L'affermazione della socialdemocrazia nel secondo dopoguerra

Il ‘socialismo nazionale’ nel Terzo Mondo

Durante la guerra contro il fascismo quasi tutti i partiti socialisti dell’Europa occidentale, in patria e in esilio, sostennero i governi di unità nazionale, privilegiando la nazione e la democrazia rispetto alla classe e all’anticapitalismo. Nei decenni successivi rinunciarono, dopo che lo avevano già fatto nella pratica, all’idea stessa della violenza e della rivoluzione per la conquista del potere, e pervennero definitivamente a un concetto più maturo di socialismo, inteso come un ideale sociale ed economico inseparabile dal metodo democratico assunto come mezzo e come fine. I partiti socialisti europei, inseriti compiutamente nel cosiddetto mondo libero, perseguirono una opposizione assoluta al totalitarismo, che negli anni della guerra fredda identificarono nel comunismo per la sua aggressività ideologica e politica; ciò li portò ad accogliere la protezione militare della NATO, sia pure in un’ottica difensiva e non trascurando mai di incentivare le politiche di distensione e di disarmo controllato.

Fu esemplare a questo riguardo l’assunzione della carica di segretario generale della NATO dal 1957 al 1961 da parte di Paul-Henri Spaak (1899-1972), leader dei socialisti belgi, che aveva già ricoperto le cariche di presidente del Consiglio nel 1938-1939, di ministro degli Esteri nel 1938-1949 (lo fu anche nel 1961-1969). I partiti socialisti si trasformarono da partiti di classe, per la difesa degli interessi dei lavoratori dipendenti, in partiti di popolo, per perseguire una prospettiva di più generale benessere, e sostituirono all’idea della socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio come primo presupposto del socialismo quella dell’espansione del pubblico controllo delle imprese e della pianificazione democratica al fine di garantire la crescita e la distribuzione equa delle risorse, delineando con ciò un’economia mista fra pubblico e privato.

Nel 1951 a Francoforte tali concetti furono posti a fondamento della Dichiarazione dei principî del socialismo democratico della ricostituita Internazionale socialista che, nel passaggio dalla fase della propaganda a quella delle realizzazioni, prese atto che in molti paesi il ‘capitalismo non controllato’, prevaricatore dei diritti dell’uomo a favore di quelli della proprietà, lasciava il campo a un regime economico nel quale l’intervento dello Stato o il possesso collettivo dei mezzi di produzione conseguivano progressi considerevoli nella creazione di “un nuovo ordine sociale”. L’Internazionale si rivolse ai popoli dei paesi sottosviluppati proponendo il socialismo come arma di lotta per la conquista dell’indipendenza nazionale e per il conseguimento di uno standard di vita più elevato, contro le oligarchie indigene e lo sfruttamento neocoloniale. Essa individuò nel comunismo non solo un grave fattore di divisione e di arretramento del movimento operaio, ma un avversario pericoloso che a torto si richiamava al socialismo (‘socialismo reale’) perché rigidamente dogmatico e per giunta “incompatibile con lo spirito critico del marxismo” e indirizzato all’esasperazione dei contrasti di classe nell’interesse della dittatura di un partito unico, strumento di un “nuovo imperialismo”. Il socialismo (democratico) si definì dunque come “un movimento internazionale” che fondava i propri convincimenti, fossero ispirati dal marxismo o da principî religiosi o umanitari, sul comune obiettivo di costruire “un sistema di giustizia sociale, di vita migliore, di libertà e di pace”.

Dalla constatazione che lo sviluppo delle scienze e della tecnica aveva dato all’umanità la possibilità di distruggere se stessa, ma anche di migliorare continuamente la propria condizione di vita, esso ricavò la conferma che la produzione non potesse essere lasciata al libero gioco delle forze economiche ma dovesse essere ‘pianificata’, sia pure nel rispetto dei diritti fondamentali delle persone umane. Un aggiornamento di tali principî di fronte alla mondializzazione economica fu fatto con la Dichiarazione di Stoccolma al congresso dell’Internazionale del 19-22 giugno 1989, con l’accentuazione delle motivazioni democratiche, la valorizzazione del ruolo dell’uomo e della donna, e una maggiore attenzione alla solidarietà tra il Nord e il Sud dei popoli della terra (“una nuova società democratica mondiale”).In Inghilterra, nel 1945, il Labour Party, ottenuta la maggioranza in Parlamento, avviò una vasta politica di Welfare State, largamente ispirata alle idee di William Henry Beveridge e di John Maynard Keynes, al fine di garantire la protezione generale, solidale e socialmente equa contro la disoccupazione, la malattia, gli infortuni e la vecchiaia, e promosse un impegnativo programma di nazionalizzazioni nelle industrie di base (ferrovie e trasporti, acciaio, carbone).

