L'idea societaria e il movimento operaio

Il paese della prima rivoluzione industriale e della liberalizzazione del mercato del lavoro fu anche quello di incubazione del socialismo, termine con il quale vennero indicati gli esperimenti pratici e le teorie di Robert Owen (1771-1858) – un capitano d’industria di New Lanark in Scozia – e dei suoi seguaci, per lo più in simbiosi con il concetto di associazione e in alternativa a quello di individualismo. I presupposti si ravvisano già, alla fine del Settecento, nelle denunce degli effetti negativi dell’industrializzazione da parte di riformatori agrari e sociali come William Ogilvie e Thomas Spence, e soprattutto Thomas Paine; e non meno nelle istanze propugnate da William Godwin a favore di un associazionismo fondato sui legami di parentela e sul vicinato in opposizione all’autoritarismo dello Stato. Owen, che derivò da Godwin (e soprattutto da Helvétius) la teoria dell’influenza dell’ambiente sul carattere umano, propagandò in A new view of society, or essays on the principle of the formation of human character, 1813, e in New moral world, 1835-1844, un “sistema di cooperazione generale” o “nuovo mondo morale” laico e solidale, fondato sul trinomio “verità, lavoro e scienza”. Teorizzò così la creazione di villaggi comunitari, composti in media da 500-2000 persone, finanziati dalle parrocchie e dalle contee con la tassa sui poveri, da capitalisti filantropi o dalle stesse associazioni operaie; in tali villaggi il lavoro sarebbe stato remunerato in base all’assunto, ricavato dall’economia classica, che “l’unità di misura naturale del valore è, in linea di principio, il lavoro umano”. Dopo un primo esperimento filantropico a New Lanark Owen ne promosse un altro nel 1825 nell’Indiana, negli Stati Uniti, con la comunità di New Harmony, che ebbe però risultati deludenti. Tornato in Inghilterra nel 1829, si pose alla testa del movimento sindacale tentando l’integrazione della società cooperativa di consumo con la trade union, il cui sviluppo fu favorito dalle leggi del 1824-1825 sulle associazioni operaie. Ma l’iniziativa più ambiziosa di Owen, la Grand National Consolidated Trade Union, ebbe vita effimera e fu disciolta nel 1834.

Negli anni venti e trenta l’owenismo ebbe comunque larga diffusione anche a seguito di un’efficace propaganda (realizzata con una media annua di due milioni e mezzo di opuscoli tra il 1839 e il 1841) e lasciò tracce così profonde da far individuare in esso le origini delle attitudini pragmatiche e moderate del movimento operaio inglese.Con Owen condivisero la teoria economica classica del valore i cosiddetti ‘socialisti ricardiani’, che ebbero un’influenza rilevante sullo stesso Marx. Tra essi Thomas Hodgskin sostenne in Labour defended against the claims of capital (1825) che in regime capitalistico la salvezza per i lavoratori era nell’organizzazione autonoma di resistenza, la sola capace di mettere in crisi la legge del ‘prezzo naturale del lavoro’ che lo eguagliava alla pura sussistenza. Si accostarono al movimento cooperativo e sindacale di ispirazione oweniana John Gray e William Thompson, che fu il primo a usare il termine ‘plusvalore’ (An inquiry into the principles of the distribution of wealth, 1824; Labour rewarded, 1827). La mancata concessione del voto ai lavoratori nel 1832, il malcontento suscitato dalla legge sui poveri del 1834 che negava il sussidio agli abili, e infine la campagna per la riforma delle fabbriche promossa nei distretti industriali furono all’origine, tra il 1836 e il 1848, del cartismo, la più vasta agitazione di ceti operai e popolari che abbia interessato l’Inghilterra (e l’Europa) nel XIX secolo.
Attraverso la petizione popolare esso si propose di ottenere una ‘Carta del popolo’, tra i cui punti più qualificanti era il suffragio universale maschile.

