La libertà e le libertà

Come si è accennato nella conclusione del capitolo precedente, la genesi della libertà ‘moderna’ sembra essere associata a un processo molto complicato di sottrazione all’autorità politica data del monopolio dell’identificazione collettiva e della definizione dei fini collettivi ultimi. Ciò richiede la costituzione di una comunità alternativa in cui ci si riconosca collettivamente in termini non politici.

Consideriamo in questa prospettiva il programma giusnaturalistico del contrattualismo come teoria normativa dell’obbligo politico. Protagonista è in ogni caso una comunità particolare, distinta dalla comunità politica data; a essa corrisponde un concetto di libertà distinto dalle libertà, dalle libertates connesse all’autorizzazione del potere pertinente nella comunità politica. La comunità non politica, costruita concettualmente, è universalistica e inclusiva al massimo grado o, comunque, a un grado molto alto: essa è la comunità dei ‘pari’, in cui sono riconosciuti come componenti gli esseri umani come individui. La libertà ‘naturale’ è opposta in tal modo alle libertà particolaristiche, ascritte a comunità determinate e circoscritte in virtù dell’esercizio dell’autorità politica data e delle sue classificazioni. È quest’ultima, nella prospettiva delle dottrine del contratto o del patto, a dover riconoscere che gli individui su cui l’autorità stessa si esercita sono ‘naturalmente’ liberi: il che vuol dire ugualmente liberi.

Se si è interessati a una teoria che produca interpretazioni del senso della libertà (e dei suoi mutamenti), si può cogliere qui una trasformazione saliente – entro la tradizione occidentale – del concetto di libertà. Quanto per convenzione usiamo chiamare la libertà ‘moderna’ presuppone l’identificazione di un insieme di proprietà non politiche che caratterizzano gli individui in quanto tali e, congiuntamente, l’idea che l’ordine politico è giustificabile se e solo se è coerente con requisiti derivanti dalle proprietà non politiche degli individui. La libertà moderna risulta così uno dei termini non politici più importanti – forse il più importante per giustificare e legittimare l’ordine politico. Questo rende conto della continua opposizione fra la libertà e le libertà nel conflitto delle interpretazioni della libertà che accompagna l’ascesa delle teorie giusnaturalistiche moderne. Le differenti teorie del patto sociale offrono naturalmente divergenti soluzioni del problema della giustificazione dell’ordine politico. Tuttavia il ruolo della libertà ‘naturale’, non politica, determina costantemente le diverse forme e arene di esercizio dell’autorità legittima o della sovranità. Si consideri in proposito la definizione della libertà – associata alla descrizione dello stato non politico (stato di natura o anarchia) – proposta da Thomas Hobbes e la si confronti con quella fornita da John Locke (v. Matteucci, 1984, pp. 109-166). Al di là delle drastiche differenze nell’interpretazione della situazione non politica (che generano differenti soluzioni del problema dell’ordine e dell’obbligo politico), il ruolo concettuale svolto dalla nozione di libertà, ascritta a chiunque in stato di natura, permane lo stesso nei due modelli più ampi di teoria politica normativa.

Così l’eguale libertà, ascritta a chiunque sia riconoscibile come un individuo, acquista un suo senso pertinente entro una più ampia famiglia di concezioni dell’ordine politico. Pur nelle loro differenze, queste concezioni, variamente connesse alla vicenda dello Stato territoriale moderno, devono ospitare l’idea della scelta razionale o ragionevole e, in ogni caso, del consenso, per rendere conto della giustificabilità dell’autorità politica, della sua portata e dei suoi – variabili – limiti. L’idea stessa dell’ordine politico come esito ‘artificiale’, come un costrutto e non come un dato naturale, è centrata sul riconoscimento della libertà moderna, intesa come proprietà normativamente rilevante e non politica di individui concepiti come cooperanti nella costruzione pattizia della comunità politica. Come abbiamo accennato, questo cambiamento concettuale rende conto della critica che, in nome della libertà, è possibile rivolgere alle libertà cetuali, territoriali o istituzionali, giuridicamente vigenti in virtù dell’autorizzazione politica. Le concessioni di privilegi, si può dire con Voltaire, non sono altro che titoli di servitù.

