Il partito nazionale dei lavoratori e l'integrazione politica

A partire dalla fine del XIX secolo le vicende del socialismo furono contrassegnate dall’affermazione e dalla vitalità di due soggetti apparentemente distanti o addirittura antagonistici, ma in realtà connessi: la classe operaia e la nazione. L’interesse della Seconda Internazionale, costituita nel 1889 da partiti nazionali per o della classe operaia, si volgeva a entrambi.La costituzione del partito operaio e/o socialista, sollecitata dall’allargamento del suffragio e dall’insorgente società di massa, rifletteva innanzitutto la grande frattura sociale tra manodopera e capitale, tra ceti subalterni e leaderships tradizionali e/o borghesi, in una fase di rafforzamento dello Stato-nazione, di integrazione del mercato e di un più marcato ruolo dello Stato nell’economia e nella società. Per certi versi essa si poneva come punto d’approdo dell’evoluzione del proletariato dalla condizione di ‘rango inferiore’, di ‘plebe’, di ‘gente comune’ o di ‘ceto lavoratore operaio’ a quella di ‘classe lavoratrice’, il che aveva posto in primo piano il rapporto tra coscienza e organizzazione, quest’ultima intesa anche come completamento della personalità del singolo. Il partito, insieme al sindacato (generale e centrale), fu così la risposta al nuovo tipo di conflittualità sociale determinatosi alla fine del secolo, che reclamava da un lato modalità più complesse e ‘aperte’, e comunque più organizzate – la pratica diffusa dello sciopero, il richiamo alle otto ore lavorative reso ricco di suggestioni dalla festa del primo maggio, il rivendicato controllo del collocamento, la più generale definizione del contenzioso, a cominciare dal contratto collettivo (in Inghilterra dal 1890) -, mentre dall’altro richiedeva iniziative più decisamente orientate al compromesso sociale (legislazione sociale, uffici del lavoro, istruzione).

L’affermazione e l’articolazione concreta del partito, dunque, dipesero dal congiunto rapporto con i centri propulsivi del sistema capitalistico e con la democratizzazione di quello politico. La perifericità rispetto ad essi facilitò l’affermazione del partito-avanguardia presentatosi come tale per la classe, per di più intesa come classe generale, guida all’istruzione e al reclutamento, ma ancor più alla rivoluzione; in determinate condizioni ciò sollecitò la subordinazione dello Stato al partito e, successivamente, la sua trasformazione in regime. Viceversa, la vicinanza determinò l’evoluzione del partito socialista in un partito elettorale di massa, che si definì nella mobilitazione e nell’inquadramento di vasti strati popolari ai margini o al di fuori della cittadinanza politica tradizionale, assumendo da allora un ruolo importante nell’evoluzione dei sistemi democratico-rappresentativi e in ogni caso svolgendo un’accentuata funzione di socializzazione politica nella propaganda di nuovi fini collettivi. A tale scopo il partito si indirizzò all’interno verso la creazione di un vasto apparato – in buona parte finanziato dalle quote sociali e articolato in sezioni particolari nonché in comitati o uffici a struttura gerarchico-piramidale – e all’esterno verso l’interrelazione con istituzioni o associazioni di sostegno e collaterali.

Nella tipologia del ‘grande partito’, classista ma aperto alla confluenza di ceti piccolo- e medio-borghesi, che rimase la più emblematica del socialismo europeo, alla proiezione elettorale si sovrapposero l’attitudine educativa, che esaltava la funzione importante della dottrina nel radicamento dell’obbligazione politica, ma anche l’attività di sostegno a strutture di solidarietà e a organismi vari di partecipazione. Come luogo dell’aggregazione e della mediazione di nuovi interessi sociali, o della canalizzazione delle tensioni e dunque dell’istituzionalizzazione della ‘nuova’ conflittualità, esso finì per ricoprire un ruolo essenziale ai fini della stabilizzazione/destabilizzazione del sistema politico-istituzionale, delineando nel complesso, ma non in modo lineare e senza soluzioni di continuità, un’evoluzione da ‘associazione’ e ‘movimento’ a ‘istituzione’, da ‘forma’ esterna ed extraparlamentare a funzione centrale del sistema politico rappresentativo di massa, da istituto a fondamento classista a partito dello sviluppo sociale. Infine, facendo riferimento specifico alla fase di insediamento, decisiva per il codice genetico di un partito, occorre sottolineare che il partito ‘secondo internazionalista’ rappresentò il superamento definitivo del settarismo cospirativo e del corporativismo e del regionalismo ‘primo internazionalista’ assumendo, nella separazione dagli anarchici e poi dai sindacalisti rivoluzionari, il metodo democratico come mezzo per la piena espressione del movimento operaio, e ne collocò la prospettiva in una dimensione politica nazionale, portando con ciò la lotta a ridosso dello Stato per la conquista e la gestione del potere. Inoltre, identificando nella classe operaia la protagonista consapevole della propria emancipazione, autonoma e distinta dalle altre forze politiche, il partito socialista postulava anche un collegamento – e in taluni casi una vera e propria divisione dei compiti – con il sindacato, centro di organizzazione dei lavoratori intorno alla difesa di interessi corporativi.

La Seconda Internazionale nacque appunto con questa duplice anima: politica (e democratica) e corporativo-operaia. E tale duplice registro fu adottato da tutti i partiti operai o socialdemocratici che si costituirono nel giro di una quindicina d’anni, adattandosi alle tradizioni e agli ambienti, con il criterio dell’adesione ora collettiva, ora individuale. Nei partiti della Seconda Internazionale fu rituale la professione di marxismo in vista della socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, ma furono ugualmente importanti la pratica riformista e la partecipazione alla lotta parlamentare e al governo delle amministrazioni locali, tanto che i consensi elettorali furono presi a misura del successo politico. Dopo la fine delle ipotesi catastrofiche di fine secolo e i successi elettorali e sindacali dovuti a una congiuntura favorevole, l’alba del nuovo secolo sembrò quella dell”epoca socialdemocratica’. Sulla spinta dell’industrializzazione e dei progressi scientifici, dell’urbanesimo e della diffusione dell’istruzione, il vecchio mondo aristocratico e individualista parve destinato a crollare di fronte ai crescenti successi del socialismo il cui edificio, come si teorizzò al congresso dell’Internazionale a Stoccarda nel 1907, poggiava saldamente su tre pilastri: il partito, il sindacato e il movimento associativo e cooperativo.Il primo partito nazionale fu fondato in Germania, dove il mondo del lavoro si andò organizzando intorno all’Arbeitsverein con obiettivi tradeunionistici e culturali.

