Sensibilità e percezione

Camminiamo per la strada e a un tratto, tra la folla, ci sembra di scorgere un volto conosciuto. La nostra reazione, specie se la persona è significativa per noi, può essere intensa e coinvolgere un insieme di risposte sensoriali, intellettive, emotive e anche corporee. Il nostro passo può inavvertitamente rallentare, il cuore battere più forte e possiamo avvertire un aumento della sudorazione. È anche possibile che spezzoni di immagini si affastellino in fulminee sequenze nella nostra mente. Quel viso, che magari ancora non riusciamo a contestualizzare nelle coordinate di tempo e spazio che ce lo rendono noto, può richiamare sequenze archiviate nella memoria, collegarsi a frasi dette o che potremmo pronunciare in un possibile incontro ed evocare, infine, una reazione comportamentale che ci orienti sulla scelta tra il richiamare l’attenzione di questa persona oppure di far finta di nulla per evitare di incontrarla.
È un esempio, tratto dalla nostra esperienza quotidiana, che ci dà un’idea di come il dato sensoriale, nel nostro caso l’aver scorto un volto conosciuto (ma analogo discorso potrebbe farsi per un odore, un sapore, un suono, una carezza ecc.), non ci perviene in modo isolato, ma si integra già dal suo nascere a un insieme di riverberazioni che coinvolgono sistemi sensopercettivi ed elaborazioni cognitive, i quali rimandano alla memoria, al linguaggio, agli schemi comportamentali e infine ai processi associativi più complessi coinvolgenti il sistema dei valori etici e delle scelte esistenziali.
Contrariamente a una concezione primitiva, detta associazionistica, che ipotizzava la giustapposizione in sequenza dei differenti dati sensoriali relativi a un oggetto percepito, si è progressivamente fatta strada una concezione olistica ispirata alla cosiddetta psicologia della forma (v. forma). Secondo questa impostazione, è l’insieme, la Gestalt, che viene colto fin dall’inizio e non la somma dei suoi elementi costitutivi. La Gestalt ‘mela’, per fare un esempio, viene attivata nel suo insieme e non dalla sommatoria dei suoi connotati di sapore, colore, profumo, consistenza ecc.
Tale concezione, sviluppata già nel primi del Novecento dalla scuola tedesca di W. Köhler, K. Koffka e altri, ha trovato conferme sperimentali dallo studio delle reti neurali, evidenziate attraverso l’uso di sofisticate metodologie di indagine, prime fra tutte la tomografia a emissione di positroni (PET, Positron emission tomography), che consente di evidenziare i circuiti cerebrali in stato di attivazione grazie alla localizzazione di glucosio radioattivo e in grado, quindi, di impressionare una lastra fotografica a colori. Attraverso tali strumenti di indagine, si è potuto constatare come l’immagine visiva di un oggetto non rimanga confinata a una rete locale di connessioni neuroniche, ma inneschi una serie di circuiti riverberanti di quantità e complessità proporzionate al significato dell’esperienza personale collegata al rapporto con l’oggetto stesso (Freeman 1991).
Studi approfonditi sui processi visivi, i maggiormente studiati, hanno confermato come il processo dell’appercezione sensoriale e del riconoscimento cognitivo, pur coinvolgendo reti neurali diverse (i corpi genicolati e la corteccia occipitale per i primi e la corteccia prestriata per i secondi), avvengano in modo contemporaneo, e quindi parallelo, e non sequenziale. Lesioni della componente deputata alla decodifica simbolica possono dare luogo al mancato riconoscimento dell’oggetto visto, mentre lesioni della componente corticale possono dare luogo alla ‘visione cieca’. Il soggetto, cioè, pur essendo cieco e quindi non in grado di cogliere informazioni sensoriali visive, può tuttavia ricostruire in modo inferenziale attributi visivi come movimenti di oggetti in un campo o le diverse lunghezze d’onda collegate ai colori.

Apprendimento e intelligenza


Il peso rilevante giocato dai comportamenti legati all’apprendimento nei confronti di quelli predeterminati a livello biologico comporta tuttavia il prezzo di condizioni svantaggiose per quei soggetti che, specie nelle prime fasi della maturazione psicofisica, sono esposti ad ambienti privi dei necessari stimoli evolutivi. Bambini ospedalizzati in età precoce, e che hanno trascorso il primo anno di vita in una culla, mostrano infatti uno sviluppo psicofisico molto più ritardato rispetto ai loro coetanei che hanno goduto di situazioni più stimolanti. Anche lo studio di bambini allevati da animali e fuori dal contesto umano ha evidenziato come le facoltà intellettive e del linguaggio rimangano a uno stadio primitivo mentre, per converso, la velocità nella corsa o nel muoversi a quattro zampe risulti assai potenziata.
Tale svantaggio può venire in parte recuperato nell’uomo grazie alle proprietà di plasticità dell’encefalo, mentre risulta congelato irreversibilmente negli animali che si situano a livelli più bassi della scala evolutiva. In questi infatti il periodo dell’imprinting, scoperto dal premio Nobel K. Lorenz, risulta molto definito e vincolante. Nell’esperienza classica, gli anatroccoli seguono come madre sostitutiva qualunque oggetto si muova davanti a loro, nel breve periodo stabilito geneticamente per l’apprendimento di tale comportamento; una volta che tale periodo sia passato senza un’esposizione allo stimolo che lo rende operante, il comportamento non verrà più appreso. Analogamente un agnellino separato dalla madre svilupperà la cosiddetta sindrome dello stone ship: rimarrà cioè pietrificato e senza possibilità di recuperare le sue capacità di socializzazione all’interno del gregge.
L’importanza degli stimoli ha portato a enfatizzare l’opportunità di offrire ambienti iperstimolanti, al fine di accelerare l’acquisizione di competenze e possibilità di apprendimento. Nell’esperienza forse più nota, quella introdotta da G. Doman fondatore dell’Institute for the achievement of human potential di Filadelfia, i bambini sono esposti a stimoli crescenti a partire dagli 8 mesi di età. Con tale metodo è stato possibile insegnare loro a tradurre dal giapponese all’inglese e a far di conto già all’età di 3 anni (Oliverio-Oliverio Ferraris 1989).
Studi più approfonditi, tesi a verificare la maturazione complessiva dei soggetti, hanno tuttavia evidenziato gli svantaggi di tali metodi di iperstimolazione, in particolare per quanto riguarda la maturazione emozionale. I bambini superdotati infatti risultavano marcatamente dipendenti dalle figure genitoriali e incapaci di assumere iniziative autonome. Analogamente a quanto si sostiene attualmente nel campo della dieta alimentare, la formula migliore sembra essere quella di un ambiente variato di stimoli, senza indurre forzatamente apprendimenti precoci che vanno a scapito di una maturazione più armoniosa della personalità.

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