Liberalismo e democrazia

È appena il caso di avvertire che la ferma difesa dell’antagonismo, della concorrenza, nonché della varietà e del dissenso, e la correlativa esaltazione della personalità individuale, della sua originalità, della sua intima energia creatrice, che si rafforza solo attraverso il confronto e la lotta, implicano, nei pensatori liberali, una forte diffidenza nei confronti dello Stato e la tendenza a ridurne al minimo indispensabile non solo i poteri ma anche le funzioni. E infatti, sotto il profilo della riduzione e del controllo dei poteri, i pensatori liberali teorizzano (come abbiamo visto) lo Stato limitato; sotto il profilo della riduzione, quanto più ampia possibile, delle funzioni, essi teorizzano lo Stato minimo (v. Bobbio, 1986, p. 13).
Il primo e più deciso difensore dello Stato minimo è stato senza dubbio Humboldt. È significativo che Humboldt abbia apposto come motto alla propria opera principale (Idee per un saggio sui limiti dell’attività dello Stato, 1792) un’affermazione di Mirabeau padre che dice: “Il difficile è di promulgare soltanto leggi necessarie, di restare sempre fedeli a questo principio veramente costituzionale della società, di stare in guardia contro il furore di governare, la più funesta malattia dei governi”. Lo Stato, dunque, deve intervenire il meno possibile nel libero svolgimento e nella libera crescita della società civile, che ha in se stessa tante energie, tanto rigoglio e tanta forza da assicurare senz’altro, nel modo più ampio, quello svolgimento e quella crescita, i quali possono essere invece solo inceppati e compromessi dall’intervento della pubblica autorità. Ma protagonista della società civile è l’individuo. Dunque, più la sfera d’azione dell’individuo è ampia e libera, e, correlativamente, più la sfera d’intervento dello Stato è ristretta, e più il progresso della società è assicurato.

Naturalmente, in questa concezione humboldtiana il fine della società non è lo Stato, il quale è invece solo lo strumento, strettamente subordinato alla società, per garantirne lo sviluppo infinitamente mutevole e vario. Lo Stato è coercizione, la società è libertà degli individui che la compongono. Perciò l’optimum sarebbe poter fare a meno dello Stato. Ciò però non è possibile, perché senza lo Stato le sfere d’azione degli individui, le loro libertà, entrerebbero in collisione e la convivenza diventerebbe presto impossibile. Lo Stato è dunque un male necessario (ein notwendiges Übel), ma occorre fare in modo che sia il male minore, ovvero che la sua funzione sia mantenuta entro limiti assai precisi e molto ristretti: garantire la sicurezza sia contro i nemici esterni sia nel caso di contrasti interni tra i cittadini. (Ed è appena il caso di ricordare la profonda consonanza fra queste proposizioni di Humboldt e l’ispirazione di fondo della Ricchezza delle nazioni di Smith).