Proprio rivendicando l’autonomia dei lavoratori dalle formazioni politiche borghesi, nel presupposto che a essi spettasse il rinnovamento etico e sociale di uno Stato hegelianamente inteso come pernio della vita pubblica, fu creato nel 1863 a Lipsia da Ferdinand Lassalle (1825-1864) l’Allgemeiner Deutscher Arbeiterverein (ADAV). Lassalle considerò la borghesia un’unica massa reazionaria e, richiamandosi alla ‘legge ferrea dei salari’, giudicò inutili gli scioperi per proporre piuttosto la creazione di cooperative di produzione che competessero efficacemente sul mercato con le imprese capitalistiche, così da assicurare in modo pacifico e legale il passaggio a un nuovo ordine sociale conforme a giustizia, con la garanzia di uno Stato conquistato politicamente con il suffragio universale e diretto. Grande comunicatore, egli diventò assai popolare tra i lavoratori tedeschi, con forme di culto personale, finché non venne ucciso in duello nel gennaio 1864. Gli succedette alla presidenza del partito l’avvocato Johann Baptist von Schweitzer, direttore di “Der Sozial-Demokrat”, il quale pur nella confermata fedeltà allo Stato prussiano fu più sensibile all’azione sindacale. In contrapposizione ai lassalliani nel 1869 fu fondata a Eisenach la Sozialdemokratische Arbeiter Partei (SDAP), che si richiamò all’Internazionale affermando la simultaneità dell’azione politica con quella sindacale. Ne furono promotori il tornitore autodidatta August Bebel (1840-1913), futuro autore del celebre Die Frau und der Sozialismus (1883), che ebbe una cinquantina di edizioni, e il pubblicista emigrato Wilhelm Liebknecht (1826-1900), i quali dalle iniziali posizioni antiprussiane per la creazione della ‘grande’ Germania democratica in alleanza con le forze borghesi, si erano gradualmente avvicinati a Marx, anche per la frequentazione delle sezioni tedesche dell’Internazionale fondate da Philipp Becker. Nel 1875 i due partiti si fusero al congresso di Gotha, con un programma che fu criticato da Marx per le concessioni fatte ai lassalliani sui concetti della ‘fratellanza dei popoli’, della ‘legge ferrea’ dei salari, della borghesia come unica massa reazionaria, della cooperazione di produzione.

Le critiche di Marx non ebbero influenza pratica (l’ebbero semmai nello sviluppo successivo del pensiero leninista). L’organizzazione del partito, finalmente democratico e sociale, ne uscì consolidata, tanto che nelle elezioni del 1877 conseguì il 9% dei voti, mentre le iniziative a favore della cultura operaia e la stessa unità sindacale risultarono fortemente stimolate. Dal 1878 il partito subì la legislazione antisocialista voluta da Bismarck, che ne proibì giornali, sedi, congressi, ma ne ammise la partecipazione alle elezioni, cosicché rimase in piedi una struttura per fiduciari. In ogni caso restò più che mai attivo il movimento sindacale: l’imponente sciopero dei minatori da esso organizzato nel 1889 contribuì a far abrogare la legislazione di emergenza (1890). Alle successive elezioni i socialdemocratici ottennero un milione e quattrocentomila voti (oltre il 20%) acquistando un’autorità indiscussa in tutto il movimento socialista internazionale. Grande influenza ebbe anche la rivista teorica “Neue Zeit” diretta dal 1883 al 1917 da Karl Kautsky (1854-1938), al quale fu attribuito, con la paternità delle categorie ‘marxisti’ e ‘marxismo’, un ruolo fondamentale nell’assunzione del pensiero di Marx a ‘dottrina ufficiale del partito’, anche e soprattutto ai fini della egemonia politica e ideologica nelle lotte interne.

Il concetto stesso di ‘socialdemocrazia’, nato nel senso della tradizione del 1848, acquisì definitivamente la duplice valenza classista e ‘democratico-sociale’, cioè di ‘completo dominio del popolo’, contro lo sfruttamento e contro il privilegio, per l’eguaglianza e per la libertà. Il programma del partito approvato al congresso di Erfurt del 1891, preparato da Kautsky con il consenso di Engels, indicò gli obiettivi della socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, dell’utilizzazione di ogni strumento di lotta legale e in particolare di quella parlamentare per l’emancipazione dei lavoratori, del sostegno alla lotta di resistenza sindacale. Ne uscì delineato così un partito di classe e di massa. Il programma di Erfurt diventò un punto di riferimento essenziale per tutti i partiti della Seconda Internazionale, di cui la socialdemocrazia tedesca fu l’asse portante: come disse Engels, essa “appariva come la massa più numerosa, più compatta, la forza d’urto decisiva dell’esercito proletario internazionale”. In effetti, nel 1912-1913 il sindacato, diretto da Karl Legien, vantò due milioni e mezzo di iscritti; nelle elezioni del Reichstag del 1912 la SPD ottenne oltre quattro milioni di voti (34,8% del totale) e 110 seggi; i membri del partito, fondato sulle sezioni territoriali e finanziato dalle quote individuali, raggiunsero un milione.
Ma nel sistema politico-istituzionale imperiale tale forza restò politicamente ‘isolata’ o ‘separata’, cosicché, al fine di superare tale isolamento in connessione al tramonto delle ipotesi catastrofiche, già a cavallo del secolo non mancarono posizioni volte alla ‘revisione’ del programma, che mettevano in discussione alcuni punti centrali del pensiero di Marx, in particolare sulla proletarizzazione dei ceti medi e sulla concentrazione progressiva delle ricchezze, sullo Stato come strumento operativo nelle mani delle classi dirigenti e sulla dittatura del proletariato. Se ne fecero interpreti Georg von Vollmar (1850-1922), favorevole al ‘riformismo di Stato’ e alla piccola proprietà contadina, e soprattutto Eduard Bernstein (1850-1932), nutrito di filosofia neokantiana e vicino alla scuola economica marginalista, che in Die Voraussetzungen des Sozialismus und die Aufgaben der Sozialdemokratie (1899) propose di trasformare la SPD in un “partito di riforme socialiste e democratiche” in quanto “erede del liberalismo per il suo contenuto spirituale”, confutando la tesi della proletarizzazione dei ceti medi e della dittatura del proletariato (“il movimento è tutto”). Difesero l’ortodossia marxista Bebel e Kautsky, autore di Die Agrarfrage (1899), Bernstein und sozialistische Programm (1899), Die soziale Revolution (1902) e Der Weg zur Macht (1909).