Il cartismo non manifestò caratteri autenticamente socialisti anche se tra i promotori, per lo più appartenenti allo strato superiore dei lavoratori qualificati e autodidatti come i tipografi e i sarti, vi furono oweniani come William Lovett e Henry Hetherington. Tuttavia esso favorì la presa di coscienza di classe del movimento operaio inglese inaugurandone le grandi agitazioni di massa, e diventò un punto di riferimento essenziale nella tradizione democratica del socialismo europeo. Fallita una prima agitazione nel 1838-1839, il movimento conobbe una ripresa negli anni quaranta (il ‘decennio della fame’), con un rinnovato gruppo dirigente nel quale risultarono più influenti socialisti e fautori della ‘violenza fisica’ (in alternativa alla sola ‘violenza morale’) come James Bronterre O’Brien, Julian Harney e l’irlandese Feargus O’Connor. Dopo il rigetto delle petizioni del 1842 e del 1848 i gruppi cartisti residui assunsero connotati più apertamente socialisti. O’Brien pubblicò la prima parte di The rise, progress and phases of human slavery (1849), in cui tracciò un parallelo tra la schiavitù antica di tipo patrimoniale e quella moderna di tipo salariale, prospettando nella rivoluzione, violenta o pacifica, il solo mezzo per ottenere la libertà dell’uomo. Qualche rilievo ebbe la riorganizzata National Charter Association, la cui direzione passò da O’Connor a Ernest Jones e a Harney, con orientamento più marcatamente internazionalista.

Nel 1850 Harney si adoperò perché i membri della Society of Fraternal Democrats, creata nel 1846, si associassero al gruppo dei blanquisti e di Karl Marx, di cui tradusse il Manifesto sul “Red republican”, per costituire la Lega universale dei comunisti rivoluzionari, con le parole d’ordine “dittatura del proletariato”, “rivoluzione permanente”, “comunismo” come “forma finale di organizzazione della società umana”. Negli anni cinquanta però Jones ebbe maggiore forza all’interno del sindacato e successivamente di un movimento di pressione che contribuì alla riforma elettorale del 1867. Tra l’altro egli rilanciò la tesi della nazionalizzazione della terra, già prospettata nel piano agrario cartista dopo il 1842, per collocarvi la manodopera urbana disoccupata (“colonie in patria”).

In opposizione alle agitazioni per le ‘le carte del popolo’ del 1848, sorse il movimento del socialismo cristiano per iniziativa di esponenti della Chiesa d’Inghilterra come Frederick Denison Maurice e Charles Kingsley, e dell’avvocato John Malcolm Forbes Ludlow, che aveva seguito in Francia le iniziative di Blanc e Buchez. L’intento dei socialisti cristiani era quello di unire fraternamente lavoratori e ceti abbienti mediante l’organizzazione della produzione. Organo del movimento fu “Politics for the people” (1848), poi “The Christian socialist” (1850-1851), e infine “The journal of association” (1852). Mentre Ludlow fondò piccole associazioni operaie di produzione, di ispirazione cristiana, Thomas Hughes si dedicò al movimento sindacale e Edward Vansittart Neale al movimento cooperativo laico, dirigendo a lungo la segreteria della Cooperative Union, nell’obiettivo comune di creare un movimento associativo di tipo nuovo che coinvolgesse, attraverso il sindacato e la cooperazione, produttori e consumatori.

La maggior parte delle cooperative locali e di produzione fallì, e il cointeressamento del sindacato non fu soddisfacente, tanto che il gruppo di Ludlow e Maurice rinunciò al cooperativismo per dedicarsi alla politica sanitaria e alla istruzione operaia fondando nel 1854 il Working men’s college a Londra. Neale continuò invece il suo impegno nella cooperazione di consumo, nella quale era destinata al successo, a Manchester, la North of England cooperative whole sale society, poi organismo commerciale centrale per tutto il paese.Insieme all’Inghilterra fu la Francia l’altro ‘paese del socialismo’, favorito dal precedente della grande rivoluzione che aveva scosso il principio stesso di proprietà e posto la democrazia politica come condizione di quella sociale. Furono chiamati per primi ‘socialisti’ i seguaci di Claude-Henri Saint-Simon (17601825), di origine nobile ma caduto in rovina economicamente. A lui Émile Durkheim ha attribuito addirittura la qualifica di ‘padre del socialismo’, nonché del positivismo, ma già Mazzini aveva definito il saintsimonismo “la più avanzata manifestazione dello spirito di novità che ha soffiato nel nostro secolo” ed Engels gli aveva riconosciuto un ruolo importante nella diffusione e nella sistemazione delle idee del socialismo non strettamente economico.