L’interpretazione della libertà come eguale libertà individuale specifica in tal modo, in un ambito di riferimento etico piuttosto che politico, le condizioni di possibilità dell’ordine politico coerente con la concettualizzazione dell’individuo come epicentro di valore. È quindi la congiunzione fra eguaglianza e libertà a definire propriamente il ruolo del concetto moderno di libertà nell’ambito di riferimento dell’ordine politico. Come è stato osservato nella ricostruzione storica del concetto di libertà nel XIX secolo, “il concetto moderno di libertà non costituisce la somma delle libertà cetuali condensata in un singolare collettivo ed estesa a tutti i cittadini: è stato piuttosto fondato giusnaturalisticamente contro queste libertà e poi confermato politicamente con il sorgere di una società di cittadini dello Stato. Il concetto si fonda sull’insistenza su un’autonomia dell’individuo che per la propria sicurezza esige divisione dei poteri, partecipazione politica e riconoscimento dei diritti dell’uomo, criticando al contempo come un malinteso (spiegabile a fronte della mutata funzione della feudalità) le libertà delle corporazioni e dei loro membri, ritenute soltanto concesse quando non addirittura usurpate. Il risultato di questo processo consiste nell’idea, nuova per la vita pratica, che la ‘libertà’ sia pensabile a prescindere da stati di fatto concreti. I due concetti – ‘la’ libertà e ‘le’ libertà – si escludevano reciprocamente in via di principio. Da una parte a un termine giuridico orientato alla tradizione si contrapponeva un concetto politico generale rivolto al futuro. Dall’altra lo spazio libero fissato temporalmente e spazialmente, protetto corporativamente, rappresentando uno dei contrassegni essenziali del feudalesimo, non poteva conciliarsi con una libertà pensata a partire dall’individuo e che doveva trovare nello Stato moderno, organizzato secondo una logica unitaria, i suoi organi e le sue garanzie. Non si trattava più soltanto di una libertà dal potere autoritativo, bensì della libertà come valore fondamentale della costituzione statuale” (v. Dipper, 1979; tr. it., pp. 91-92).

Il lungo e complicato processo che dalle libertà conduce alla libertà, nel senso ora indicato, trova un suo primo, provvisorio, terminus ad quem nell’impresa del costituzionalismo liberale e nelle Dichiarazioni dei diritti della fine del XVIII secolo. Costituzionalismo e arte della separazione fra arene o sfere sociali sono sinonimi, come è stato suggerito – fra gli altri – da Michael Walzer (v., 1986). Sotto il vincolo della libertà eguale degli individui si delineano i confini fra varie sfere, fra cui quella in cui si esercita l’autorità politica. Ancora una volta la differenziazione e la relativa autonomia fra distinti sistemi o campi sociali risultano connesse al riconoscimento della libertà degli individui; più precisamente, come abbiamo detto, alla presenza di comunità di soggetti liberi, entro determinate sfere, di perseguire una varietà di scopi. Per questo una interpretazione del senso della libertà ‘moderna’ si ritrova, in un quadro per tanti versi drasticamente mutato, di fronte a una famiglia o a un sistema di libertà (al plurale). E i differenti concetti di libertà, i loro possibili conflitti e le loro possibili tensioni, instabili equilibri o compatibilità, trovano così il loro senso.

Qui è possibile rendere conto della dicotomia di Berlin esaminata nel cap. 2, piuttosto che della tesi di Constant sulla libertà degli antichi e dei moderni, o della critica di Karl Marx (v. 1844) alla fallacia della promessa universalistica della libertà del citoyen nella società del bourgeois, piuttosto che dell’elogio di Wilhelm von Humboldt o John Stuart Mill dell’indipendenza individuale. In questo contesto, infine, è possibile trovare, alla radice, il conflitto fra teorie normative o visioni politiche diverse che assegnano differente valore alla libertà o al sistema delle libertà, proponendo diverse soluzioni dei dilemmi generati dalla tensione fra la libertà variamente intesa e altri valori o fini sociali (si pensi al caso del conflitto fra liberalismo e socialismo nell’ambito della questione sociale del XIX secolo europeo).Restano in ogni caso cruciali, nella ricostruzione storico-interpretativa del senso delle libertà, da un lato la connessione fra maggiore o minore libertà e maggiore o minore differenziazione dei principî di identificazione collettiva e di definizione delle sfere sociali o comunità pertinenti, dall’altro la connessione fra maggiore o minore libertà e maggiore o minore opportunità di costituzione autonoma di comunità (religiose o ideologiche o culturali) alternative alla comunità politica o, nell’ambito della comunità politica stessa, maggiore o minore opportunità di dispersione o non agglutinamento delle risorse di potere. Nel primo caso avremo libertà o domande di libertà dalla politica; nel secondo libertà o domande di libertà politica (il che ha qualcosa a che vedere con la mobile separazione fra pubblico e privato, illustrata a proposito della concezione pluralistica di Berlin).