Negli anni successivi, dopo la prima Rivoluzione russa del 1905 e soprattutto dal 1910, emersero critiche alla ‘ortodossia di centro’ anche da sinistra, in particolare da Herman Goster, Anton Pannekoek, Alexander L. Helfand detto Parvus, e soprattutto da Rosa Luxemburg (1870-1919) secondo la quale, nell’ipotesi di una crisi rivoluzionaria determinata dalle presunte contraddizioni dell’età dell’imperialismo, occorreva piuttosto educare la classe operaia perché si rendesse spontaneamente protagonista della rivoluzione di massa, evitando così anche il pericolo dell’autoritarismo presente sia nel partito burocratico che nelle leaderships professionali (come quelle, rivoluzionarie, teorizzate da Lenin nel Che fare? del 1902). La SPD respinse ufficialmente il revisionismo al congresso di Dresda del 1903, ma la prassi sindacale e di tipo parlamentare portò ugualmente a una crescente integrazione politica e sociale, sancita dal voto favorevole ai crediti di guerra nell’agosto 1914. Per taluni però fu un’integrazione ‘in negativo’ perché, al di là dei miglioramenti materiali per i lavoratori, non fu tale da superare le condizioni politiche discriminatorie messe in atto dalle forze conservatrici dell’Impero, cosicché la socialdemocrazia avrebbe cercato e coltivato la sopravvivenza come ‘corpo separato’ o ‘Stato nello Stato’, nel culto dell’organizzazione e nella vigilanza sull’ortodossia dottrinaria. In ogni caso nell’evoluzione da partito ‘della rivoluzione’ a partito dello sviluppo e ‘nazionale’, la SPD riuscì a legarsi stabilmente alla classe operaia e a radicare nella società l’immagine di una forza di progresso.
Sul modello tedesco di partito socialdemocratico di massa si riorganizzò la socialdemocrazia austriaca, al congresso di Hainfeld del 1889, sotto la guida di Victor Adler (1852-1918). Saldamente insediata nelle aree industriali, essa fu protagonista di lotte democratiche di massa, come quella del 1905 per il suffragio universale, ottenuto infine nel 1907, e assunse posizioni di grande originalità sul problema nazionale, fin dal congresso di Brünn del 1899, quando fu posto l’obiettivo della trasformazione dell’Austria in “Stato democratico federale delle nazionalità”, con ampi riconoscimenti all’autonomia personale e culturale, su cui scrissero Karl Renner (1870-1950) in Der Kampf der oesterreichischen Nationen um der Staat (1902) e Otto Bauer (1882-1938) in Die Nationalitätenfrage und die Sozialdemokratie (1907).

La questione nazionale e con essa quella della democratizzazione dello Stato furono al centro anche della storia del socialismo belga, diviso in fiammingo e vallone. Nel 1884 fu fondato il Parti Ouvrier Belge (POB), in cui confluivano circoli, sindacati e cooperative. L’obiettivo politico più rilevante fu la conquista del suffragio universale, per il quale il partito promosse grandi scioperi nel 1886 e nel 1892. Con l’allargamento del suffragio il POB ottenne, nel 1894, 27 deputati, tra i quali Édouard Anseele, in rappresentanza dell’area socialista fiamminga che ruotava intorno al Vooruit di Gand (cooperativa di consumo), ed Émile Vandervelde (1866-1938), prolifico divulgatore del socialismo positivista.

In Francia il movimento socialista si riprese molto tardi dalla sconfitta della Comune, senza più recuperare tuttavia il ruolo propulsivo dei decenni precedenti. Comunque esso costituì pur sempre un terreno di incubazione politica di notevole interesse, sollecitato dal tradizionale rapporto con la Repubblica ad affrontare la questione decisiva delle alleanze con le forze politiche ‘affini’, nonché per l’attenzione da sempre rivolta al fattore culturale ed educativo nei processi di trasformazione della società di massa. Non ultimo, la Francia fu negli anni ottanta, insieme al Belgio, l’area di diffusione dell”operaismo’: per la prima ne furono simboli la bourse du travail e il sindacato di mestiere, per l’altro la maison du peuple e la cooperativa di consumo. Nel 1883 fu costituito da Paul Lafargue (1842-1911) e da Jules Guesde (1845-1922) il Parti ouvrier con un’organizzazione centralizzata, largamente ispirata al marxismo. I ‘possibilisti’ di Paul Brousse gli contrapposero un partito fondato su strutture locali e con l’obiettivo della trasformazione graduale dello Stato in senso decentrato, in alleanza con la borghesia liberale. Proprio i due gruppi, in concorrenza, assunsero l’iniziativa della costituzione della Seconda Internazionale a Parigi nel 1889. Ma la ‘litigiosità’ interna continuò a indebolire fortemente il movimento politico nei confronti di quello sindacale, che viceversa andò rafforzandosi fino alla fondazione della Confédération Générale du Travail a Limoges nel 1895. Nel movimento sindacale si affermò una corrente maggioritaria favorevole all’action directe, influenzata da Fernand Pelloutier e poi da Hubert Lagardelle e da Georges Sorel (1847-1922), autore di L’avenir socialiste des syndicats (1898) e Réflexions sur la violence (1908).