In saggi come L’organisateur (1819-1820), Du système industriel (1821-1822), Catéchisme des industriels (1823), Saint-Simon sostenne che sarebbe stata la scienza, più che la politica, a risolvere il problema sociale lasciato aperto dalla Rivoluzione francese. E applicando al mondo morale il principio di attrazione universale teorizzato da Newton nella fisica, attribuì all’industrializzazione, se opportunamente coordinata, il passaggio pacifico dall’età organica dei “secoli cristiani” all’età “positiva”. Al dominio degli oisifs, cioè dei ceti parassitari (aristocratici, militari e redditieri), si sarebbe così sostituito quello dei savants e degli industriels o produttori, cioè dei possessori delle conoscenze scientifiche nonché degli imprenditori e degli operai, impegnati insieme a conseguire lo sviluppo nell’ordine e nell’unità armonica della società, a beneficio fisico e morale della “classe la plus nombreuse et la plus pauvre”. Ne sarebbe conseguito un “nuovo cristianesimo”, non più basato sui dogmi teologici, bensì sulla verità scientifica (Nouveau christianisme, 1825).

Tali principî furono ripresi, specialmente tra il 1830 e il 1832, dagli eredi più diretti di Saint-Simon come Olinde Rodrigues, Prosper Enfantin e Saint-Amand Bazard. Essi rappresentarono la storia dell’umanità come l’evoluzione dall’antagonismo di forze contrapposte e dallo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo (schiavo-padrone nell’età antica, servo-signore nell’età medievale, operaio-padrone nell’età borghese) all’associazione, nella quale tale sfruttamento sarebbe stato eliminato. In quest’ultima fase i mezzi di produzione sarebbero stati socializzati con l’abolizione dell’eredità, mentre ai privati sarebbe rimasta la proprietà dei beni di consumo. La socializzazione dei mezzi di produzione non si sarebbe confusa con la comunione dei beni, perché ciascuno avrebbe avuto secondo le capacità e le opere (disuguaglianza nella ripartizione). Una discussa evoluzione di tali teorie in senso tecnocratico e misticheggiante si ebbe nel pensiero di Enfantin, mentre nei discepoli della seconda generazione – come il tipografo autodidatta e laico Pierre Leroux – si manifestò un più spiccato interesse per le organizzazioni autonome di lavoratori. L’eredità del sansimonismo correlò il socialismo in Francia (e in Belgio) al positivismo, alleato della Scienza e del Progresso. Ma esso ebbe rilevanza anche nella promozione di un ceto imprenditoriale nel settore mobiliare e delle grandi infrastrutture negli anni del Secondo Impero.

Per la sua fiducia nell’industrialismo Saint-Simon apparve come l’anticipatore della teoria della società industriale e della occupational community, elaborata poi da Durkheim, o, addirittura, dell’economia pianificata.L’altro rappresentante della ‘grande utopia’ socialista nel periodo della Restaurazione fu Charles Fourier (1772-1837), proveniente da una famiglia di commercianti. Nei saggi Théorie des quatre mouvements (1808), Traité de l’association domestique et agricole (1822), Le nouveau monde industriel et sociétaire (1829) e La fausse industrie (1835-1836), Fourier teorizzò quattro stadi della storia umana (selvaggio, patriarcale, barbarico e della civiltà); nella successione dalla condizione razionale e ‘passionale’ (lavoro e amore) alla civilisation (“il mondo alla rovescia”) le istituzioni avrebbero allontanato le passioni e il matrimonio soffocato l’amore, mentre la coercizione sociale e l’organizzazione del lavoro avrebbero reso quest’ultimo noioso, incerto e alienante e l'”anarchia commerciale” avrebbe impedito al salariato di partecipare ai benefici dello sviluppo. Alla civilisation Fourier contrappose la società di Armonia, articolata in piccole comunità, autosufficienti e pertanto sottratte alla competizione, organizzate in falansteri, grandi edifici sociali costruiti per la vita collettiva, dove il lavoro sarebbe stato svolto alternativamente da gruppi divisi per età e genere, e retribuito in relazione al rendimento, al talento e al capitale.

