Sviluppi del neopositivismo: fisicalismo e scienza unificata

A ben guardare, il criterio empirico di significanza (cosi grave di conseguenze antifilosofiche) è anch’esso, alla stregua di sé medesimo, una proposizione priva di significato: non sembra essere, infatti, né empirico né analitico. La difficoltà sarebbe superabile se lo si presentasse come una descrizione del modo di significare comunemente attribuito alle asserzioni informative; ma in tal caso perderebbe la sua forza prescrittiva, in base a cui condanna come privi di senso tutti gli altri tipi di asserzioni. Una riflessione di questo genere non è stata certo estranea all’affermarsi di quella filosofia analitico-linguistica che si colloca fuori del neopositivismo. L’attenzione dei membri del Wiener Kreis non si soffermò invece su tali difficoltà: essa si volse piuttosto ad altre questioni sollevate dal criterio empirico di significanza, ed è nella discussione di esse che il neopositivismo si avviò verso una nuova fase.

Un’applicazione rigida del criterio rendeva prive di senso non solo le asserzioni metafisiche, bensì anche le proposizioni universali della scienza, come le leggi, che non sono riducibili a congiunzioni di Erlebnisse. Eppure esse sono significanti. Schlick scioglieva l’imbarazzo dichiarando che le leggi sono ‘regole’ per la formazione di asserzioni particolari (sebbene le ‘regole’ non avessero molto posto nella sua concezione del linguaggio). Ciò che tuttavia urtò la sensibilità scientistica dei più rigidi fautori della wissenschaftliche Weltauffassung fu che tale concezione doveva appellarsi a qualcosa di extralinguistico, gli Erlbnisse, che poteva far risorgere la metafisica dell’inesprimibile; la stessa attività filosofica come chiarificazione di significati (già s’è ricordata la chiusa mistica del Tractatus) diventava qualcosa di inesprimibile, dovendo solo ‘mostrare’ (e quindi presupporre) l’identità di struttura tra il linguaggio e ciò che esso significa. Rinunciare all’appello al dato sensibile extralinguistico implicava un indebolimento della forza polemica del neopositivismo contro la filosofia tradizionale: ed è questo uno dei motivi per cui Schlick difese sempre la formulazione primitiva; ma c’era chi credeva di poter mantenere la stessa forza polemica anche rinunciando a quell’appello e alla sua implicita filosoficità. Dapprima Neurath, poi anche Carnap entrarono in polemica con Schlick, sostenendo la tesi del ‘fisicalismo radicale’. A partire dal 1931 (anno in cui Neurath pubblicò su ‟Scientia” l’articolo Physikalismus, seguito poi da una serie di articoli su ‟Erkenntnis”), l’ala rivoluzionaria del neopositivismo indica la base empirica del discorso scientifico non più nell’espressione linguistica di dati extralinguistici, bensì prende come punto di partenza i ‘protocolli’ (per es., ‟Il signor X, nel luogo y e al tempo t, osserva che…”), cioè le proposizioni elementari che sono formulate dagli scienziati di un determinato ambiente culturale.

I protocolli hanno la stessa struttura linguistica delle altre proposizioni della scienza e non pretendono (come invece le proposizioni atomiche o le ‘constatazioni’, come talvolta le chiamò Schlick) alcuna assolutezza o posizione di privilegio. Nei protocolli compaiono nomi di cose e di proprietà osservabili e determinazioni spazio-temporali: cioè, la terminologia tipica della fisica (di qui il nome di ‘fisicalismo’) che rende significante il discorso scientifico; esso è infatti sottoponibile a verifica, sebbene la verifica avvenga sempre mediante un confronto di enunciati e non trovi mai un arresto definitivo in qualcosa di extralinguistico. Ciò comporta anche una modifica del criterio di significanza, a cui contribuisce particolarmente il Carnap (specie con il saggio del 1936 Testability and meaning): poiché la verifica non è mai completa e definitiva, egli preferisce parlare di ‘confermabilità’, anziché di verificabilità. E la confermabilità può essere completa o incompleta : c’è la prima quando una proposizione è conseguenza di una classe finita di proposizioni con predicati osservabili; la seconda vale invece per quel tipo di proposizioni che hanno come conseguenza una classe infinita di proposizioni con predicati osservabili. Di questo tipo sono le leggi scientifiche, che sono quindi confermabili secondo il nuovo criterio di significanza, il quale, tuttavia, esclude come prive di senso la maggior parte delle asserzioni metafisiche. Determinare quali siano i protocolli di una teoria o quale tipo di conferma si voglia pretendere non ha niente di assoluto e di necessitato: si tratta di una decisione convenzionale. Carnap così giudicava la posizione iniziale del neopositivismo (compresa quella da lui assunta in Der logische Aufbau der Welt): l’errore fu ‟nel non riconoscere nella questione un problema di decisione concernente la forma del linguaggio; esprimemmo pertanto la nostra concezione in forma di asserzione – come si usa tra filosofi – anziché in forma di proposta” (v. Carnap, 1937, p 5).