Senonché, quelli che Humboldt considerava i possibili vantaggi dello Stato minimo diventano sempre più problematici per i pensatori liberali che vivono il passaggio dalla società liberale alla società democratica.
È soprattutto Tocqueville ad avvertire i grandi pericoli antiliberali che la società democratica sviluppa nel proprio seno: da un lato la tirannia della maggioranza e il conformismo di massa (un nuovo, potente Leviatano), dall’altro lato l’accentramento politico-amministrativo. Per il primo aspetto, osservato negli Stati Uniti, Tocqueville rileva che, a mano a mano che i cittadini divengono più uguali e più simili, la disposizione di ciascuno a identificarsi nella massa e a credere in essa aumenta, ed è sempre più l’opinione comune a guidare la società. Il pubblico viene quindi a godere, presso i popoli democratici, di un singolare potere: “non fa valere le proprie opinioni attraverso la persuasione, ma le impone e le fa penetrare negli animi attraverso una specie di gigantesca pressione dello spirito di tutti sull’intelligenza di ciascuno”, sicché “si può prevedere che la fede nell’opinione pubblica diverrà come una specie di religione, di cui la maggioranza sarà il profeta” (op. cit., vol. II, p. 302). Si delinea così il pericolo di un nuovo dispotismo, tanto più pernicioso in quanto non controlla solo i movimenti e le azioni esteriori, bensì annichila l’autonomia dello spirito e isterilisce la creatività dell’intelligenza.
Per il secondo aspetto Tocqueville rileva che su tutti gli Stati della vecchia Europa (ma il suo sguardo è rivolto soprattutto alla Francia), quanto più avanza il processo democratico, tanto più scende la coltre di una legislazione uniforme. È uno sviluppo indotto dal livellamento sociale egualitario e dagli effetti che esso produce nella mentalità e nella psicologia degli uomini. Se a ciò si aggiungono i formidabili problemi creati dalla rivoluzione industriale, che richiedono un intervento sempre più esteso dei pubblici poteri nell’economia, non può stupire che la democrazia finisca col produrre un nuovo Stato paternalistico, in cui il sovrano si ritiene responsabile delle azioni e del destino di ciascuno dei suoi sudditi, e perciò opera al fine di guidarli e di illuminarli nei diversi atti della loro vita e, se occorre, di farli felici loro malgrado.
Da parte loro, i cittadini considerano sempre più il potere sovrano da questo stesso punto di vista, lo chiamano continuamente in aiuto per i loro bisogni, e vedono in esso un precettore o una guida. “Sostengo – dice Tocqueville – che in tutti i paesi d’Europa l’amministrazione pubblica non solo è diventata più centralizzata, ma anche più inquisitiva e più minuziosa; ovunque essa penetra più profondamente di un tempo negli affari privati; ovunque regola a suo modo un numero sempre più grande di azioni sempre più piccole e si insedia, ogni giorno di più, a fianco di ogni cittadino, intorno a lui e sopra di lui, per assisterlo, consigliarlo e costringerlo”. “Vedo una folla innumerevole – conclude Tocqueville – di uomini simili e uguali che non fanno che ruotare su se stessi, per procurarsi piccoli e volgari piaceri con cui saziano il loro animo. […] Al di sopra di costoro si erge un potere immenso e tutelare, che si incarica da solo di assicurare loro il godimento dei beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, minuzioso, sistematico, previdente e mite” (ibid., pp. 801, 812, 818).

Contro il nuovo Stato paterno che asservisce interamente gli individui e crea un mostruoso sistema di controllo capillare, di uniformità intellettuale e morale, di infiacchimento delle coscienze e di mortificazione della società civile (la quale viene completamente ‘inghiottita’ dal potere sovrano), Tocqueville invoca come rimedio in primo luogo un largo decentramento amministrativo, sul tipo di quello realizzato in America, che renda possibile un ampio autogoverno locale. Egli indica poi nell’associazionismo e nella libertà di stampa due importanti antidoti al potere onnipervasivo del nuovo Leviatano. Un’associazione, egli dice, sia essa politica o economica o letteraria o scientifica, “è come un cittadino illuminato e potente, che non può essere assoggettato a piacere, né oppresso in segreto” (ibid., p. 818). La libertà di stampa, a sua volta, è lo strumento attraverso il quale il singolo può rivolgersi alla nazione intera, esprimendole le proprie ansie, le proprie esigenze, i propri ideali, i propri timori.