La nuova società pertanto sarebbe risultata dalla giustapposizione di comunità autosufficienti e autonome, dedite prevalentemente all’agricoltura, alla trasformazione dei prodotti della terra e alla produzione dei beni di consumo. Per il suo rifiuto dell’industrialismo fu attribuita a Fourier una visione arcaica, ma la sua critica radicale del sistema capitalistico fu anche valutata con favore. In tempi più recenti sono state riconsiderate positivamente la sua denuncia degli aspetti repressivi della civiltà, l’apertura alla vita istintuale – quasi un’anticipazione della pedagogia moderna e perfino della cultura ecologica – nonché la progettualità degli insediamenti, prefigurazione della moderna urbanistica. La scuola societaria o fourieriana degli anni trenta e quaranta ebbe solo in apparenza un’influenza minore di quella sansimoniana. Vantò fortunati divulgatori come Victor Considérant e conobbe un successo duraturo nella cooperazione, specialmente di produzione, con Michel Derrion, Philippe Buchez e Jean-Baptiste Godin.

Assai più eclettico fu il comunismo comunitario di Étienne Cabet (1788-1856), nato da una famiglia di artigiani, pubblicista e redattore del giornale “Le populaire”, esule a Londra dopo il 1834. Nel noto saggio Voyage en Icarie (1842), ispirato all’Utopia di Tommaso Moro adattata a un ambiente industriale, si pronunciò per l’abolizione della proprietà privata e per il lavoro obbligatorio in grandi aziende pubbliche meccanizzate, coniando lo slogan fortunato: “Tutti hanno il dovere di lavorare lo stesso numero di ore al giorno, secondo i propri mezzi, e il diritto di ricevere una parte uguale di tutti i prodotti, secondo i propri bisogni”.

Negli anni quaranta in Francia (dove Cabet era tornato nel 1841) ‘comunismo’ era in qualche modo assimilato a cabetismo o a icarianesimo, anche nell’ultima versione ispirata a una sorta di cristianesimo primitivo (Mon crédo communiste, 1845; Le vrai christianisme suivant Jésus-Christ, 1846).La questione della centralità del ‘diritto al lavoro’ nella società moderna fu sollevata soprattutto da Louis Blanc (1811-1882), autore di L’organisation du travail (1839, 1848¹⁰). Critico nei confronti delle ipotesi comunitarie, egli attribuì allo Stato, reso “amico del popolo” con il suffragio universale, il coordinamento di un sistema di aziende pubbliche: gli ateliers sociaux, autonomi nella gestione, finanziati da un prestito statale gratuito, e resi più competitivi delle imprese private, con il cointeressamento operaio alla produzione.

Nella rivoluzione del 1848 Blanc assunse una posizione di rilievo, diventando presidente della Commissione del Lussemburgo, ma gli ateliers nationaux, simili alle fabbriche di carità, non ebbero fortuna. Il fallimento di tale indirizzo determinò un sostanziale allontanamento dei lavoratori dall’idea repubblicana; lo stesso Blanc fu esule in Inghilterra e quando tornò in Francia assunse una posizione defilata, tanto da non aderire alla Comune.