Il sindacalismo rivoluzionario e l’anarco-sindacalismo, che si diffusero nei paesi dell’Europa meridionale, si contrapposero al cosiddetto marxismo della Seconda Internazionale (partito di tipo socialdemocratico e lotta politico-parlamentare; centralizzazione dell’organizzazione sindacale e legislazione sociale), privilegiando lo sciopero come strumento di educazione della coscienza di classe e riservando allo sciopero generale la funzione di emancipare la classe operaia fino all’atto decisivo dell’espropriazione, così da consentire ai lavoratori (i ‘produttori’) di pervenire alla gestione delle imprese. La crisi boulangista e l’affaire Dreyfus fecero precipitare i contrasti fra i gruppi socialisti in tema di alleanze con i repubblicani e i radicali. Quando, nel giugno 1899, il socialista Alexandre Millerand entrò nel gabinetto borghese di Waldeck-Rousseau per difendere le istituzioni repubblicane da un possibile colpo di Stato della destra e per introdurre la scuola laica di Stato, si creò una divaricazione tra i ‘guesdisti’, contrari a ogni collaborazione con la borghesia, e gli ‘indipendenti’ di Jean Jaurès (1859-1914), al riguardo più possibilisti, divaricazione che rimase incolmabile fino al 1905, quando per i buoni uffici dell’Internazionale le diverse componenti si unificarono nella Section Française de l’Internationale Ouvrière (SFIO).Il problema sollevato dal caso Millerand, relativo all’appoggio (ministerialismo) o addirittura alla partecipazione (ministeriabilismo) dei socialisti a governi a maggioranza borghese, interessò tutti i partiti aderenti all’Internazionale, con modalità diverse dettate nei vari paesi dalle effettive prospettive di trasformazione delle società borghesi liberali in società democratico-parlamentari. Proprio sul sostegno o meno alla ‘svolta liberale’ inaugurata da Giovanni Giolitti agli inizi del secolo, si verificò in Italia la prima irriducibile frattura nel Partito Socialista che, sotto la guida di Filippo Turati (1857-1932), direttore della “Critica sociale” dal 1891, era stato fondato a Genova nel 1892, con un programma ispirato a quello di Erfurt.

Il contrasto, che si mantenne sotto diverse vesti fino all’avvento del fascismo, si verificò tra la componente gradualista e riformista di Turati, Claudio Treves, Leonida Bissolati e poi dei dirigenti della Confederazione Generale del Lavoro (CGdL), costituita nel 1906, e quella intransigente e rivoluzionaria di Arturo Labriola e di Enrico Ferri, dalla quale poi si scissero i sindacalisti rivoluzionari di Alceste De Ambris. Rispetto al socialismo delle aree industrializzate e a tradizione liberale e a quello tipico delle aree rurali e a regime autocratico, il socialismo italiano si collocò in una posizione mediana, con larga approssimazione più vicino a quello francese dopo la Comune o a quello spagnolo per il ruolo sociale della Chiesa e l’anticlericalismo, la frequente difformità di indirizzo tra sindacato e partito, il protagonismo delle campagne e gli squilibri regionali, la permanenza di una vasta area sovversiva (in Spagna gli anarchici ebbero basi di massa nonostante l’opposizione del Partito Socialista Obrero Español, PSOE, fondato nel 1888 da Pablo Iglesias).Nell’Europa centrorientale e meridionale, dove i processi di integrazione politica furono ancora più lenti, la penetrazione socialista divenne significativa solo alla fine del XIX secolo, con un primo insediamento nei centri urbani lungo i canali dell’emigrazione. Tipica figura di profugo socialista fu il bulgaro Christian G. Rakovskij, che in Svizzera fu in contatto con Plechanov e in Germania con Liebknecht, e che al congresso dell’Internazionale di Amsterdam del 1904 rappresentò la Serbia e in quello di Stoccarda del 1907 la Romania. In Bulgaria fu costituito nel 1891 un partito nazionale, poi Partito socialdemocratico bulgaro del lavoro (BRSPD), dal 1903 diviso tra i ‘larghi’, favorevoli alla collaborazione con la borghesia, e gli ‘stretti’, ad essa contrari. In Serbia il partito fu costituito nel 1903. In Polonia il Polska Parti Socjalistyczna, fondato da Jósef Pilsudski nel 1892, tenne il primo congresso a Varsavia nel 1894: pur nella professione di internazionalismo, perseguì la realizzazione di uno Stato indipendente e democratico.

