Lo sviluppo storico delle teorie evoluzionistiche

L’evoluzionismo nel XIX secolo


Le teorie dell’evoluzione della società umana risalgono al XVIII secolo, ma è solo nella seconda metà del XIX che esse si sono affermate con vigore. Anzi, questo periodo può a ragione essere considerato una sorta di ‘età dell’oro’ dell’evoluzionismo sociale. Benché vi siano stati molti sociologi evoluzionisti attivi in questo periodo, per ragioni di spazio sarà possibile prendere in considerazione solo i più importanti: Herbert Spencer, Lewis Henry Morgan, Edward Burnett Tylor, e Karl Marx e Friedrich Engels.
Il sociologo e filosofo sociale inglese Herbert Spencer (v. Peel, 1971 e 1972) formulò una legge generale del mutamento evolutivo, secondo la quale tutti i fenomeni manifesterebbero una tendenza a passare da uno stato di omogeneità incoerente a uno stato di eterogeneità coerente, cioè una tendenza all’incremento della differenziazione. L’evoluzione delle società umane sarebbe soltanto un esempio di come opera questa legge, valida peraltro anche per la terra e per la vita sulla terra, anzi per ogni cosa esistente nell’universo. Spencer, che concepiva l’evoluzione sociale in termini di incremento della differenziazione, utilizzò questo parametro per classificare anche le società. Egli individuò quattro modelli evolutivi delle società umane, che chiamò semplice, composto, doppiamente composto, triplamente composto. Questa classificazione andava dalle società primitive, politicamente prive di un capo, alle civiltà complesse. Spencer individuò anche un’altra tipologia, quella militare-industriale. Le società militari sono caratterizzate dalla subordinazione dell’individuo all’insieme sociale, mentre le società industriali sono quelle nelle quali gli individui godono di maggiore libertà. In generale Spencer riscontrò un movimento evolutivo dalle prime alle seconde.
Lewis Henry Morgan (v., 1877), un antropologo americano, elaborò un diverso concetto di evoluzione sociale: egli individuò nella storia umana tre principali “periodi etnici”, che chiamò stato selvaggio, barbarie e civiltà. Si tratta fondamentalmente di stadi di sviluppo tecnologico, durante i quali gli uomini passarono dalle primitive società di cacciatori-raccoglitori a società complesse basate su un’agricoltura avanzata e sulla scrittura. Morgan prese in considerazione anche l’evoluzione del governo, della famiglia e della proprietà. Nella sua analisi delle istituzioni di governo, alla quale dedicò grande attenzione, egli individuò due principali modelli evolutivi: la societas, che comprende le società relativamente democratiche ed egualitarie organizzate in funzione delle relazioni di parentela, e la civitas, i cui principî di integrazione sono invece la proprietà e il territorio; le ineguaglianze sociali ed economiche sono qui ampiamente diffuse, ed esiste ormai lo Stato.
L’antropologo inglese Edward Burnett Tylor è famoso soprattutto per aver utilizzato il concetto di ‘sopravvivenze’ come base per una dimostrazione delle sequenze evolutive. Le sopravvivenze sono aspetti della cultura che si sono perpetuati in stadi di evoluzione sociale successivi a quello durante il quale ebbero origine. Secondo Tylor esse sono la prova che gli attuali stadi culturali si sono evoluti da stadi precedenti. L’evoluzionismo di Tylor si concentrava, molto più che in Spencer o in Morgan, sull’evoluzione degli aspetti mentali e ideativi della vita sociale, e specialmente sulla religione.
Le analisi di Marx e di Engels erano orientate in modo molto diverso rispetto a quelle di Spencer, Morgan e Tylor. Essi si dedicarono principalmente allo studio dei modi di produzione osservati nella storia mondiale. I modi di produzione costituivano delle concatenazioni di forze produttive (in senso lato, livello di sviluppo tecnologico) e di rapporti di produzione (forme di proprietà delle forze produttive). Nell’Ideologia tedesca (scritta nel 1845-1846) Marx ed Engels individuano quattro fondamentali stadi evolutivi, ognuno associato a un certo rapporto di produzione: il primo è quello del comunismo primitivo, caratterizzato dalla proprietà comune della produzione nell’ambito di gruppi di cacciatori-raccoglitori o di gruppi che praticano una forma rudimentale di agricoltura o di allevamento; lo stadio antico è caratterizzato da un’agricoltura su larga scala e dalla divisione della società in padroni e schiavi; nello stadio del feudalesimo la schiavitù si è trasformata in servitù e i rapporti primari di produzione sono tra proprietari terrieri e servi della gleba; lo stadio successivo è quello del capitalismo, le cui prime avvisaglie si hanno nell’Europa del XVI secolo, ma che si sviluppa nella sua forma moderna (capitalismo industriale) solo nel XVIII secolo. In questo stadio i rapporti di produzione sono tra capitalisti e proletari.
Dopo la morte di Marx, Engels elaborò ulteriormente, e in maniera un po’ diversa, le proprie idee in fatto di evoluzionismo. Nel suo famoso Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato (1884) riprese molte delle idee di Morgan sull’evoluzione delle relazioni familiari e tra i sessi e sviluppò una teoria sull’origine dello Stato che ne sottolineava il carattere classista. In un’altra sua opera molto più astratta, l’Antidühring (1878), egli formulò due leggi dialettiche del mutamento che, al pari della famosa legge dell’evoluzione di Spencer, erano valide non solo per la società umana ma per qualsiasi cosa esistente nell’universo. Engels le chiamò “legge della trasformazione della quantità in qualità” e “legge della negazione della negazione”; queste leggi richiamano la nozione hegeliana delle “contraddizioni interne” a un fenomeno concepite come motore del movimento da uno stadio storico all’altro.