E tuttavia nella storia del socialismo (grazie anche all’influenza cartista) egli, pur non essendo stato un dottrinario, fu considerato come il primo teorico dell’interventismo statale e per la sua visione graduale e pacifica della via al socialismo fu ritenuto perfino l’anticipatore della socialdemocrazia.Agli antipodi della corrente ‘statalista’ o ‘governativa’ rappresentata da Blanc si trova l”anarchismo positivo’ di Pierre-Joseph Proudhon (1809-1865). Egli riteneva il mondo fondato su principî universali di contraddizione o antagonismo, e di interazione o reciprocità, la cui espressione più compiuta era da individuarsi nella famiglia e, sul piano produttivo, nel libero scambio delle merci regolato dai valori creati dal lavoro, secondo la teorizzazione dei socialisti ricardiani e di Owen. In una serie di saggi – dal celebre Qu’est-ce que la proprieté? (1840) dove definì la proprietà un furto, a Système des contraddictions économiques, ou philosophie de la misère (1846), De la justice dans la révolution et dans l’Église (1858), De la capacité politique des classes ouvrières (1865) – teorizzò un’organizzazione dal basso, autogestita sul piano economico e amministrativo da individui, gruppi e comuni organizzati su basi federative, ma con il sostegno di una banca popolare, nella quale le retribuzioni fossero proporzionali al successo personale o alla composizione della famiglia. Rifiutando la proprietà pubblica dei mezzi di produzione, compresa la terra, Proudhon delineò una società a carattere artigiano e contadino (dal cui ambiente egli stesso proveniva), basata sui piccoli produttori e sulla conservazione della famiglia patriarcale, in cui la donna avesse un ruolo subordinato.

E tuttavia egli e i suoi seguaci non solo ebbero largo successo in Francia negli anni cinquanta e sessanta, ma rimasero i referenti più accreditati di tutte quelle correnti del movimento socialista che si richiamarono all’antiautoritarismo, al mutualismo e al federalismo; in questo ambito Proudhon fu considerato uno dei padri del movimento anarchico o anarco-sindacalista. La polemica stessa in cui lo impegnarono Marx ed Engels contribuì a rafforzare tale opinione.Al di fuori dell’Inghilterra e della Francia, cioè dei paesi delle rivoluzioni borghesi (industriale e politica), gli sviluppi del socialismo furono più tardivi e stentati. In Germania, il socialismo si diffuse inizialmente solo in ambito culturale e tra gli esuli politici.

Così, dalla metà degli anni quaranta prese corpo il movimento del ‘vero’ socialismo, o socialismo tedesco, come corrente filosofica della sinistra hegeliana, i cui esponenti più noti furono Karl Grun e Moses Hess, mentre nel 1834 era stata fondata a Parigi una Lega dei proscritti (Bund der Geatchen), di tendenza democratico-repubblicana, trasformatasi nel 1836 in Lega dei giusti e infine, nel 1847 a Londra, in quella Lega dei comunisti che commissionò a Marx nel 1847 la redazione del Manifesto, uscito nel febbraio dell’anno successivo. Influenzati dalla sinistra hegeliana e dalla frequentazione degli esuli, a contatto con la classe operaia inglese ma in una prospettiva internazionalista, Karl Marx (1818-1883) e Friedrich Engels (1820-1895) enunciarono una concezione materialistica della storia vista come il succedersi di fasi segnate dall’antagonismo di due classi in base ai rapporti di produzione. L’esasperazione delle antinomie, in ultimo tra borghesia e proletariato, avrebbe infine prodotto una rivoluzione dalla quale, per la prima volta nella storia dell’umanità, sarebbe scaturita una società senza classi, in cui “il libero sviluppo di ciascuno fosse la condizione per il libero sviluppo di tutti”.

Pur prevedendo in tempi brevi la socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, Marx si astenne dal fornire un quadro esaustivo dello stadio finale, ammettendo tuttavia la necessità di misure giuridiche ed economiche corrispondenti alla “costituzione del proletariato in classe dominante”, e si limitò a definire “socialista” la fase di transizione al comunismo; nel 1852 introdusse la nozione di “dittatura del proletariato” poi precisata dopo la Comune. Ai comunisti assegnò la funzione di ‘avanguardia’ dei partiti operai nella lotta contro la borghesia dove questa fosse dominante, e in alleanza con essa, contro l’aristocrazia, nei paesi meno sviluppati. Il Manifesto fu nell’immediato privo di influenza pratica, ma la ebbe enorme in seguito (fu definito “il vangelo del socialismo moderno”), come parte qualificante di un corpus di scritti – fra cui il primo volume del Kapital, tirato in mille copie nel 1867 esaurite solo nel 1871 (il secondo e il terzo volume furono editi a cura di Engels nel 1885 e nel 1894; il quarto a cura di Karl Kautsky nel 1895) – che era destinato a incidere profondamente sul movimento socialista, a partire dagli anni ottanta e per oltre un secolo.