Le associazioni operaie di lingua jiddish si organizzarono invece nel 1887 in un Bund come parte del movimento socialista russo.Anche in Russia il socialismo restò a lungo diffuso nella cerchia di una piccola intelligencija, una minoranza rivoluzionaria ed elitaria che si opponeva all’aristocrazia e alla Chiesa ortodossa. Dall’estero Aleksandr Herzen indicò una strada al socialismo che, partendo dall’ esperienza del mir, consentisse di superare o di evitare lo stadio capitalistico. Pëtr Lavrov, fondatore a Parigi di “Vpered”, la rivista teorica del populismo, predicò la necessità di ‘andare al popolo’, cioè alle masse contadine, e assegnò un ruolo determinante all’intellettuale rivoluzionario. Un tema che fu ripreso, in una prospettiva insurrezionale e addirittura terroristica, da Bakunin, da Sergej G. Nečaev, da Pëtr N. Tkǎcev, e poi, nella prospettiva bolscevica, anche da Lenin. Erede del populismo fu il Partito socialista rivoluzionario costituito nel 1901. La diffusione del marxismo in Russia conobbe il filtro non solo del pensiero populista, ma anche del Gruppo di liberazione del lavoro, fondato a Ginevra nel 1883 da Georgij Plechanov (1857-1918), Pavel Aksel’rod e Vera Zasulič, che furono in contatto con Marx ed Engels e con gli esponenti socialdemocratici tedeschi, anch’essi allora in esilio in Svizzera. Dall’incontro tra gruppi di emigrati e settori della classe operaia di Mosca e di San Pietroburgo, di Kiev e di Odessa, nacque a Minsk nel 1898 il Partito operaio socialdemocratico russo, con un programma che recuperò la tradizione populista rivoluzionaria, respingendone però i metodi terroristici, e attribuì al proletariato industriale il compito della rivoluzione. Nel 1903 il partito si divise tra menscevichi (minoritari) e bolscevichi (maggioritari).

I primi, con Plechanov e J. Cederbaum detto Martov (1873-1923), si professarono marxisti ‘occidentalisti’, cioè convinti che allo zarismo sarebbe dovuto succedere un regime democratico-borghese prima di giungere al socialismo; i secondi, con Lenin, sostennero la tesi del passaggio immediato dalla rivoluzione democratica alla dittatura del proletariato e dettero vita a un partito di rivoluzionari di professione.Nelle aree più sviluppate o prive delle fratture sociali e politiche tipiche dell’Europa centrorientale e meridionale, la penetrazione del marxismo fu assai più stentata o praticamente assente. In Inghilterra, per esempio, dopo il crollo del cartismo l’attività politico-partitica rimase a lungo modesta, specialmente se confrontata con i vistosi successi della cooperazione e del sindacato, che nel 1868 fondò il Trades Union Congress (TUC) e, dopo lo sciopero del 1889, ricevette ulteriore impulso dal ‘nuovo unionismo’, cioè dall’organizzazione di nuove fasce di lavoratori dei trasporti, del carbone e dell’industria, semispecializzati e manovali (un milione e seicentomila iscritti nel 1892, che avrebbero raggiunto i quattro milioni e mezzo nel 1914). Il movimento operaio inglese cercò piuttosto l’alleanza con i radicali e soprattutto con i liberali, per l’allargamento dei diritti politici e per una più incisiva legislazione sociale e di tutela del lavoro, dando vita a quella tattica lib-lab (liberal-labour) contro la quale con scarso successo si opposero la Social Democratic Federation, fondata da H. Mayers Hyndman nel 1881, e la Socialist League, promossa nel 1884 da William Morris (1834-1896), di ispirazione marxista. Influenza notevole ebbe invece il gruppo di pressione, costituito tra gli altri da Sidney Webb e Beatrice Potter, George Bernard Shaw, George Wells, raccolto nella Fabian Society (1884), che intese promuovere un socialismo pragmatico e gradualista, come attestava la scelta della denominazione stessa con il riferimento al generale romano Fabio Massimo il Temporeggiatore.

Il volume Fabian essays in socialism, del 1889, circolò in due milioni di copie, preparando il terreno culturale per i partiti non marxisti come l’Independent Labour Party di Keir Hardie (1856-1915), fondato nel 1893, e poi, nel 1890, per il Labour Representation Committee, da cui ebbe origine nel 1906 il Labour Party, che già nelle prime elezioni ottenne 26 seggi parlamentari. Esso costituì il modello del partito a struttura indiretta, basata cioè sull’adesione di gruppo, poi modificata dal riconoscimento di una quota politica individuale facoltativa per gli aderenti alle Trade Unions (Trade Unions act, 1913) e in seguito, nel 1918, dall’esplicita ammissione dell’iscrizione individuale.Nei Paesi Scandinavi le origini del movimento socialista si legarono ai rapporti che emigranti, studenti e pubblicisti, come August Palm o Holtermann Knudsen, stabilirono con la socialdemocrazia tedesca. Il movimento socialista ebbe una iniziale diffusione nei centri urbani, innestandosi sulla tradizione corporativa artigiana, ma ben presto allargò il consenso popolare agitando i grandi temi politico-istituzionali: le riforme elettorali in Svezia, la riforma costituzionale in Danimarca (1916), la questione dell’indipendenza della Norvegia nel 1905. Nel complesso, però, il movimento sindacale (e anche cooperativo) mantenne una posizione predominante.

Ciò fu particolarmente evidente in Svezia dove il partito, fondato nel 1889 da Hjalmar Brainting (1860-1925), condivise a lungo con il sindacato le strutture di base, ma anche gli obiettivi politici di fondo: furono le Lands Organizationen a indire lo sciopero generale per il suffragio universale nel 1902, e fu il partito, con i suoi 35 deputati nel 1905 e 73 nel 1914, a far approvare dal Parlamento le assicurazioni contro la vecchiaia, le malattie e la disoccupazione, facendo leva sulla recuperata capacità di mobilitazione sindacale dopo il grave insuccesso dello sciopero generale dell’estate 1909 indetto in risposta a una serrata padronale. Il Partito socialdemocratico o laburista diventò il più importante in Finlandia fin dal 1907, in Svezia dal 1914, in Danimarca dal 1924 e in Norvegia dal 1927. In Inghilterra e in quasi tutti i Paesi Scandinavi i laburisti e i socialisti si fecero dunque sostenitori di un’evoluzione in senso sociale del sistema liberaldemocratico, del resto assai più avanzato che altrove, presupponendo che lo Stato, permeato con un’azione graduale e dal basso, o sottoposto a un’efficace pressione da parte delle organizzazioni dei lavoratori, potesse assumere un ruolo ‘amico’ fondamentale. Nella gerarchia che si stabilì allora in Europa tra sindacato e partito fu il primo a precedere il secondo e a determinarne la natura organizzativa.Fuori dal Vecchio Continente, con la parziale eccezione di alcuni dominions inglesi, il socialismo stentò a penetrare, per lo più tramite l’emigrazione europea, e ancor più a radicarsi, anche limitatamente ai centri urbani e alle aree minerarie (come in Cile).

