La coscienza

La coscienza rappresenta forse il Santo Graal della ricerca scientifica, l’oggetto inafferrabile e sempre sfuggente non soltanto per la sua tremenda complessità ma per il fatto stesso di essere, nella sua essenza, il cuore della soggettività stessa. Sappiamo che il metodo scientifico, codificato in particolare da Galileo, consiste nella possibilità di definire correttamente un campo di osservazione nel quale inserire un oggetto il cui studio possa, appunto, divenire patrimonio di un sapere condiviso e oggettivo.
A parte la difficoltà estrema di applicare i metodi dell’indagine scientifica a un oggetto misterioso come la coscienza, emerge il paradosso che ci impone di studiare tale entità all’interno di una nuova categoria, quella appunto della soggettività. Questo sembra essere infatti, al di là della sofisticatezza di alcune funzioni specifiche, l’elemento che distingue qualitativamente il cervello dotato di coscienza da un computer per quanto potente e multifunzionale: la coscienza di sé come soggetto.
Costruito un computer, se ne potrebbero ovviamente costruire infatti molti altri di uguali. Tale evenienza si rende assai più improbabile per l’essere umano che, come abbiamo visto, possiede alla nascita una vasta porzione della corteccia associativa non programmata geneticamente ma esposta a plasmarsi in funzione delle esperienze squisitamente individuali a cui il soggetto sarà esposto. L’elaborazione che a partire dal patrimonio genetico e dalle successive esperienze si svilupperà in termini di concetti, valori, tonalità emotive, spunti creativo-adattativi si configurerà come un originale Sé, Da-sein o modo-di-essere-nel-mondo che, come sottolinea la filosofia fenomenologico-esistenziale, si presenterà ogni volta come unico e irripetibile.
Tale dimensione, tragica e sublime insieme, si accompagna ad altre prerogative che differenziano l’uomo da una macchina. Tra queste l’intenzionalità, intesa da F. Brentano come fenomeno mentale irriducibile ad altri fenomeni della psiche, e da E. Husserl come ciò che caratterizza la coscienza in senso pregnante e come ‘capacità di orientarsi in un orizzonte di significati’. La persona – secondo M. Heidegger – è sempre data come esecutrice di ‘atti intenzionali, raccolti in una unità di senso’. Le macchine – sostiene anche J.R. Searle (1996) – sono in grado di manipolare simboli, ma non di interpretarli e dare loro un significato.
La mente umana sarebbe inoltre capace di superare una semplicistica logica binaria (del tipo sì/no) propria del computer attraverso una capacità, definita logica fuzzy (sfumata), per la quale le scelte umane hanno più spesso a che fare con le sfumature di grigio che con il bianco e nero; coinvolgono stati cognitivi ed emotivi, come i desideri, il piacere, le credenze (Carli 1997). A questi pensatori si contrappongono teorici come il Nietzsche di Così parlò Zarathustra (con la sua nota asserzione: “corpo io sono in tutto e per tutto e null’altro; e anima non è altro che una parola per indicare una parte del corpo”) e altri che sostengono un più radicale monismo orientato a un’impostazione, postfilosofica (intendendo filosofia come campo dell’investigazione prescientifica) e rigorosamente fondato sul tentativo di ricondurre tutti i fenomeni della coscienza a leggi fisico-biologiche, che unicamente rappresentano il fondamento scientifico della conoscenza.
Tutti i fenomeni mentali sono strettamente connessi a fenomeni fisici per J.A. Fodor (1987), che definisce ‘fisicalismo’ l’impostazione, per la quale tutti gli eventi mentali sono identici a (o composti da) eventi fisici. Secondo D.C. Dennett (1996), il teorico della concezione computazionale della mente che rappresenta forse la punta avanzata di tale orientamento, non esistono una materia spirituale, una res cogitans separata dai nostri corpi, né il cosiddetto hard problem dell’irriducibilità della mente a qualcos’altro. Solo risolvendo i soft problems, cioè gli aspetti meccanici e tecnologici del cervello e della mente, sarà risolto anche il problema della coscienza.
A dimostrazione della stretta interdipendenza tra cervello e personalità viene spesso riferito il caso emblematico di un operaio trafitto da una sbarra metallica che, entratagli a grande velocità dalla parte inferiore dello zigomo sinistro, gli uscì dalla parte superiore della fronte. Lo stesso, pur stordito per il violentissimo trauma, non perse neppure coscienza e anzi cominciò a parlare poco dopo. Con il passare dei giorni i compagni di lavoro si accorsero tuttavia che ‘non era più lui’. Pur conservando intatte le sue capacità motorie e sensoriali, da collega affidabile e capace era diventato bizzarro, insolente e irresponsabile (Damasio 1994).