Ricacciato all’opposizione nel 1951, il Labour ebbe un’evoluzione profonda dopo la sconfitta della sinistra interna di Aneurine Bevan e poi di Michael Foot. Ne fece fede il saggio The future of socialism, scritto da Anthony Crosland nel 1956, nel quale si sosteneva che il fondamento del socialismo era sociale più che economico, cioè volto a conseguire una più equa distribuzione delle ricchezze e un più razionale sistema educativo per ridurre le differenze di classe e la povertà, piuttosto che a interferire sui diritti di proprietà dei mezzi di produzione o addirittura a esasperare gli interessi di classe. A tali principî si ispirò la nuova leadership laburista negli anni 1955-1963, sotto la guida di Hugh Gaitskell (1906-1963), e poi, tra il 1963 e il 1976, di Harold Wilson. Con una campagna a favore della politica dei redditi e della ‘rivoluzione tecnica e scientifica’, in cui riecheggiavano le tesi non solo di Keynes e di Schumpeter ma anche di Burnham e di Galbraith, i laburisti tornarono al governo nel 1964-1970 e poi ancora nel 1974-1976 e, dopo le dimissioni di Wilson, con James Callaghan nel 1976-1979. Fece seguito un lungo periodo di opposizione, rotto infine dalla clamorosa vittoria elettorale del 1° maggio 1997, che ha portato al potere Tony Blair e ha attribuito al Labour 419 seggi su 659.In Svezia i socialdemocratici detennero il potere ininterrottamente per mezzo secolo (dal 1932) con Hansonn, Tage Erlander e Olof Palme (1927-1986), e per molti decenni in Norvegia e in Danimarca per poi alternarsi al potere con l’opposizione conservatrice. Il socialismo scandinavo accentuò l’obiettivo della coesione nazionale come proiezione del solidarismo dalla ‘culla alla tomba’, e della funzionalità fondata sulla ‘parità delle occasioni’ più che sull’uguaglianza.

In Germania l’evoluzione della SPD ebbe la sua consacrazione al congresso di Bad Godesberg, nel 1959, con la rinuncia al marxismo. Nel presupposto che una moderna società industriale non possa essere governata da un principio uniforme, il congresso delineò i tratti di un’economia mista e di una società fortemente pluralistica. L’istanza originaria della collettivizzazione venne tradotta nell’esigenza del controllo pubblico, e per la prima volta ci si dichiarò per la protezione e la promozione della proprietà privata e si accettò esplicitamente la logica della libera competizione economica tra pubblico e privato con la parola d’ordine “libertà finché possibile, pianificazione finché necessaria”. Furono poste così le condizioni perché la SPD accedesse al governo nella grande coalizione con i democristiani negli anni 1966-1969, e poi tra il 1969 e il 1974 assumendo il cancellierato con Willy Brandt (1913-1992), già sindaco di Berlino negli anni 1957-1964 e poi ministro degli Esteri. Brandt avviò il processo di distensione con l’URSS e con la Repubblica Democratica Tedesca (Ostpolitik), e quando venne sostituito dal compagno di partito Helmut Schmidt, negli anni 1974-1982, si dedicò all’Internazionale socialista dilatandone l’area di intervento e rafforzandone il prestigio.In Austria il processo di secolarizzazione del partito fu portato a compimento negli anni cinquanta. Nel 1960 il presidente del partito, Bruno Pitterman, ebbe a dichiarare che “la professione di fede nel marxismo per i socialisti di oggi è una questione privata esattamente come la professione di una religione”. I socialdemocratici dettero vita a una grande coalizione con i democristiani nel 1959-1966, sotto la guida di Bruno Kreisky (1911-1990) che, dopo aver ricoperto la carica di ministro degli Esteri nel 1959-1966, venne eletto cancelliere nel 1970.Anche in Francia i socialisti alla fine della guerra assunsero le massime cariche dello Stato con Vincent Auriol (1884-1966), primo presidente della IV Repubblica dal 1947 al 1954, e con Paul Ramadier, primo ministro di un governo tripartito, con la partecipazione dei comunisti, fino al maggio 1947.

