Conclusione

Se il neopositivismo, per le sue tesi filosofiche, appartiene ormai al passato, è tuttavia opportuno distinguere tra ciò che in esso è qualcosa di conchiuso e ciò che invece ha conservato una sua attualità.

S’è ormai spenta, del neopositivismo, la forza polemica e negatrice a cui era legata la sua fama nel decennio tra il 1930 e il 1940 (o nell’immediato dopoguerra, in alcuni paesi, come l’Italia, in cui giunse più tardi e di rimando). Quella forza era inscindibilmente legata all’accettazione del criterio empirico di significanza, via via corretto ed attenuato sino ad una rinuncia di fatto da parte degli stessi neopositivisti. Nel 1970, con la morte di Carnap, scompare l’ultima grande figura del Wiener Kreis: ma già da molti anni s’era spento quello spirito negatore che l’aveva contrassegnato e che, in parte, era ancora sopravvissuto alla dispersione dei viennesi. C’è stato addirittura chi, pur avendo partecipato ai lavori del Wiener Kreis, s’è chiesto se la parte seria e feconda delle ricerche in esso condotte sia stata effettivamente connessa con l’accettazione di quel criterio di significanza, in nome del quale per tanti tipi di asserzioni venivano pronunciate sbrigative sentenze di insensatezza. Si tratta di K.R. Popper, che ha sempre rifiutato la qualifica di neopositivista, sebbene le idee da lui espresse nella Logik der Forschung (1935) siano state a lungo dibattute nell’ambito del Circolo di Vienna. Il problema del significato così come è affrontato col criterio empirico di significanza pare a Popper un problema puramente verbale ed egli respinge le interpretazioni neopositivistiche del suo principio della ‘falsificabilità’ come semplice correzione del principio della ‘verificabilità’, implicito in quel criterio. Il problema genuino della metodologia scientifica è, per Popper, quello della ‘demarcazione’, cioè della distinzione delle proposizioni scientifiche da quelle che scientifiche non sono e che, tuttavia, non sono affatto prive di significato. Il criterio della falsificabilità non è un criterio di significanza, bensì di demarcazione e, da questo punto di vista, assai migliore del criterio della verificabilità a cui, per esempio, già si sottraggono le leggi scientifiche. Esso dice semplicemente che per essere scientifiche le proposizioni e le teorie devono essere falsificabili o confutabili. In questa prospettiva, l’apporto metodologico del neopositivismo (per es., con le sue indagini sulla controllabilità) si ha positivamente sul piano della demarcazione e non su quello del significato.

Privato della forza polemica, il neopositivismo costituisce tuttavia un momento vivo dell’epistemologia contemporanea. In un articolo pubblicato nel primo volume di “Erkenntnis” – Die Wende der Philosophie – Schlick aveva considerato il neopositivismo come una svolta radicale nel filosofare: lo spirito negatore di esso si può forse capire se lo si connette con questa consapevolezza innovativa. Chi sente la novità del suo fare è spesso indotto a trascurare e a respingere il passato. Nel neopositivismo ci fu indubbiamente una forte carica innovativa per il fatto di portare sul piano linguistico le indagini filosofiche sulla scienza. Questo nuovo modo ‘linguistico’ di impostare i problemi filosofici ha certo un valore positivo; anche se i neopositivisti, con l’entusiasmo dei neofiti, scambiarono spesso un nuovo modo di filosofare con l’eliminazione degli stessi problemi filosofici attorno a cui la tradizione filosofica s’era travagliata. Qualcosa di analogo, fuori dell’ambito ristretto del neopositivismo, è capitato anche, agli inizi, nel campo più generale della filosofia analitica, in cui l’analisi linguistica fu intesa talvolta come strumento per bandire i problemi tradizionali. Si trattò di una eredità neopositivistica, che s’è venuta disperdendo negli ultimi anni, parallelamente all’esaurirsi della carica polemica, antimetafisica e antifilosofica, del neopositivismo.

Si può così ora meglio cogliere un altro aspetto positivo del contributo dato dal neopositivismo alla filosofia contemporanea. Proprio attraverso alcuni dei suoi caratteri meno convincenti polemica negatrice ed esclusivi- smo scientistico il neopositivismo ha costituito nel nostro secolo una delle occasioni maggiori per quel ripensamento della natura del filosofare ch’è stato, in ogni epoca, il problema primo della filosofia. Accanto ai contributi sul piano epistemologico e all’approfondimento di temi logici attuato da alcuni suoi rappresentanti, il neopositivismo ha quindi offerto, paradossalmente, qualcosa che pareva estraneo ai suoi programmi: lo spunto per la meditazione e una rinnovata impostazione della problematica filosofica. Ha avviato la costruzione di nuove botti per la conservazione del buon vecchio vino.

    —  Francesco Barone