In Giappone, nella seconda parte dell’era Meiji, si costituirono gruppi e partiti (‘socialisti orientali’, ‘conducenti di ricsciò’, ‘amici del popolo’, ‘semplici’, ‘per lo studio del socialismo’), dalla vita breve e stentata, anche per le continue persecuzioni, dediti prevalentemente all’istruzione e alla propaganda attraverso la stampa. Tuttavia la partecipazione del tipografo Sen Katayama al congresso dell’Internazionale di Amsterdam del 1904 e ancor più la condanna della guerra russo-giapponese da lui espressa insieme al russo Plechanov, conferirono al movimento notorietà internazionale. Dall’America Latina ebbero una rappresentanza nei lavori dell’Internazionale solo l’Uruguay e l’Argentina, dove nel 1894 era stato costituito un Partito socialista da Alfredo Palacios e da Juan Baudista Justo. Il caso più significativo era comunque rappresentato dagli Stati Uniti, che si apprestavano a diventare la massima potenza industriale e ‘la terra promessa del capitalismo’, senza avere neppure i pesanti condizionamenti dei vecchi regimi di cui soffriva la società europea, e dunque erano apparentemente i destinatari dei più ambiziosi progetti sociali, come del resto avevano inteso i primi profughi socialisti seguaci di Fourier, Owen, Cabet e poi di Lassalle e Marx. Ma non si può certo dire che i risultati fossero pari alle attese, nonostante gli iniziali modesti successi conseguiti con la costituzione di un Socialist Labor Party nel 1877, che negli anni novanta trovò nuovo slancio sotto la guida di Daniel De Leon (1852-1914); poi di una Social Democracy, nel 1897; e infine di un Socialist Party of America nel 1901.

Né risultò decisivo ai fini dell’insediamento il fiancheggiamento di organizzazioni sindacali come il Noble Order of Knights of Labor negli anni settanta e ottanta, o le Trades and Labor negli anni novanta – dopo il vano tentativo di penetrazione nella più potente American Federation of Labor di Samuel Gompers – o gli Industrial Workers of the World; e neppure lo straordinario successo di opere come Progress and poverty (1879) del radicale Henry George e di Looking backward (1888) di Edward Bellamy o l’attrazione esercitata su scrittori come Jack London e Upton Sinclair. Nel momento della massima espansione, il 1912-1913, il Socialist Party of America vantava meno di 120.000 iscritti e il suo candidato alle elezioni presidenziali, Eugene Debbs, ottenne il 6% dei consensi. Il ‘fallimento’ del socialismo negli Stati Uniti fu attribuito a molteplici fattori: il sistema politico istituzionale presidenziale bipartitico imperniato sulle primarie e sulla rilevanza della ‘macchina elettorale’; l’influenza dei democratici dopo l’elezione alla presidenza di Thomas Woodrow Wilson (come più tardi negli anni trenta di Franklin Delano Roosevelt); l’isolamento del movimento, chiuso nell’ambiente dell’emigrazione; le caratteristiche della classe operaia formatasi per stratificazioni successive e divisa per segmenti, e dunque non omogenea; e soprattutto la grande mobilità della società americana che avrebbe impedito la stratificazione delle classi.

Tale insuccesso fu considerato la riprova della superiorità del capitalismo sul socialismo e ancor più dei limiti del marxismo, specialmente nelle società complesse e aperte. Per contro, l’accento posto sulla vocazione imperialistica degli Stati Uniti come valvola di sfogo della conflittualità interna, e, quindi, come decisivo fattore di contenimento dell’area di diffusione del socialismo, non sembrò avere uguale rilievo.Nell’età della Seconda Internazionale il socialismo aveva acquisito le caratteristiche di movimento di massa: nel 1912 i partiti aderenti vantavano 3,4 milioni di iscritti (contro i 7,3 milioni di soci delle cooperative e i 10,8 milioni di sindacalizzati) e circa 12 milioni di elettori, e disponevano di una rete di 200 grandi quotidiani. Era tuttavia un movimento che sembrava presupporre uno sviluppo lineare della società e la pace internazionale. La guerra mondiale ne segnò il collasso, dimostrandone l’incongruità rispetto al compito che esso si era dato di difendere la pace in nome della solidarietà di classe, ma al tempo stesso ne accelerò l’integrazione politica. Nel 1914, con pochi dissensi tra i quali quello del Partito Socialista Italiano, i socialisti tedeschi, austriaci e francesi votarono i crediti di guerra, con la motivazione di dover difendere il principio di nazionalità e di voler abbattere gli uni l’autocrazia zarista, gli altri l’imperialismo e il militarismo tedesco.Tra le due guerre l’area della democrazia e del socialismo arretrò di fronte all’espansione del fascismo e delle politiche autoritarie in Italia, Germania, Austria e Spagna, nonché in Portogallo, Ungheria e Romania.