La reazione antievoluzionistica


L”età dell’oro’ dell’evoluzionismo sociale nel 1890 era praticamente conclusa e dopo di allora si ebbe una violenta reazione contro le teorie evoluzionistiche. In campo antropologico questa reazione fu capeggiata da Franz Boas e dai suoi seguaci e discepoli, e si protrasse fino agli anni quaranta e cinquanta di questo secolo. La scuola di Boas si opponeva alle teorie evoluzionistiche per quattro ragioni principali (v. Boas, 1940). In primo luogo i boasiani sostenevano che la metodologia di base degli evoluzionisti, il cosiddetto metodo comparativo, era priva di validità sul piano logico dato che utilizzava materiale etnografico (dati meramente sincronici) per ricostruire delle sequenze evolutive che presumibilmente avevano una dimensione storica (e quindi diacronica). In secondo luogo, gli evoluzionisti avevano sviluppato degli schemi rigidi di evoluzione unilineare che presupponevano che tutte le società progredissero passando attraverso la medesima sequenza di stadi. In terzo luogo, gli evoluzionisti non avevano dato il giusto riconoscimento al processo di diffusione, la cui esistenza, ampiamente dimostrata, toglieva efficacia alle loro argomentazioni. Infine, gli evoluzionisti equiparavano evoluzione sociale e progresso umano, denigrando in tal modo alcune culture valutate come stadi evolutivi ‘inferiori’. Ragioni di spazio impediscono di esaminare compiutamente queste critiche (per una dettagliata discussione sull’argomento, v. Sanderson, 1990). Nei prossimi capitoli esse verranno riprese nel contesto di una più generale discussione dei punti principali relativi alla teoria evoluzionistica. Basterà per il momento dire che l’unica critica che ha un qualche fondamento è quella relativa all’equiparazione di evoluzione e progresso, ma anche questa deve essere meglio precisata.

