicam form, del 1929, l’unico scritto pubblicato dal Wittgenstein dopo il Tractatus); ma vi sono anche motivi che ostano a tale interpretazione. Sta di fatto, tuttavia, che questa fu l’interpretazione data nel Wiener Kreis e che ebbe un peso storico nella costituzione del neopositivismo. Il Tractatus parve così il catalizzatore che permetteva la nuova sintesi dell’empirismo radicale e del razionalismo postulato dalla matematica: se l’universalità del discorso logico-matematico consiste nella sua tautologicità che nulla dice del mondo, la base contenutiva del discorso significante è costituita dalle percezioni immediatamente esperite (Erlebnisse) o da ciò che è riportabile ad esse.
La sintesi wittgensteiniana (nell’interpretazione neopositivistica) apriva del resto una nuova via per la riaffermazione di quei temi scientistici che il neopositivismo ereditava dal positivismo ottocentesco: la via dell’indagine linguistica, della chiarificazione delle capacità significative del linguaggio. La polemica contro le pretese della filosofia a costituirsi come ‘scienza’ (o di un campo metaempirico di oggetti o come superscienza dei metodi e dei fondamenti delle scienze particolari) poteva ora essere condotta non più mediante la dimostrazione della falsità delle tesi filosofiche, bensì attraverso l’indicazione della loro mancanza di senso. Se l’analisi linguistica mostra che i criteri di significanza del linguaggio della scienza sono gli unici criteri linguistici possibili, il trionfo della wissenschaftliche Weltauffassung è garantito, poiché sono proprio quei criteri di significanza che mettono al bando le pretese della filosofia.

Le formulazioni originarie del neopositivismo secondo questa prospettiva sono opera dello Schlick e del Carnap. Schlick, che già prima della sua chiamata a Vienna s’era distinto per i suoi studi sulla teoria della relatività e per l’impianto empiristico (polemico col neocriticismo) del problema della conoscenza (è del 1918 la sua Allgemeine Erkenntnislehre), trova nelle analisi linguistiche wittgensteiniane lo strumento per una nuova formulazione della sua concezione. La distinzione ch’egli già aveva introdotto tra l’esperire (Erleben) e il conoscere (Erkennen), tra l’esperienza vissuta immediatamente e la conoscenza, di valore intersoggettivo, che sorge quando a tale esperienza si coordinino le strutture simboliche delle scienze deduttive, è ripresa nei termini di analisi del linguaggio, poiché caratteri e limiti della conoscenza sono indicati dalla natura stessa della sua espressione linguistica. Gli elementi del linguaggio sono le proposizioni-atomo che rispecchiano i dati immediati, e le connessioni logiche di tali elementi danno l’intera struttura del linguaggio significante, che è quello della scienza. Indicare le condizioni in cui una proposizione è vera è lo stesso che indicarne il significato; e tali condizioni sono riscontrate nei dati di senso, che determinano quindi il significato di qualsiasi enunciato. ‟Il significato di una proposizione è il metodo della sua verifica” (v. Schlick, 1938, p. 340), così suona il celebre ‘criterio empirico di significanza’, che fu il tema centrale della prima fase del Wiener Kreis.

In numerosi saggi composti tra il 1926 e il 1936 (e poi raccolti da F. Waismann nel 1938 nei Gesammelte Aufsätze), lo Schlick si valse di tale impianto di pensiero per un’acuta discussione di alcune importanti questioni di metodologia scientifica: per es., la considerazione della relazione causale come possibilità di predizione di eventi e la critica alle interpretazioni spiritualistiche della meccanica quantistica. Ma la sua attenzione fu soprattutto rivolta ad una critica delle proposizioni ‘metafisiche’ o, in genere, filosofiche, poiché, secondo il criterio empirico di significanza, o esse sono riportabili a proposizioni scientifiche o sono prive di senso. Del primo tipo, per es., sono per Schlick le questioni relative all’immortalità dell’anima: anche se nelle condizioni attuali non è verificabile di fatto nessuna delle soluzioni proposte, tuttavia sono pensabili le esperienze che si potrebbero avere se una di esse fosse vera. Il criterio empirico di significanza richiede la verificabilità in linea di principio e non la verificazione effettiva. Ben diversa è invece la situazione per le asserzioni di un realista o di un soggettivista circa la trascendenza o non trascendenza del mondo rispetto all’atto di conoscenza: in nessun caso sono indicabili le condizioni che renderebbero verificabile la tesi della trascendenza o dell’immanenza; dunque, entrambe le tesi sono prive di senso. La filosofia, quindi, anche per Schlick, non è un sistema di conoscenze, ma di atti, che mostrano il rapporto proiettivo che sussiste tra realtà e linguaggio.

È soprattutto nella sua veste antimetafisica che il neopositivismo si impose dapprima all’attenzione internazionale, anche perché pure il Carnap insisteva su questi temi. In Der logische Aufbau der Welt (1928) egli mira a dare la ricostruzione dell’intero dominio dei concetti conoscitivi, ‘costituendoli’ in un ordine graduale come classi di proprietà e relazioni, il cui significato è garantito dai dati dell’esperienza immediata personale. Maggior risonanza ebbero tuttavia due suoi scritti che costituiscono la pars destruens di questi tentativi di analisi rigorosa del linguaggio scientifico: Scheinprobleme in der Philosophie (1928) e Ueberwindung der Metaphysik durch logische Analyse der Sprache (1931). Superare la metafisica mediante l’analisi logica della lingua vuol dire individuare i modi con cui si costruiscono le pseudoproposizioni metafisiche: o usando parole che non hanno significato empirico o connettendo parole singolarmente significanti in modo non conforme alla grammatica stabilita dal criterio empirico di significanza. Un esempio del primo tipo è parlare del ‘principio dell’essere’, e uno del secondo usare il termine ‘nulla’ come sostantivo, al modo di Heidegger, mentre la grammatica del linguaggio significante consente l’uso di ‘nulla’ solo nella costruzione di proposizioni negative (‘fuori non vi è nulla’, per es., equivale a ‘non c’è un x e x è fuori’). L’importanza che si attribuisce alle pseudoproposizioni filosofiche dipende per Carnap dal fatto che si ritiene siano asserzioni significanti quelle connessioni di parole che esprimono soltanto un sentimento vitale o stati affettivi ed emotivi. La metafisica è per lui un surrogato inadeguato dell’arte e i metafisici sono come ‟musicisti senza dono musicale”. Il rasoio di Occam del criterio di significanza taglia così altri rami dell’albero tradizionale della filosofia: eliminata la pretesa di fare asserzioni filosofiche di portata conoscitiva, si esclude ora che la filosofia possa costituirsi come qualcosa di autonomo (di là dall’analisi logica del linguaggio scientifico) rifugiandosi nel campo dei ‘giudizi di valore’. Quelli che così si chiamano non sono, per Carnap, né giudizi né proposizioni, ma mere manifestazioni sentimentali.