In tali paesi socialismo e democrazia condivisero una identica sorte, si compenetrarono ulteriormente, e tale identificazione costituì un’eredità importante per le leaderships costrette all’emigrazione e per le generazioni successive. Ma il socialismo subì anche la sfida del comunismo, dopo la rivoluzione bolscevica del 1917 e la creazione il 2 marzo 1919 della Terza Internazionale, la quale nel giugno 1920 varò ventuno punti per l’ammissione, tra i quali il più qualificante fu la creazione di un partito accentrato e disciplinato che combattesse in via prioritaria le vecchie leaderships socialiste per affermare la sua superiore autorità. I comunisti diventarono così i nemici implacabili dei regimi democratici e dei partiti socialisti, dando vita a propri partiti (in Italia nel gennaio 1921), fino ad accusare gli ex compagni di ‘socialfascismo’, cioè di essere la componente più moderata e più ‘opportunista’ della controrivoluzione. Queste polemiche, ancora persistenti negli anni dell’ascesa al potere del nazismo, furono superate solo con la politica dei fronti popolari dopo il 1935. Al Komintern si oppose l’Internationale Ouvrière et Socialiste, ricostituita a Berna nel 1919 e poi ufficialmente ad Amburgo nel 1923 (IOS), sulla base della conferma della via democratica e parlamentare al socialismo nei paesi a sviluppo capitalistico, e dunque della denuncia del totalitarismo bolscevico. Il tentativo dei socialdemocratici austriaci di unificare socialisti e comunisti con l’Internazionale due e mezzo fallì quasi subito e i più confluirono nell’IOS, di cui ricoprì la carica di segretario fino al 1939 Friedrich Adler (1879-1960).

Rimase comunque viva un’area centrista, che, pur respingendo il metodo bolscevico per i paesi avanzati, ne ammise tuttavia la possibilità in quelli sottosviluppati o autocratici, come era stata la Russia zarista, o nell’ipotesi della difesa da attacchi interni ed esterni. In seguito ‘i centristi’, come del resto non pochi intellettuali di sinistra, furono pronti a concedere al regime sovietico almeno il beneficio d’inventario per l’avvio di una direzione pianificata dell’economia e per i progressi conseguiti tanto nella politica di industrializzazione quanto nello sviluppo dell’istruzione e dei servizi sociali (cfr. Sidney e Beatrice Webb, Soviet communism: a new civilization?, London 1935).Nonostante l’arretramento, è stata collocata nel periodo tra le due guerre la definitiva sedimentazione (‘cristallizzazione’) socialdemocratica. Nel 1931 i partiti aderenti alla IOS vantavano oltre 6 milioni di iscritti, 26 milioni di elettori, più di 1.300 deputati, e una rete di oltre 360 organi di stampa.
Anche nei paesi che sarebbero stati poi investiti dalla reazione fascista o autoritaria, l’area del precedente consenso elettorale socialista acquisito nel primo dopoguerra risultò in qualche modo consolidata, destinata cioè a confermarsi nelle prime elezioni ‘libere’ dopo il 1945. Altra questione è quella dell’uso del potenziale socialdemocratico. Per molti esso non fu pari all’obiettivo di difendere la democrazia là dove era minacciata (o per contro di indirizzare in senso sovietico le presunte potenzialità rivoluzionarie dell’immediato dopoguerra), e tantomeno di affrontare con una cultura economica di lungo periodo la crisi del 1923-1924 e soprattutto del 1929, nel perdurante pregiudizio che fosse impossibile riformare la società capitalistica. In realtà non mancò allora la ricerca di strade nuove: con i socialdemocratici Richard von Moellendorf, Rudolf Wissel e Otto Neurath, questi ultimi anche in relazione al disegno dello Stato ‘organico’ di Walther Rathenau, nonché con Georges Douglas H. Cole e Rudolf Hilferding, si mirava alla parziale socializzazione delle imprese, nell’ambito di un’economia ‘governata’ ma rispettosa di ampi spazi di autogestione; Louis De Brouckère teorizzava la “democrazia industriale” e il “controllo operaio” (Le contrôle ouvrier), mentre i guild socialists inglesi affermavano la primogenitura dell’economia e della società sulla politica nell’ambito di una concezione pluralistica dei rapporti sociali. Albert Thomas rilanciò in Francia la tesi della ‘presenza nella nazione’ in relazione allo sviluppo della produttività, e il belga Henri de Man (1885-1953), che era stato critico severo del marxismo in nome di un socialismo nazionale, etico-volontaristico e socio-psicologico in Au-delà du marxisme, 1927, teorizzò in Le socialisme constructif, 1933, un’economia mista sottoposta a un “piano del lavoro” nazionale, che fece adottare al POB alla vigilia della guerra. L’influenza del ‘planismo’ di de Man fu grande in Olanda e in Svizzera, e in taluni ambienti del socialismo inglese e francese favorevoli alla “économie dirigée” e alla “évolution constructive” (“néosocialisme”).

Al di là dei risultati immediati, per la verità modesti, la pratica di economia mista o diretta maturata tra le due guerre era destinata a incidere nel lungo periodo, entrando a far parte del codice genetico del socialismo occidentale, di volta in volta come risposta alle crisi cicliche o meno, come correttivo degli ‘eccessi’ della libera concorrenza, come volano rispetto agli squilibri del mercato, addirittura come sinonimo di servizio pubblico impiegato per combattere le ineguaglianze e per consolidare la coesione nazionale.Il punto centrale fu che in molti paesi i socialdemocratici andarono allora al governo, per lo più di coalizione, e indipendentemente dai risultati conseguiti perfezionarono il processo di integrazione politica e sociale avviato alla fine del secolo precedente. In tale situazione quasi tutti promossero la revisione dei programmi originari (un’esperienza che invece mancò al socialismo italiano, prematuramente disperso dal fascismo e costretto all’esilio). Dopo la proclamazione della Repubblica in Germania, nel novembre 1918, furono eletti presidente e cancelliere in un governo di coalizione i leaders della SPD, Friedrich Ebert (1871-1925) e Philipp Scheidemann (1865-1939), forti del 38% dei voti conseguiti nelle elezioni dell’Assemblea costituente il 19 gennaio 1919, nonostante l’opposizione mossa dai ‘socialisti indipendenti’, costituitisi nel 1917, e dalla Lega spartachista, la cui rivolta fu repressa nel sangue.

