Prospettive etiche del neopositivismo

Nell’ambito del Wiener Kreis, anche da parte dello stesso Carnap, non si insistette tuttavia molto nell’indagine sui cosiddetti ‘giudizi di valore’. L’interesse dei più verteva infatti sulle scienze della natura e non sulle ‘scienze umane’; e anche chi, come il Neurath, coltivava studi sociologici, partiva dal presupposto che i procedimenti logici della scienza sono sempre gli stessi, quali che siano i suoi oggetti. La complessità degli oggetti delle scienze umane può rendere più difficile in esse la costituzione dileggi e di previsioni, ma la validità delle loro asserzioni, così come quella delle asserzioni delle scienze naturali, dipende dal criterio empirico di significanza. La scienza è unitaria. Il problema dei giudizi di valore non concerne quindi in generale le scienze umane, bensì soltanto l’etica. Ed a questo campo soltanto lo Schlick, tra i membri del Circolo di Vienna, dedicò un’opera: le Fragen der Ethik (1930). In essa c’è un senso gioioso della vita e delle manifestazioni più alte di essa: la contemplazione estetica e conoscitiva, la realizzazione della personalità in rapporti umani che non siano semplicemente strumentali, la serenità e l’entusiasmo che fanno apprezzare, come in un gioco, tutte le espressioni dell’esistere. Ma la giustificazione di questo atteggiamento è da Schlick ricercata mediante una teoria che vuoi essere scientifica. Egli fa dell’etica, come gli empiristi inglesi, una scienza di fatti, qualcosa che è fondata sull’utilità sociale, a cui gli istinti individuali sempre più si adeguano evolvendosi, poiché, secondo lui, è provato sperimentalmente che sono gli impulsi sociali quelli che meglio assicurano ai loro portatori una vita gioiosa. Un’etica alla Hume con una iniezione di evoluzionismo.
Ben diverso è l’atteggiamento del Carnap con la sua interpretazione dei giudizi di valore come mere espressioni emotive. Ciò comportava, per l’etica, non la riduzione schlickiana dei giudizi di valore ai giudizi di fatto, ma la dissoluzione dei primi come espressioni significanti. Carnap, tuttavia, non sviluppò un’indagine etica; chi la mandò innanzi in questa prospettiva fu l’inglese J.A. Ayer in Language, truth and logic (1936), uno scritto breve quanto fortunato, in cui l’autore espone le tesi ‘classiche’ del neo- positivismo, che egli aveva sentito discutere nelle riunioni del Wiener Kreis. La parte più originale dell’opera è proprio lo sviluppo della concezione ’emozionalistica’ della morale: il cosiddetto ‘giudizio di valore’ non è affatto un giudizio, ma l’espressione di un’emozione soggettiva, ed i predicati di valore (‘buono’, ‘giusto’, ecc.) sono segni emozionali, del tutto sostituibili con espressioni del volto o toni di voce o punti esclamativi. Non c’è quindi la possibilità di un discorso morale. Una forma più elaborata di emozionalismo è quella proposta dall’americano C.L. Stevenson in Ethics and language (1944), ove si riconosce un aspetto logico-razionale delle espressioni morali: se da un lato, infatti, esse non fanno altro che manifestare un atteggiamento di chi valuta (‘x è bene’ equivale a ‘io approvo x’), dall’altro hanno anche uno scopo pratico di comunicazione, in quanto mirano a influenzare gli atteggiamenti (emozionali) di coloro a cui sono rivolte. Per tale aspetto esse costituiscono un discorso persuasivo, che si vale anche di motivazioni e dimostrazioni.
Questi sviluppi etici, in sé stimolanti, sono tuttavia marginali nell’ambito del neopositivismo. Essi ebbero nondimeno grande risonanza nei paesi anglosassoni e soprattutto in Inghilterra, ove tra il 1940 e il 1950 il libro di Ayer fu di gran moda e considerato quasi una ‘Bibbia filosofica’. Non mancarono addirittura tra i critici dell’emozionalismo coloro che accusarono i suoi fautori d’essere distruttori della morale e corruttori della gioventù. Si trattò senza dubbio di forzature polemiche, che ebbero però se non altro il merito di suscitare un ampio interesse attorno ai problemi logici del discorso morale e di favorire quindi gli studi di etica analitica (R. M. Hare, P. H. Nowell-Smith, S. E. Toulmin, ecc.). Ma con essi siamo fuori dal neopositivismo.