Marx definì “scientifico” il suo socialismo per differenziarlo da quello, precedente al Manifesto, che chiamò “utopico” ritenendo quest’ultimo indirizzato alla ricerca di rimedi sociali “al di fuori del movimento operaio” e prescindendo dalla questione del potere, nel presupposto che di volta in volta la scienza, l’atto di volontà o addirittura il comportamento onesto e filantropico potessero dar vita a nuovi sistemi sociali più o meno fantasiosi.

L’affermazione successiva del marxismo all’interno del movimento operaio contribuì a consolidare questa immagine negativa del socialismo precedente al Manifesto, fino a inglobarvi le posizioni di Blanc e perfino di Proudhon. La periodizzazione e le categorie interpretative di Marx divennero poi di uso comune. Né cambiò la sostanza il fatto che in sede storiografica si tentasse una correzione parziale di tale valenza negativa introducendo la categoria di ‘protosocialismo’, che si voleva calato nella realtà del proprio tempo, limitando invece la qualifica di ‘utopismo’ alle teorie e alle pratiche cooperativistiche-associative che tendevano alla progressiva giustapposizione di realizzazioni molecolari, per riscrivere dal basso l’intera teoria delle relazioni sociali; oppure ancora distinguendo tra gli utopisti per eccellenza, o ‘grandi utopisti’, cioè i capiscuola come Saint-Simon, Owen, Fourier, Cabet, e i discepoli, più solleciti alle sperimentazioni. In realtà, i socialisti cosiddetti utopici del XIX secolo dovrebbero essere piuttosto considerati dei riformatori sociali che, al di là dei progetti ambiziosi e dei tentativi falliti, non mancarono di lasciare tracce profonde nella cultura e nella realtà politica, associativa, mutualistica, sindacale e cooperativa del tempo, spesso con risultati duraturi. Gli stessi Marx ed Engels non possono essere considerati fuori da questo contesto.Nel trentennio successivo al 1848, col favore di una fase economica propizia e, fino al 1873, del rialzo dei prezzi, si registrò una forte spinta all’organizzazione sindacale (la ‘prassi operaia’) mediante la quale furono erette le prime difese contro lo sfruttamento generalizzato della manodopera e conseguiti i primi elementi di una legislazione sociale nonché, sia pure tra forti ostacoli, la garanzia del diritto di coalizione (in Inghilterra fu rilevante al riguardo l’esito positivo dello sciopero degli edili londinesi nel 1859). Il movimento dei lavoratori diventò un nuovo soggetto, riconosciuto.

La testimonianza più significativa fu la costituzione della Associazione Internazionale dei Lavoratori (o Prima Internazionale) il 28 settembre 1864 alla St. Martin Hall di Londra, dopo gli incontri promossi dai sindacati inglesi e dalle società operaie francesi in occasione dell’Esposizione internazionale di Londra nel 1862. Negli statuti e soprattutto nel preambolo (Indirizzo alla classe operaia), a cui dette un contributo decisivo Marx, si affermò che l’emancipazione della classe operaia doveva essere opera della classe stessa, a cominciare dalla liberazione dalla soggezione economica, fonte di ogni servitù. Tuttavia, pur nel condiviso clima di solidarietà internazionale, vi si palesarono subito prospettive assai diverse: i sindacati inglesi ricercavano garanzie contro il crumiraggio, mentre le società francesi mettevano in primo piano il mutualismo e il sistema del credito gratuito, e quelle belghe il libero pensiero. I primi congressi (Ginevra, 1866; Losanna, 1867) furono dominati dalla delegazione francese, nella quale era forte l’influenza dei proudhoniani contrari alla pratica dello sciopero. La sconfitta del proudhonismo (congresso di Bruxelles, 1868) coincise con la piena legittimazione della lotta di resistenza e soprattutto con la svolta a favore della collettivizzazione, per la quale risultò decisivo l’appoggio del belga César de Paepe (1842-1890).