Esclusa dal governo del Reich dal 1923 al 1928, la SPD restò al governo in coalizione nella Prussia, nel Baden, nell’Assia e in Amburgo con buoni risultati in campo amministrativo, scolastico e urbanistico (in particolare con Walter Gropius e il Bauhaus di Weimar), e tornò al cancellierato nel 1928 con Hermann Müller (e Hilferding, ministro delle Finanze) prima di essere spazzata via dal nazismo.Anche in Austria i socialdemocratici risultarono il partito più forte. Presidente della Repubblica, cancelliere e ministro degli Esteri furono eletti rispettivamente Karl Seitz, Karl Renner e Otto Bauer. Renner fu anche capo dello Stato nel 1945-1950. Se la SPD avviò la revisione del programma al congresso di Görlitz (1921) delineando già allora ‘il partito di tutto il popolo’, i socialdemocratici austriaci, fedeli custodi dell’unità del partito, nel congresso di Linz del 1926 abbandonarono definitivamente la teoria della dittatura del proletariato per ammettere la violenza a solo scopo difensivo. Grande autorevolezza, anche all’estero, acquistò il piccolo gruppo degli ‘austromarxisti’, già noto per le precedenti posizioni sulla questione nazionale e ora impegnato, in particolare con Bauer (Der Weg zum Sozialismus, 1919), a delineare una rivoluzione politica per via democratica attraverso un processo lento di socializzazione dei rapporti di produzione. La socialdemocrazia austriaca ottenne risultati rilevanti con la legislazione sociale promossa tra il 1918 e il 1920 dal ministro Ferdinand Hanusch, e soprattutto nell’amministrazione della città di Vienna, una delle esperienze di governo della città culturalmente e socialmente più feconde in tutto il Novecento. Nel febbraio 1934, dopo una repressione sanguinosa a Vienna, il governo reazionario di Dolfuss distrusse la socialdemocrazia austriaca e con essa il regime democratico. La lotta al fascismo fu alla base della politica dei fronti popolari inaugurata dopo il 1935 in quei paesi dove la presenza comunista era consistente, e in Spagna si realizzò nella sfortunata difesa della Repubblica.

L’esperienza più significativa si ebbe in Francia quando, nel 1936, il Front populaire portò al governo una coalizione presieduta dal socialista Léon Blum (1872-1950), il quale ebbe però vita difficile tanto che si dimise già nel giugno 1937. La politica del fronte popolare fu poi messa in crisi dal patto di alleanza tra Hitler e Stalin nel 1939; fu ripresa solo nella Resistenza e ancora negli anni 1945-1947 in Italia e in Francia, ma costituì un precedente importante anche per i progetti di democrazia popolare nell’Europa orientale (1945-1949).

Nei paesi dell’Europa del nord, i partiti socialisti portarono a compimento l’integrazione politica e sociale assumendo responsabilità di governo significative. In Inghilterra il Labour Party da terzo partito divenne in pochi anni il primo, conquistando nel 1918 il 24% dei voti validi, e nel 1929 il 37%. Con l’aiuto dei liberali riuscì a dar vita nel gennaio 1924 al primo governo presieduto da un laburista, Ramsay Mac Donald (1866-1937), e a un secondo nel 1929. In entrambi i casi l’esperienza ebbe risultati molto modesti, ma rivestì un grande valore simbolico anche in Europa. Il programma del 1918 a favore della generalizzazione del minimo vitale e della gestione democratica e decentrata delle industrie nazionalizzate, finanziata con una forte leva fiscale, fu rivisto nel 1928, dopo l’insuccesso dello sciopero generale per la nazionalizzazione delle miniere (1926), con una diversa e più intensa attenzione ai problemi di politica estera e di politica sociale sotto il titolo significativo: The Labour and the Nation. Dopo il fallimento dei governi Mac Donald il Labour rimase all’opposizione per nove anni, ma nel 1940 fu chiamato da Winston Churchill nel governo di unità nazionale.

All’interno dei dominions britannici, si sviluppò un sistema di Welfare State in Nuova Zelanda, dove il Labour Party, diretto da Michael Savage (1872-1940), giunse al governo nel 1935 con il 46% dei voti e vi restò fino al 1949. Fin dal 1938 esso creò un servizio sanitario nazionale gratuito con il Social security act. In Australia, dove era presente un forte movimento sindacale (nel 1914 un iscritto ogni nove abitanti), il Labour Party assunse la direzione del governo federale nel 1910, ma fu travagliato da polemiche e divisioni interne; dette poi vita a un nuovo governo presieduto da J.H. Scullin (1876-1953), nel 1929, nel momento economico più difficile. Nelle elezioni del 1931 subì una pesante sconfitta, da cui però si riprese negli anni quaranta. I risultati più rilevanti e più duraturi verso il Welfare State tuttavia furono conseguiti in Svezia, dove il leader socialdemocratico Karl H. Branting prima partecipò al governo nel 1917, poi fu eletto primo ministro nel 1920-1923 e nel 1924-1925.

Ma la vera svolta avvenne dopo la formazione di un governo in alleanza con il partito dei contadini, presieduto da Per Albin Hansson, il quale inaugurò la cosiddetta ‘politica del focolare’, che prospettava una società priva di aspri antagonismi di classe, volta a ricercare la piena occupazione con investimenti pubblici finanziati da una severa politica fiscale. Nelle elezioni del 1936 i socialdemocratici ottennero il 46% dei voti. In Danimarca il leader del Partito socialdemocratico, Thorvald Stauning, fu a capo di un governo di coalizione nel 1924, poi nel 1929 e ancora nel 1933. In Norvegia i socialisti formarono governi di coalizione nel 1928 con Christopher Hornsrud, e nel 1935 con Johann Nygaardsvold. L’esperienza scandinava parve addirittura definire una propria via al socialismo la quale, all’interno dell’accettata società capitalista e dunque intervenendo sui meccanismi di redistribuzione del reddito piuttosto che su quelli della produzione, in un clima di solidarietà sociale conciliasse, empiricamente e gradualmente, libertà, giustizia, sicurezza e stabilità.