Un’altra tesi del fisicalismo fu quella dell’unità della scienza. Già s’è visto come questa sia una tesi caratterizzante tutto il neopositivismo. Nella formulazione fisicalistica essa acquistò tuttavia una maggior forza, poiché l’unificazione della scienza era raggiunta attraverso lo stesso linguaggio. È sintomatico che si debba proprio a Neurath – che si sforzò di applicare il linguaggio fisicalista alla sociologia – l’impostazione della International encyclopedia of unified science. Tuttavia, in essa fu realizzata più l’aspirazione a non porre divisioni e limitazioni pregiudiziali al metodo di ricerca scientifica (quale che sia l’oggetto studiato), che il programma fisicalistico, il quale, sotto l’aspetto dell’unità del linguaggio scientifico, pare talvolta riprendere il riduzionismo del positivismo ottocentesco. Per esempio, sebbene il Carnap affermi che il fisicalismo sostiene l’unità del linguaggio di ogni scienza e non l’unità delle leggi (cioè la loro riducibilità a quelle della fisica), la sua trattazione fisicalistica della psicologia (che coincide in genere con il ‘behaviorismo’ di J.B. Watson) mostra un chiaro orientamento riduzionistico.

L’attenzione esclusiva per il linguaggio e la convenzionalità nella scelta delle sue forme indicano che il neopositivismo, nella fase fisicalista, trascura nell’analisi linguistica quella dimensione ‘semantica’ ch’era stata originariamente al centro del suo interesse, cioè la questione della possibilità di significanza del linguaggio. Poiché ciò era parso ancora tmetafisica’, l’interesse ora si concentra solo sulla struttura interna del linguaggio, sulla sua ‘sintassi’. È del 1934 l’opera di Carnap Logische Syntax der Sprache. L’interesse di quest’opera è duplice: da un lato, infatti, essa rappresenta un momento essenziale nella storia della logica contemporanea, come tentativo di soluzione organica e di sistemazione delle questioni dibattute dopo la comparsa dei Principia mathematica (difficoltà interne alla logistica e alle altre concezioni sui fondamenti della matematica, soprattutto del formalismo; problemi delle logiche modali e polivalenti); d’altro lato, invece, essa utilizza i risultati logici a cui perviene ai fini di una più raffinata formulazione delle tesi fisicalistiche del neopositivismo. È bene tener distinti questi due aspetti che spesso nelle interpretazioni del neopositivismo sono confusi, sì da ritenere propri della wissenschaftliche Weltauffassung quegli sviluppi della logica contemporanea che, per la loro scientificità, non sono legati a una visione o concezione determinata del mondo.

Nel suo aspetto tecnico la Syntax del Carnap giunge a presentare la ‘logica’ non più soltanto come strumento d’indagine del ragionamento deduttivo, bensì come l’insieme dei sistemi stessi di deduzione: se non si tiene più conto della dimensione semantica del linguaggio, non c’è più – come nella logistica – la preoccupazione di determinare quale sia la ‘vera logica’; il linguaggio diventa un calcolo e si possono costituire sistemi formali deduttivi diversi, variando la loro ‘sintassi’, ossia le regole di formazione (cioè, di combinazioni iniziali di segni) e quelle di trasformazione (cioè, di passaggio da una combinazione ad un’altra). Mediante la costruzione di due linguaggi con sintassi diversa Carnap mostra come si possa del tutto liberamente scegliere la forma linguistica: anche la non contraddittorietà di un sistema formale è postulata solo perché senza di essa il sistema non avrebbe alcun uso deduttivo. ‟In logica non c’è morale. Ciascuno può costruire come vuole la sua logica, cioè la sua forma di linguaggio. Se vuol discutere con noi, deve solo indicare come lo vuol fare, dare determinazioni sintattiche, invece di discussioni filosofiche” (v. Carnap, 1934, p. 45). La molteplicità delle sintassi permette di evitare la tesi wittgensteiniana dell’inesprimibilità della struttura del linguaggio: è sempre possibile parlare con un opportuno metalinguaggio della sintassi di un sistema formale dato (linguaggio oggetto). E tenendo conto delle indagini svolte da K. Gödel sui limiti della esprimibilità in un linguaggio oggetto del relativo metalinguaggio, Carnap illustra brillantemente il carattere ‘aperto’ del discorso logico-matematico. La ‘fondazione’ di un sistema non è possibile (come sempre s’era cercato di fare) mediante la riduzione di esso a un sistema più semplice, bensì soltanto mediante la costruzione di un sistema più ricco.