Al successivo congresso di Basilea (1869) fu riaffermato il duplice obiettivo della collettivizzazione della terra e della promozione delle ‘società di resistenza nei vari corpi di mestiere’. Intanto una nuova e più agguerrita opposizione al marxismo veniva da parte dei seguaci dell’esule russo Michail Bakunin (1814-1876), che negarono al Consiglio generale di Londra la prerogativa di imporre disciplina e politica alle sezioni nazionali e locali, per le quali reclamarono invece la piena autonomia. Il contrasto tra Bakunin e Marx fu dirompente e aprì tra socialisti (e poi comunisti) e anarchici una divaricazione che non si sarebbe più ricomposta. Il primo predicò l’abolizione dell’ereditarietà dei beni, laddove il secondo puntò sulla soppressione della proprietà privata in quanto tale; l’uno concepì i partiti operai come fattori di burocratizzazione e di subordinazione allo Stato per il tramite della legislazione sociale, l’altro li considerò essenziali nella via al socialismo. Ma il dissenso fondamentale fu su due punti ulteriori: il primo era rappresentato dal problema dello Stato, che i seguaci di Bakunin volevano distruggere in tutte le sue forme (come del resto la religione, per l’autoritarismo dogmatico), non escludendo neppure il ricorso al terrorismo, laddove nella strategia marxista la conquista del potere, per via rivoluzionaria o democratica, rimase obiettivo centrale; il secondo punto riguardava l’individuazione dei soggetti rivoluzionari, in quanto gli anarchici coinvolgevano anche gli strati più emarginati della società, come i contadini poveri, gli artigiani in rovina e gli studenti, mentre i socialisti puntavano sugli operai, specialmente di fabbrica, come classe generale.

La tradizione bakuniana o anarchica o libertaria trovò consensi più diffusi in Spagna, in Italia, nella Svizzera francese, nel Belgio vallone, ma non sarebbe corretto vedere in ciò l’aspetto qualificante di un presunto socialismo mediterraneo.Il problema dello Stato si pose in maniera tanto chiara quanto drammatica nel marzo 1871 con la Comune di Parigi, una sollevazione popolare più o meno spontanea, dettata anche da motivi patriottici – forse l’ultima ‘giornata’ nella tradizione rivoluzionaria del 1789 – alla quale parteciparono ceti operai, artigiani e piccolo-borghesi. L’Internazionale vi fu estranea e manifestò la sua solidarietà solo a eventi accaduti. Bakunin fu sollecito a cogliervi “la negazione audace e netta dello Stato” e, per l'”azione spontanea delle masse”, “l’istinto socialista”. Marx la interpretò come il primo esperimento di “governo della classe operaia”, ma ne ricavò anche l’ammonimento a non spezzare l’unità della nazione, “potente fattore della produzione sociale”. Nonostante la brevità dell’esperienza (settantadue giorni) e la modestia delle realizzazioni socialiste, la Comune (con la precedente sconfitta francese a Sedan) ebbe conseguenze notevoli in Europa e in seno all’Internazionale stessa, anche se è eccessivo affermare che rappresentò la discriminante tra ‘il socialismo di ieri’ e quello ‘di oggi’. Essa accelerò la spinta tradeunionistica dei sindacati inglesi e contribuì a trasferire il centro di gravità del movimento socialista dalla Francia alla Germania. Nell’immediato, il fallimento della Comune esasperò i contrasti tra i seguaci di Marx e di Bakunin, e se il primo riuscì a far espellere il secondo al congresso dell’Aja del 1872, fu tuttavia costretto a spostare la sede dell’Internazionale a New York decretandone così la fine (1876). Pur nella brevità e nelle vivaci polemiche che ne caratterizzarono la vita, l’Internazionale fornì un’importante esperienza di impegno intorno a una concezione di lotta più definita e omogenea, contribuendo a radicare l’identità collettiva, tanto che tutte le successive analoghe iniziative ne rivendicarono la continuità.