Gli insuccessi della teoria della scelta razionale

Sebbene la teoria della scelta razionale vanti numerosi successi, in alcuni casi si dimostra inservibile. Al pari di altre teorie scientifiche, anch’essa può fallire per due diversi ordini di ragioni. Da un lato, può dimostrarsi incapace di formulare previsioni univoche e non ambigue. È questo il cosiddetto problema dell’indeterminazione. Dall’altro lato, le previsioni possono essere falsificate dall’osservazione. Nel caso della teoria della scelta razionale, il problema diventa quello dell’irrazionalità. Questi fallimenti possono verificarsi in ciascuna delle tre sedi dell’ottimalità illustrate nella fig. 1: azione, formazione delle credenze e acquisizione delle informazioni. I problemi di indeterminazione richiedono un’integrazione della teoria. Quando essa è in grado di prevedere soltanto che un risultato ottimale rientrerà in una qualche sottoclasse di risultati possibili, occorre una teoria supplementare in grado di predire quale particolare risultato all’interno della sottoclasse si realizzerà. Il problema dell’irrazionalità richiede invece, più radicalmente, un’alternativa alla teoria.

Indeterminazione dell’azione


Dato un insieme di credenze e di desideri, l’indeterminazione dell’azione può sorgere se esistono diverse linee d’azione equiottimali. Un esempio classico è quello dell’asino di Buridano, incapace di scegliere tra due mucchi di biada egualmente distanti, e quindi destinato a morire di fame. Abitudini non razionali o forme di automatismo possono spiegare perché altri, in circostanze analoghe, riescano a compiere una scelta. Un soggetto potrebbe anche essere indifferente rispetto ad alternative ottimali le cui differenze si compensino perfettamente. Un esempio è quello illustrato nella fig. 2, in cui un soggetto è posto di fronte alla scelta tra le alternative X, Y, B e C. In pratica, tuttavia, succede raramente che un individuo si dichiari perfettamente indifferente rispetto ad alternative equiottimali profondamente diverse (analizzeremo questo problema nel prossimo capitolo, quando parleremo della ‘formazione retroattiva delle preferenze’).

Indeterminazione dell’opinione


È questo un tipo di indeterminazione assai più importante. In molti casi, i soggetti non sono in grado né di enunciare con certezza le proprie opinioni pertinenti, né di assegnare probabilità numeriche precise o anche solo approssimative ai possibili risultati dell’azione. Piuttosto, versano in uno stato di incertezza che li rende incapaci di valutare i gradi di probabilità dei risultati e persino di elencare l’insieme completo dei possibili risultati.
Si può operare una distinzione tra incertezza assoluta e incertezza strategica. La prima deriva dall’esistenza di fatti relativi al mondo, in particolare nel futuro remoto, che non possono essere conosciuti nemmeno in forma probabilistica; molti fatti geologici e meteorologici rientrano in questa categoria. Nella sfera umana, anche l’eccezionalità di individui come Napoleone o Hitler rende difficile formulare previsioni a lungo termine. La tesi frequentemente sostenuta secondo cui gli individui non determinano il corso della storia, nel senso che, se Napoleone non fosse nato, un altro individuo o gruppo di individui avrebbero compiuto le stesse imprese, è priva di fondamento. Infine, la creatività umana rappresenta uno dei principali ostacoli al tentativo di assegnare probabilità numeriche agli esiti futuri di comportamenti o azioni presenti. Non è possibile, ad esempio, valutare in modo attendibile la probabilità che l’investimento nella ricerca da parte di un’impresa o della società, abbia un tasso di rendimento specifico.
L’incertezza strategica deriva dal fatto che esistono giochi senza soluzione. Possiamo riprendere a questo proposito l’esempio dell’investimento nel settore della ricerca e sviluppo. Supponiamo che vi sia un sistema di brevetti tale che tutti i profitti derivanti da un’innovazione vadano all’impresa che l’ha introdotta per prima; in questo caso, non è razionale per una data impresa investire in ricerca e sviluppo quando tutte le altre lo fanno, perché la probabilità di sviluppare per prima un’innovazione sarà minima. Se tutte le imprese seguissero questo ragionamento, nessuna di esse investirebbe nella ricerca, ma in questo caso diventerebbe razionale per la singola impresa farlo. Per ogni impresa è razionale investire se e solo se le altre non lo fanno. In questa situazione le decisioni di investimento derivano da quelli che Keynes ebbe a definire ‘spiriti animali’ degli imprenditori, piuttosto che essere fondate su convinzioni razionali sul comportamento delle altre imprese: si tratta di convinzioni semplicemente indeterminate.