È l’autonomia della società civile dal potere politico e burocratico che sta a cuore a Tocqueville; e al tempo stesso gli stanno a cuore il pluralismo e la ricca articolazione della società civile medesima, che permettono all’individuo di vivere in un quadro di vera e piena libertà. In questo modo è possibile neutralizzare i pericoli insiti nella democrazia, e quest’ultima può coniugarsi col liberalismo.
Ma il pensatore liberale che ha espresso nel modo più suggestivo l’incontro fra liberalismo e democrazia è stato probabilmente John S. Mill. Anche Mill è ben consapevole dei pericoli, messi in rilievo da Tocqueville (di cui fu ammiratore), che la società democratica cova nel proprio seno contro lo spirito e la prassi liberali; ma, a differenza di Tocqueville, Mill non provò una sorta di “terrore religioso” verso quella società, e si mostrò fiducioso che fosse possibile superare gli inconvenienti della democrazia.Il fatto è che nella riflessione di Mill confluisce tutta la ricca e complessa vicenda politica inglese dell’Ottocento, a partire dalla grande battaglia per la riforma elettorale. Già alla fine del Settecento la rivoluzione industriale aveva creato in Inghilterra un vasto ceto manifatturiero, che era del tutto escluso dall’assetto politico. L’aristocrazia terriera monopolizzava non solo la Camera dei Lord, ma anche quella dei Comuni, i cui rappresentanti erano nominati, nella loro grande maggioranza, da collegi interamente soggetti ai grandi proprietari. “Di fronte a contee e a borghi formati da poche decine di elettori, dipendenti da un padrone e votanti pubblicamente, sotto il controllo di questo, v’erano i nuovi ceti industriali, o affatto privi di rappresentanze, o forniti di rappresentanze privilegiate, a guida degli altri collegi: il che rendeva anche più stridente il contrasto tra le forze effettive e i pochi possessori dei diritti politici” (v. De Ruggiero, 1962, pp. 92-93).
Nell’aspra battaglia che fu ingaggiata per la riforma elettorale ebbero un ruolo fondamentale i seguaci di Bentham: nel 1823 James Mill (padre di John Stuart) e i suoi amici fondarono la “Westminster review”, per esporre e diffondere le loro vedute. Il loro obiettivo essenziale era la riforma del sistema politico inglese, sulla base di una più autentica rappresentanza popolare. Essi promossero una forte agitazione politica, che si diffuse in tutto il paese e portò presto i suoi frutti: nel 1824 e nel 1825 furono tolti i divieti delle coalizioni operaie; nel 1829 fu votata dal Parlamento l’emancipazione dei cattolici, nel 1832 fu realizzata la grande riforma elettorale, che era, certo, frutto di un compromesso, e come tale lasciava insoddisfatti i radicali (i quali continueranno a battersi per una riforma più incisiva, basata sul suffragio universale), ma che poneva le premesse indispensabili per svolgimenti ulteriori (ibid., pp. 101-102).

Tutti gli umori di questa grande vicenda (che è la vicenda del passaggio della società inglese da un assetto liberale ad assetti sempre più vicini alla liberaldemocrazia) si ritrovano, come abbiamo detto, nell’opera di John S. Mill. Il quale è fermamente convinto che la miglior forma di governo sia quella che investe della sovranità l’intera comunità, e in cui ciascun cittadino è chiamato, di quando in quando, a prendere parte effettiva al governo con l’esercizio di qualche funzione pubblica locale o generale. In particolare, la superiorità dello Stato democratico-rappresentativo riposa, secondo Mill, su due principî fondamentali. Il primo principio è che i diritti o gli interessi di chicchessia hanno la sicurezza di non essere mai trascurati solo là dove gli interessati posseggano essi stessi la forza di difenderli; il secondo principio è che la prosperità della cosa pubblica tanto più aumenta, quanto più le capacità politiche individuali (di tutti gli individui, o della maggior parte di essi) abbiano modo di svilupparsi. Ne consegue che lo Stato democratico-rappresentativo deve sollecitare il maggior numero di persone a partecipare al governo.