Il principio della convenzionalità è tuttavia usato dal Carnap non solo sul piano tecnico, bensì anche con funzione polemica nei confronti della filosofia tradizionale. Nella Syntax esso prende il posto che nella fase precedente del neopositivismo aveva avuto il criterio empirico di significanza. Applicando la considerazione sintattica non solo ai sistemi formali ma ad ogni tipo di linguaggio, si eliminano per Carnap i residui filosofici sopravvissuti nella metodologia scientifica. Le scienze (come la fisica, la psicologia, la sociologia, ecc.) si occupano di ciò di cui il linguaggio parla, mentre il metodologo si occupa dell’aspetto sintattico del linguaggio. Se i problemi sintattici sono espressi con un linguaggio formale appropriato (la formale Redeweise), è agevole riconoscerne la natura ed è possibile risolverli con opportune convenzioni ; ma se si usa invece un linguaggio contenutivo (la inhaltliche Redeweise), sì che si crede di parlare di enti anziché di segni, si incappa negli pseudoproblemi filosofici. Così è tipico dei filosofi chiedersi quale sia l’essenza del numero, dello spazio o del tempo, ecc. Tutti questi pseudoproblemi scompaiono se invece di numero, spazio e tempo si parla di ‘espressione numerica’, ‘coordinata spaziale’ e ‘coordinata temporale’, che sono termini sintattici. ‟Oltre ai problemi delle singole scienze speciali, rimangono come autentiche questioni scientifiche solo quelle dell’analisi logica della scienza, dei suoi concetti, delle sue proposizioni e teorie […]. Al posto dell’inestricabile groviglio problematico che si chiama filosofia compare la logica della scienza” (ibid., p. 204).

L’esito della fase fisicalistica del neopositivismo è così non solo antimetafisico ma addirittura antifilosofico: mentre nel primo momento alla filosofia, negata come dottrina, si riconosceva tuttavia una funzione specifica come attività, ora si propone di sostituirla con l’analisi logica della scienza, analisi che rientra essa stessa nell’attività scientifica. Vedremo come, in breve tempo, l’aspetto sintattico dell’analisi logica venga integrato con altri aspetti (semantico e pragmatico) ; tuttavia, rimarrà costante caratteristica del neopositivismo considerare l’analisi logica del linguaggio scientifico come sostitutiva della filosofia. Lo stesso Carnap conservò sempre, anche negli scritti più recenti – quali Empiricism, semantics, and ontology (1950) e l’autobiografia intellettuale e le risposte ai critici in The philosophy of Rudolf Carnap (1963) – l’orientamento mostrato nella Syntax del 1934. I cosiddetti problemi filosofici sono formulabili come questioni linguistiche che non hanno portata teorica e si risolvono mediante una ‘scelta’ di una forma di linguaggio: anziché ritenere che l’analisi linguistica sia un nuovo modo di affrontare i problemi tradizionali della filosofia, si è convinti che tale analisi segni una rottura netta con la tradizione e la dissoluzione degli pseudoproblemi ch’essa poneva. È forse questa la convinzione del neopositivismo che ha avuto maggior diffusione, anche indiretta: è rimasta traccia di neopositivismo in tutte quelle dottrine che, pur senza sostituire la filosofia con l’analisi logica del linguaggio della scienza, ritengono che l’analisi linguistica valga come eliminazione, totale o parziale, dei problemi filosofici tradizionali. Ciò è constatabile soprattutto in molte espressioni della filosofia analitica (compreso anche il ‘secondo’ Wittgenstein): si spiega così l’inclinazione che alcuni hanno a non distinguere (nonostante le differenze) tra neopositivismo e filosofia analitica.