La rinascita dell’evoluzionismo


Negli anni trenta l’estremo particolarismo storico che era stato fatto proprio dalla scuola antropologica di Boas cominciò a esser messo in discussione, mentre si manifestava una certa rinascita dell’evoluzionismo promossa dall’archeologo australiano V. Gordon Childe. In una serie di libri Childe (v., 1936, 1951 e 1954²) presentò una sua versione di quella che egli riteneva la visione evoluzionistica marxista della storia. Mettendo l’accento sui mutamenti tecnologici di vasta portata caratteristici della preistoria umana, egli individuò due grandi rivoluzioni tecnologiche avvenute in diverse regioni del mondo: la rivoluzione neolitica introdusse la domesticazione di piante e animali, dando agli uomini la possibilità di accumulare un surplus economico e preparando in tal modo la strada per la seconda rivoluzione, la rivoluzione urbana. Quest’ultima implicava un passaggio a forme di società umane molto più complesse, caratterizzate da specializzazione nell’attività lavorativa, da nette divisioni di classe, dall’urbanesimo e dalla nascita dello Stato.
A partire dagli anni quaranta l’antropologo americano Leslie White (v., 1943, History …, 1945, 1947 e 1959) elaborò una versione dell’evoluzionismo sociale simile a quella di Childe. White riteneva che lo scopo delle teorie evoluzionistiche non fosse quello di cercar di spiegare certe sequenze specifiche di mutamenti storici (che era ciò che si proponeva la scuola di Boas), quanto quello di comprendere il movimento generale della cultura umana nel suo insieme. Per spiegare questa evoluzione, egli formulò una legge secondo la quale la cultura si evolve proporzionalmente alla quantità di energia utilizzata annualmente pro capite, ovvero in base all’aumento di efficienza con la quale questa energia viene utilizzata. In altre parole, il cambiamento tecnologico rappresenta la forza motrice dell’evoluzione culturale.
L’antropologo americano Julian Steward, il terzo protagonista di questa rinascita dell’evoluzionismo, reagì contro le concezioni evoluzionistiche di Childe e White – che egli definì evoluzione universale – considerate troppo generali ed eccessivamente semplificate. In alternativa egli propose quella che definì evoluzione multilineare (v. Steward, 1955), una teoria meno centrata sul movimento generale della storia e caratterizzata da una maggiore attenzione per le diverse linee lungo le quali si muove l’evoluzione sociale. Steward riconosceva l’esistenza di ampi parallelismi nei mutamenti storici, ma riteneva che non dovessero essere sopravvalutati. Vi erano inoltre molte linee differenti lungo le quali si irradiava l’evoluzione, che non potevano essere ignorate.

Il neoevoluzionismo sociologico


Anche nel campo della sociologia si verificò una sorta di rinascita dell’evoluzionismo, pur se un poco più tardi. Tale rinascita fu promossa dal sociologo Talcott Parsons, il quale si propose di applicare le sue concezioni funzionaliste a una teoria dell’evoluzione sociale (v. Parsons, 1966 e 1971). Egli individuò tre stadi evolutivi: le società primitive, caratterizzate da scarsa differenziazione e la cui vita sociale era centrata sulle relazioni di parentela; le società intermedie, molto più differenziate, e integrate dallo Stato e da istituzioni religioso-ecclesiastiche piuttosto che dalla parentela (Egitto e Mesopotamia rappresentano dei buoni esempi di queste società anche se nella loro forma più semplice; una versione più complessa ed elaborata, che Parsons chiamò degli imperi storici, è offerta da Cina, India, Roma antica e Impero ottomano; il terzo tipo di società è quello della società moderna, che cominciò a prendere forma nell’Europa nordoccidentale nel XVI secolo ma che raggiunse il suo completo sviluppo dopo la rivoluzione industriale. Le società moderne, presenti attualmente in tutto il mondo occidentale e in Giappone, sono caratterizzate da economie di tipo industriale, da forme di governo democratico, da elaborati sistemi di istruzione e dalla grande importanza attribuita all’individualità e al successo personale. Per Parsons l’ingrediente critico dell’evoluzione sociale è l’incremento della differenziazione. Le società sviluppano parti sempre più elaborate, e queste parti sono allo stesso tempo separate e integrate fra loro. Col progredire dell’evoluzione, le società registrano un “avanzamento adattativo”, ovvero un generale miglioramento nel loro livello di funzionamento.