Sulla base di questi principî Mill è non solo un difensore del suffragio più esteso possibile (ne esclude gli analfabeti e coloro che vivono dell’elemosina delle parrocchie), ma anche un convinto proporzionalista. Una maggioranza di elettori, egli afferma, dovrebbe sempre avere una maggioranza di rappresentanti, e una minoranza di elettori dovrebbe sempre avere una minoranza di rappresentanti. Là dove le minoranze non sono rappresentate, i loro diritti sono inevitabilmente disconosciuti e i loro interessi conculcati.Il pensiero liberale del Novecento considera ormai come un dato acquisito che la democrazia debba essere considerata come il naturale sviluppo dello Stato liberale (se la si prende, beninteso, non dal lato del suo ideale sociale egualitario, bensì dal lato della sua formula politica, che è la sovranità popolare; v. Bobbio, 1986, p. 30).
Come ebbe a osservare acutamente De Ruggiero, “non appena il liberalismo sorpassa lo stadio feudale e ripudia il concetto della libertà come privilegio o monopolio tradizionale di pochi, per assumere quello di una libertà come diritto comune, almeno potenzialmente, a tutti, esso è già sulla stessa strada della democrazia”. Certo, storicamente questo passaggio è stato tutt’altro che facile e tutt’altro che indolore, per le resistenze opposte dai ceti e dagli ambienti più conservatori (basti pensare agli sforzi che sono stati necessari, in alcuni paesi d’Europa, per l’allargamento del suffragio). E tuttavia, una volta aboliti privilegi e monopoli, una rigida divisione di ambiti tra liberalismo e democrazia non è più possibile, e anzi il loro territorio è comune. E infatti essi hanno finito col coincidere nella concezione formale dello Stato, fondata sul riconoscimento dei diritti individuali e della capacità del popolo a governarsi da sé. “L’estensione democratica dei principî liberali – ha affermato ancora De Ruggiero – ha avuto il suo pratico complemento con la concessione dei diritti politici a tutti i cittadini e con la immissione degli strati più bassi della società nello Stato; e l’assimilazione ha potuto effettuarsi senza modificare essenzialmente la struttura politica e giuridica delle istituzioni liberali, confermando così l’unità dei principî” (v. De Ruggiero, 1962, pp. 357-359).

E tuttavia – come ha rilevato lo stesso Autore – fra i concetti di liberalismo e di democrazia (e fra le due realtà e le due culture che essi sottendono) c’è una differenza profonda di mentalità politica, che dà luogo a seri e durevoli conflitti sul terreno della pratica. “Innanzi tutto, vi è nella democrazia una forte accentuazione dell’elemento collettivo, sociale, della vita politica, a spese di quello individuale” (ibid., p. 359). Tale elemento collettivo si rafforza nella società industriale, che vede un doppio accentramento, capitalistico e operaio, il quale annega nell’organizzazione di categoria – sia essa il trust o il sindacato – le iniziative spontanee e autonome. “Questi convergenti impulsi – aggiungeva De Ruggiero – hanno servito a capovolgere gradualmente l’originario rapporto che la mentalità liberale aveva istituito fra l’individuo e la società: non è la cooperazione spontanea delle energie individuali che crea il carattere e il valore dell’insieme, ma è questo che determina e foggia i suoi elementi. […] Il logico sviluppo di siffatta tendenza porta non soltanto a disconoscere l’efficacia formatrice della libertà, ma anche a comprimerla e a deprimerla” (ibid.).

Inoltre, c’è una sostanziale differenza di atteggiamento, fra liberalismo e democrazia, verso le decisioni della maggioranza. Come ha osservato Friedrich von Hayek, dal punto di vista del liberale è necessario che solo quanto è accettato dalla maggioranza diventi legge, ma non è da credere che ciò basti a renderla una buona legge; dal punto di vista del democratico, invece, il solo fatto che la maggioranza voglia qualcosa è sufficiente per considerare buono ciò che essa vuole.Ancora: per il liberale è indispensabile, in primo luogo, che la maggioranza osservi determinati principî e determinate regole; e, in secondo luogo, che il processo di formazione della maggioranza sia indipendente e spontaneo. Ciò però presuppone l’esistenza di vaste sfere libere dal controllo della maggioranza medesima, entro le quali si formano le opinioni individuali. Il democratico, invece, è portato, per mentalità e per cultura, a sottovalutare queste esigenze, fondamentali per il liberale (cfr. F. von Hayek, The constitution of liberty, Chicago 1960; tr. it., La società libera, Firenze 1969, pp. 127-133). E, insomma, “ci sono delle libertà che esorbitano dalla sensibilità della democrazia, così come ci sono delle eguaglianze che non sono apprezzate dal liberalismo” (v. Sartori, 1958², p. 238).