Tra i ricercatori sul tema della coscienza spiccano le figure di scienziati spesso insigniti del premio Nobel in diverse discipline e che si sono dedicati in seguito alle nuove sfide conoscitive sollevate dalle neuroscienze. Per F. Crick (1994), Nobel per la scoperta del DNA nel 1953, la coscienza rappresenta la consapevolezza immediata e soggettiva del mondo e di noi stessi, un fenomeno cioè in cui si combinano attenzione e memoria a breve termine. Coerentemente alla sua visione rigorosamente materialistica egli sostiene che “le vostre gioie e i vostri dolori, i vostri ricordi e le vostre ambizioni, il vostro senso di identità personale e di libero arbitrio, in effetti non sono altro che il comportamento di un gruppo molto numeroso di cellule nervose e delle molecole ad esse associate” (Crick 1994, trad. it., p. 95).
Tali reti nervose, secondo G. Edelman (1987), Nobel nel 1972 per studi sull’immunologia, sarebbero il risultato di un fenomeno di competizione, definito ‘darwinismo cellulare’, per il quale le infinite connessioni potenziali che si presentano nelle prime fasi dello sviluppo cerebrale si autoselezionano progressivamente in funzione degli stimoli di rinforzo cui un soggetto si espone nel suo impatto con il mondo circostante. Gli infiniti rami (dendriti appunto) che emergono dal tronco del neurone cadranno progressivamente come rami secchi, lasciando spazio solo a quelli che vengono rafforzati dalla linfa rappresentata dall’esperienza e dal suo consolidamento. La tessitura di tali reti sinaptiche costituirà quindi dei circuiti riverberanti, già menzionati a proposito della percezione e della memoria, a cui un altro Nobel, F. von Hayek (in questo caso in economia), ha dato il nome di ‘mappe neurali’.
Gli stessi neuroni, infine, si presenterebbero a un’approfondita osservazione come dotati di un’intricata rete di microtubuli proteici, abilitati a trasmettere le informazioni sia all’interno della singola cellula sia, attraverso la rete sinaptica, da una cellula all’altra. Mutuando concetti derivati dalla meccanica quantistica e dal principio di indeterminazione di W.K. Heisenberg, R. Penrose (1989), Nobel nel campo della chimica, sostiene che né la fisica classica, né l’informatica, né le neuroscienze, assunte isolatamente, sono in grado di sciogliere i nodi hard della coscienza.
Tale prospettiva riflette il noto teorema di K. Gödel, il quale sostiene come nessun sistema di assiomi abbastanza complesso sia capace di sostenere la veridicità di un enunciato restando confinato all’interno del proprio orizzonte concettuale di riferimento. Pur ritenendo che l’obiettivo dell’intelligenza artificiale è quello di imitare quanto più possibile attraverso delle macchine, normalmente elettroniche, l’attività mentale umana, Penrose ritiene che si renda necessaria ‘una nuova teoria fisica’, in grado di fare da ponte tra la meccanica quantistica e quella classica e che ‘vada oltre la computazione’. Per rimanere ancorati alle funzioni biologiche dell’encefalo, è interessante riportare il dato sottolineato dall’anestesista S. Hameroff che si riferisce alla perdita della coscienza, che viene indotta appunto dall’anestesia attraverso l’inibizione del movimento di elettroni all’interno dei microtubuli (Horgan 1998, p. 94). Questi, infine, rappresenterebbero la trabecolatura connessionale nella cellula e tra le cellule, analogamente a come un computer, con i suoi circuiti interni, si collega tramite la rete di Internet a un numero potenzialmente illimitato di altri computer sino a formare interconnessioni virtualmente infinite e organizzabili in sottosistemi in un continuo processo di ristrutturazione.
Riprendendo ancora Edelman, in conclusione, pur accettando che la mente è solo materia e coincide con il cervello e rinunciando quindi a ricercare il cosiddetto ghost in the machine, quell’anima immateriale che abiti il cervello, è pur vero che la scienza del cervello e della mente deve necessariamente stabilire delle relazioni con la filosofia, nel senso di una ‘comune ricerca di armonie e consonanze’ tra concezioni diverse. Pur avendo progettato NOMAD (Neurally organized multiply adaptive device), il primo oggetto non vivente in grado di ‘apprendere’ dall’esperienza attraverso telecamere, sensori, antenna e collegamento televisivo e radiofonico bidirezionale collegato a un supercalcolatore dotato di un sistema di simulazione del cervello e di reti neurali, con possibilità di operare scelte in funzione di valori dati come istruzioni di base, lo stesso scienziato ritiene che la sua creazione, anche se ulteriormente perfezionata, rappresenti comunque, rispetto all’uomo, un ‘falso analogo’, dal momento che non potrà identificarsi in una storia individuale, unica e irripetibile, dal momento che la mente non può concepirsi al di fuori del mondo e delle interazioni sociali.
Secondo la teoria biologica della mente di Edelman (1992), un’epistemologia biologicamente fondata non potrà probabilmente dare una risposta alla singolarità dell’individuo, alla sua capacità di creare, di provare emozioni, e di produrre opere artistiche, poetiche, musicali, pittoriche o idee scientifiche, ma certamente ‘contribuirà a rendere la nostra vita più ricca’.

    —  Universo del corpo (2000) – di Riccardo Zerbetto