L’evoluzionismo antropologico recente


A partire dal 1960 circa sono stati compiuti una serie di importanti studi di tipo evoluzionistico da parte di antropologi americani, che molto spesso risentono dell’influsso di Childe e White. Marshall Sahlins (v., 1958) ha scritto un significativo libro sull’evoluzione della stratificazione sociale, chiaramente influenzato dall’importanza attribuita alla tecnologia da Childe e White. Egli ha anche pubblicato un rilevante articolo (v. Sahlins, 1960) nel quale opera una distinzione tra evoluzione generale ed evoluzione specifica, intendendo con la prima l’andamento generale dello sviluppo storico, e con la seconda il più specifico irradiamento della cultura e della società lungo molte linee. Sahlins ha sottolineato il fatto che ambedue questi aspetti dell’evoluzione, dato che rappresentano le due facce della stessa medaglia, devono essere indagati a fondo.
Elman Service (v., 1971 e 1975) e Robert Carneiro (v., 1970 e 1981) hanno fornito importanti contributi allo studio dell’evoluzione politica. Per caratterizzare quest’ultima, Service ha proposto la tipologia ‘banda-tribù-dominio-Stato’, che è stata ampiamente utilizzata nella ricerca etnografica e archeologica. L’evoluzione da uno stadio all’altro rappresenta un avanzamento verso sistemi politici più gerarchici e complessamente integrati. La teoria di Service può essere considerata in qualche modo funzionalista in quanto per essa le nuove forme politiche si evolvono grazie alla loro maggiore efficacia funzionale. Carneiro, invece, per spiegare l’evoluzione dei domini e degli Stati ha proposto una teoria del conflitto o della coercizione. Egli ritiene che la pressione demografica e la guerra contribuiscano a sviluppare sistemi politici più complessi in aree ambientalmente circoscritte, vale a dire in aree nelle quali il movimento delle popolazioni è impedito da barriere naturali quali catene di montagne, oceani o deserti. All’aumentare della pressione demografica e delle guerre alcune popolazioni, non essendo in grado di migrare, finiscono con l’essere conquistate e assoggettate da altri gruppi. Ne risulta un aumento della potenza e della complessità dei sistemi politici.
Gerhard Lenski (v., 1966 e 1970), per formazione un sociologo, ha messo a punto una ben nota teoria dell’evoluzione sociale che può in larga misura essere considerata un’estensione e un’elaborazione delle idee di Childe e White. Lenski considera l’espansione della tecnologia come il principale fattore che mette in moto il processo di evoluzione sociale: è grazie a tale fattore che le economie divengono più produttive e che si vengono a creare delle eccedenze. Questi cambiamenti tecnologici si ramificano in tutta la vita sociale e determinano fondamentali trasformazioni evolutive. Una delle più importanti applicazioni di questa teoria è stata il suo adattamento all’evoluzione della stratificazione sociale.
Marvin Harris (v., 1968, 1977 e 1979) ha invece proposto una concezione dell’evoluzione sociale molto diversa. Non solo egli non ritiene che la tecnologia rappresenti il motore propulsore dell’evoluzione sociale, ma anzi a suo avviso lungo tutto il corso della storia la maggior parte dei popoli si è opposta ai cambiamenti tecnologici a causa dei maggiori costi in termini di tempo e di energia che essi comportano. Ciò che spinge avanti l’evoluzione sociale è la tendenza degli uomini a subire un abbassamento del tenore di vita in conseguenza della pressione demografica e del degrado ambientale. Le persone devono allora lavorare più a lungo e più intensamente e infine migliorare la propria tecnologia – devono cioè intensificare la produzione – in modo da evitare che il loro tenore di vita subisca un nuovo abbassamento. Ma questi cambiamenti causano un ulteriore (e anche maggiore) impoverimento, e quindi il processo impoverimento-intensificazione-impoverimento continua. Come vedremo, a differenza di Lenski e della maggior parte degli altri evoluzionisti, nell’evoluzionismo di Harris si può individuare una tendenza antiprogressista.

La situazione attuale


Attualmente la situazione della sociologia e dell’antropologia è complessa. Negli ultimi anni si è riscontrata una sostanziale reazione contro le teorie generali del mutamento storico, e molti studiosi adesso ritengono di poter proporre solo teorie circoscritte a situazioni e percorsi storici specifici. Ciò ha determinato un deciso calo di fiducia nei confronti di qualsiasi tipo di teoria evoluzionistica. Anzi, alcuni studiosi di scienze sociali, come l’inglese Anthony Giddens (v., 1981 e 1984), hanno avanzato delle severe critiche nei confronti dell’evoluzionismo (per una dettagliata discussione sull’argomento, comprendente anche le risposte alle critiche più recenti, v. Sanderson, 1990, cap. 9). Ciò nonostante, molti sociologi e antropologi continuano a impegnarsi in analisi evoluzionistiche e la ricerca sull’evoluzione sociale non è stata certo abbandonata. Questo è specialmente vero nel caso dell’antropologia e dell’archeologia. L’archeologia ha da molto tempo fatto proprio l’indirizzo evoluzionista, e anche se alcuni archeologi se ne sono allontanati, la maggior parte di essi rimangono in questo ambito.