Liberalismo ed eguaglianza

La discussione del rapporto che intercorre fra liberalismo e democrazia ci porta dunque a discutere il rapporto fra liberalismo ed eguaglianza. Si tratta di un problema assai delicato, perché nelle moderne società democratiche è sempre viva l’aspirazione all’eguaglianza sociale, variamente recepita da partiti politici e da organizzazioni sindacali (sempre più potenti in una società democratico-industriale). Senonché, come ha osservato Bobbio in modo perentorio (ma qui la perentorietà va a tutto vantaggio della chiarezza), “libertà ed eguaglianza sono valori antitetici, nel senso che non si può attuare pienamente l’uno senza limitare fortemente l’altro: una società liberal-liberista è inevitabilmente inegualitaria così come una società egualitaria è inevitabilmente illiberale”. E mentre per il liberale il fine principale della società è l’espansione della personalità individuale – anche se lo sviluppo della personalità più ricca e dotata può andare a detrimento dello sviluppo della personalità più povera e meno dotata – per l’egualitario il fine principale è lo sviluppo della comunità nel suo insieme, anche a costo di diminuire la sfera di libertà dei singoli (v. Bobbio, 1986, p. 27).

Sul rapporto libertà-eguaglianza c’è una vastissima letteratura, corrispondente all’intenso dibattito svoltosi su questo tema nel nostro secolo, e in questa sede non è certo possibile riassumerlo. Qui basti dire che il pensiero liberale più coerente e più maturo ha sempre respinto la svalutazione della libertà civile e politica a favore dell’eguaglianza sociale. La libertà civile e politica è stata considerata sempre fondamentale dai liberali, perché senza di essa c’è solo il regime del privilegio insieme a quello dell’arbitrio (come i regimi totalitari hanno mostrato nel modo più convincente e più terribile), e quindi senza libertà civile e politica non possono essere raggiunte nemmeno quelle libertà sociali che stanno giustamente a cuore anche al liberalismo più avanzato. Senza libertà civile e politica, insomma, non ci può essere nemmeno giustizia sociale (la quale è sempre il risultato di una dialettica politica in cui devono avere libero gioco i partiti, i sindacati, i movimenti d’opinione, ecc.).

A ciò si può aggiungere che lo stesso ideale fatto proprio da diversi filoni del pensiero liberale contemporaneo, che siano assicurate a tutti le stesse opportunità, è un’esigenza che ha un senso solo in una società integralmente libera: ovvero in una società in cui gli individui possano affermare le proprie potenzialità in tutti i campi (economico, professionale, culturale, politico) senza incontrare vincoli e condizionamenti, senza trovare limitazioni e ostacoli.Problemi assai delicati nascono, per il pensiero liberale, dall’esigenza di assicurare alla collettività determinati servizi e determinate provvidenze (quali sono assicurate oggi dal cosiddetto ‘Stato del benessere’), poiché ciò implica una forte ridistribuzione della ricchezza e un ampio intervento dello Stato in molti settori della vita sociale, cioè implica l’esercizio di una serie di poteri e l’adozione di una serie di misure da parte del governo, che vengono sentiti da molti liberali come una seria minaccia (si pensi, a questo proposito, alle analisi di von Hayek). A dire il vero, ben pochi liberali hanno contestato, in passato, le esigenze e le finalità del cosiddetto Stato del benessere (Welfare State). Su questo punto si è registrata una sostanziale convergenza fra liberali e democratici, o addirittura fra liberali e socialisti.
Come ebbe a rilevare Luigi Einaudi (op. cit., pp. 211-212), “su taluna maniera di porre rimedio alla disuguaglianza nei punti di partenza vi ha sostanziale concordia fra liberali e socialisti ed è per quel che riguarda l’apprestamento – a spese di tutti, e cioè dei contribuenti, ossia, formalmente, dello Stato, degli enti pubblici e delle varie specie di opere di bene, coattive o volontarie – di mezzi di studio, di tirocinio e di educazione aperti a tutti. […] Ad uguale sentenza si giunge rispetto a quei provvedimenti intesi ad instaurare parità di punti di partenza tra uomo e uomo con le varie specie di assicurazioni sociali: contro la vecchiaia e la invalidità, contro le malattie, a favore della maternità, contro la disoccupazione e simiglianti”.
E anche uno scrittore liberale come von Hayek, noto per le sue posizioni contrarie allo Stato-Provvidenza, dopo aver rilevato che “tutti gli Stati moderni hanno adottato provvedimenti per gli indigenti, gli sfortunati, gli invalidi, e si sono preoccupati dei problemi sanitari e della diffusione della scienza”, ha affermato che “non c’è ragione che, con il generale aumento della ricchezza, non aumenti anche il volume di queste attività di puri e semplici servizi”, e che è impossibile negare che, quanto più ci arricchiamo, tanto più dovrà aumentare il ruolo dello Stato nel settore delle assicurazioni sociali e dell’educazione (op. cit., pp. 291-292).

