Il concetto di alienazione

Hegel è il primo pensatore moderno che abbia elaborato una vera e propria teoria dell’alienazione. Tale teoria presenta un duplice aspetto: per un verso essa è centrale nella complessiva articolazione logico-metafisica del sistema hegeliano, per un altro verso viene utilizzata dal filosofo tedesco nella sua rappresentazione dialettica della storia moderna. I due aspetti non sono affatto in contrasto tra loro, e tuttavia è opportuno tenerli distinti.
Fra le opere di Hegel, la Fenomenologia dello spirito (1807) è quella che svolge la più ampia e complessa teorizzazione del concetto di alienazione; essa ha esercitato, come vedremo, un influsso profondo sul pensiero di Marx e, attraverso Marx e il marxismo, su alcuni filoni della riflessione etico-politica e filosofico-sociale del nostro secolo. È quindi a quest’opera che occorre fare, in primo luogo, riferimento.In quanto categoria logico-metafisica l’alienazione è una categoria centrale della dialettica hegeliana: essa esprime infatti il momento della scissione, del divenir-altro dello spirito. Il sacrificio dello spirito, dice Hegel, “è l’alienazione [Entäusserung], in cui lo spirito presenta il suo farsi spirito nella forma del libero, accidentale accadere, intuendo fuori di lui il suo puro Sé come il tempo, e similmente il suo essere come spazio” (v. Hegel, 1807; tr. it., vol. II, p. 304). L’alienazione dello spirito nello spazio è la natura, nel tempo è la storia.
Per Hegel, dunque, l’alienazione o estraniazione (Entäusserung, Entfremdung: due termini che egli usa indifferentemente, salvo alcune piccole sfumature) è costituita dall’oggettività naturale-materiale e storico-sociale, ed è qualcosa di transitorio, in quanto è destinata a essere superata dallo spirito. Infatti, se l’alienazione è “ciò che ha riferimento e determinatezza, l’esser-altro e l’esser-per-sé”, tuttavia “in quella determinatezza o nel suo essere fuori di sé [lo spirito] resta in se stesso” (ibid., vol. I, p. 19).