Indeterminazione della raccolta di informazioni


La razionalità ovviamente presuppone che le risorse impiegate nella raccolta di informazioni che precede la formazione di una convinzione in base alla quale agire non siano né eccessive né insufficienti. Un medico deve visitare un paziente e fare determinate analisi prima di pronunciare una diagnosi, ma se dedica troppo tempo a questa operazione il paziente potrebbe morirgli tra le mani. La quantità ottimale di risorse da investire, tuttavia, è in generale indeterminata. Per valutarne accuratamente l’entità, si dovrebbero conoscere i costi e i benefici attesi dalla raccolta di ulteriori informazioni. In alcune situazioni standard, come ad esempio nelle analisi per stabilire la presenza di un tumore, è di fatto possibile valutare queste grandezze con notevole precisione. In decisioni non di routine nel campo politico, economico e militare, tuttavia, esse sono in genere ignote. In questi casi, la determinazione della quantità ottimale di informazione comporta un processo all’infinito, perché la valutazione dei costi e benefici di nuove informazioni richiede a sua volta informazioni, i cui costi e benefici in genere non sono noti, e così via.

Criterio di sufficienza


Il criterio di ‘sufficienza’, in quanto distinto da quello di ottimalità, è stato proposto da Herbert Simon per integrare la teoria della scelta razionale in casi di indeterminazione. Quando, per una delle ragioni esposte in precedenza, il soggetto non è in grado di stabilire quale sia la scelta ‘ottimale’, può limitarsi a scegliere un’alternativa ‘soddisfacente’ o ‘sufficientemente buona’. I concetti centrali in questo approccio sono quelli di livello di aspirazione del soggetto e di routines. Un’impresa che aspiri a un determinato tasso di profitto potrebbe non investire in ricerca e sviluppo fintantoché tale livello resta stabile. Una volta che i profitti scendono al disotto del livello di aspirazione, tuttavia, viene innescata una routine di ricerca che induce l’azienda a innovare sino a che non venga ripristinato il livello precedente. Per quanto convincente sul piano descrittivo, questa analisi è però troppo ad hoc per avere un valore esplicativo di un certo rilievo. L’approccio di Simon dovrebbe spiegare perché i soggetti abbiano determinati livelli di aspirazione e perché vengano innescate determinate routines quando tali aspirazioni non sono soddisfatte. A meno che e sino a che non riesca a fornire spiegazioni di questo tipo, la teoria del criterio di insufficienza non va molto più in là dell’appello keynesiano agli spiriti animali.

Selezione del mercato


Un diverso tipo di integrazione alla teoria della scelta razionale è quello che si richiama all’idea di selezione da parte del mercato. Anche se gli imprenditori come individui sono personalmente incapaci di formarsi convinzioni razionali e di effettuare investimenti ottimali in nuove informazioni, sarà la competizione nel mercato a eliminare le imprese che hanno effettuato scelte subottimali. In questa trasposizione in campo economico del principio della selezione naturale, la bancarotta è il corrispettivo dell’estinzione. Un punto debole di questo approccio è costituito dalla inapplicabilità alla sfera della vita umana, in cui non esiste qualcosa come l’estinzione. Un’altra debolezza della teoria in questione risiede nel fatto che le imprese nelle economie di mercato – e non solo in quelle a pianificazione centralizzata – hanno vincoli di budget ‘non rigidi’, nel senso che possono sopravvivere anche se non sono economicamente vitali. L’eliminazione delle aziende inefficienti poi – e questo è un ulteriore punto debole della teoria in questione – può non essere abbastanza rapida. Poiché il giudizio relativo all’efficienza dipende dal comportamento delle altre imprese, che inoltre cambia costantemente, il processo di eliminazione potrebbe essere paragonato al tentativo di colpire un bersaglio in movimento. Niente dimostra che la velocità con cui le imprese inefficienti vengono eliminate sia superiore al ritmo di mutamento dell’ambiente. E a differenza degli esseri umani, un processo di selezione non può colpire il bersaglio mobile anticipandone le mosse.