La differenza, semmai, fra liberali e democratici, e fra liberali e socialisti, sorge sui modi e sui criteri di applicazione di tali provvedimenti. Poiché mentre i primi (come dice Einaudi) sono più attenti ai meriti e agli sforzi della persona, e quindi sono propensi a mantenersi stretti nell’ammontare dei sussidi, i secondi, invece, sono pronti a maggiori larghezze. E, più in generale, mentre il liberale “vuole porre le norme, osservando le quali risparmiatori, imprenditori, lavoratori possono liberamente operare”, il socialista, invece, “vuole soprattutto dare un indirizzo, una direttiva all’opera dei risparmiatori, proprietari, imprenditori e lavoratori anzidetti. Il liberale pone la cornice, traccia i limiti dell’operare economico; il socialista indica od ordina le maniere dell’operare” (cfr. Einaudi, op. cit., pp. 213-218).
E von Hayek, a sua volta, traccia quella che egli ritiene un’importante distinzione tra due diversi modi di concepire la sicurezza: “C’è una limitata sicurezza che può essere realizzata per tutti e che pertanto non è un privilegio, e una sicurezza assoluta, che, in una società libera, non può essere garantita a tutti. La prima è la sicurezza contro le privazioni fisiche gravi, la certezza di un minimo di mezzi di sussistenza per tutti; la seconda è la certezza di un dato livello di vita, che si determina mettendo a confronto il livello di vita di cui godono gli uni con quello di cui godono gli altri. La distinzione da fare, quindi, è tra la sicurezza di un reddito minimo uguale per tutti e la sicurezza di un particolare reddito che si ritiene una persona dovrebbe avere” (op. cit., pp. 293-294).

Da questa impostazione risulta escluso, naturalmente, qualunque modello di giustizia distributiva. Per il liberale, infatti, da un lato non esistono principî generali di giustizia distributiva universalmente riconosciuti, e, dall’altro lato, anche se fosse possibile raggiungere un accordo su di essi, non li si potrebbe imporre a una società in cui gli individui debbono essere liberi di impiegare le loro capacità e le loro cognizioni per il conseguimento di fini privati. Imporre alla società una gerarchia di fini – ha affermato von Hayek – equivarrebbe a chiedere agli individui di fare ciò che è necessario nella prospettiva di un programma autoritario: cioè significherebbe realizzare un modello che è esattamente l’opposto della società liberale.
Inoltre il liberale auspica (per usare di nuovo le parole di von Hayek) che nell’attuazione dei servizi e delle assicurazioni sociali venga lasciata aperta la possibilità di un intervento per l’iniziativa privata ogni qualvolta ciò appaia concretamente fattibile; che tali servizi siano gestiti, finché è possibile, dalle autorità locali, anziché da quelle centrali; e che infine la maggior parte dei servizi di previdenza sociale siano forniti mediante la creazione di istituti assicurativi concorrenziali, al fine di evitare il monopolio di un’unica macchina burocratica sempre più vasta e potente, il cui controllo da parte della collettività è assai problematico, mentre i danni che essa arreca agli interessi e alla libertà dei cittadini sono sicuri. “Invece – ha aggiunto von Hayek – la decisione di fare dell’intero campo delle assicurazioni sociali un monopolio statale, nonché quella di trasformare l’apparato costruito a tale scopo in un grande meccanismo di ridistribuzione del reddito, hanno condotto a una crescita progressiva del settore pubblico dell’economia (ossia del settore controllato dallo Stato) e a un costante restringimento di quell’area dell’economia in cui ancora prevalgono i principî liberali” (v. Hayek, 1978, pp. 990-991).