Dal 1946 al 1968, sotto la guida di Guy Mollet (1905-1975) che aveva sconfitto la corrente di destra di Blum, favorevole a una più radicale revisione programmatica in nome di un umanesimo socialista, la SFIO si collocò come la troisième force tra comunisti e gaullisti. Essa tornò in primo piano solo nel 1956-1957 con il governo Mollet. Quest’ultimo però fu travolto dalla crisi algerina e di Suez lasciando aperta la strada alla soluzione della V Repubblica. Il socialismo francese piombò, come in passato, in una fase critica di divisioni e di polemiche interne da cui uscì solo con il congresso di Epinay del giugno 1971, sotto la guida di François Mitterrand (1916-1996). Con la firma del programma comune delle sinistre nel giugno 1972, Mitterrand pose le condizioni della scalata alla presidenza della Repubblica, che infine ottenne nel 1981 e poi ancora nel 1988, nel primo caso trascinando al successo elettorale i socialisti che formarono un governo con la partecipazione dei comunisti, nel secondo in coabitazione con il governo Chirac. Nel giugno 1997 le elezioni anticipate hanno sancito una nuova vittoria socialista, che ha portato alla formazione del governo presieduto da Lionel Jospin.

In Italia la revisione programmatica dei socialisti fu più lenta e si compì con la svolta autonomista e democratica del 1956 e soprattutto con i governi di centro-sinistra degli anni sessanta. La vicenda socialista fu qui dominata dai rapporti con il più forte partito comunista del mondo occidentale, rapporti che determinarono nel 1947 la scissione tra il Partito Socialista di Pietro Nenni (1891-1980) e il Partito Socialista Democratico Italiano di Giuseppe Saragat (1898-1988), e nel 1964 quella dell’ala sinistra che dette vita al Partito Socialista Italiano di Unità Proletaria (PSIUP); nonché con la Democrazia Cristiana, grande partito di centro di ispirazione cattolica. Partito di cerniera del sistema politico nonostante le dimensioni modeste (10-14% dell’elettorato), e dunque con un forte potere di coalizione, il PSI assunse un ruolo di primo piano negli anni ottanta, sotto la dinamica segreteria di Bettino Craxi, che fu presidente del Consiglio tra il 1983 e il 1987, e con la popolare presidenza della Repubblica di Sandro Pertini (1896-1990) tra il 1978 e il 1985; anche per questo subì i contraccolpi più pesanti nella crisi della cosiddetta ‘prima Repubblica’ negli anni 1992-1994, fino alla frantumazione in piccoli gruppi la cui sopravvivenza è stata resa difficile dal passaggio dal sistema elettorale proporzionale a quello maggioritario.

Mentre negli anni ottanta il ‘consenso socialdemocratico’ si indeboliva per la prima volta nei paesi centroeuropei e scandinavi (dove l’elettorato era stabilmente oltre il 35%), nei paesi dell’Europa meridionale esso si andava affermando in maniera vistosa. Oltre alla Francia e all’Italia, i casi più significativi furono quelli dei paesi usciti da regimi autoritari: in Grecia il Panellino Sosialistiko Kinima (PASOK) di Andréas Papandreu andò al governo nel 1981; in Spagna il PSOE di Felipe Gonzales nel 1982; in Portogallo il Partido socialista di Mario Soares nel 1983. Al governo per molti anni (anche nel decennio successivo), questi partiti esercitarono un ruolo importante di stabilizzazione sociale consolidando le nuove istituzioni democratiche e portando a compimento l’inserimento dei propri paesi nella Comunità Europea. Al tempo stesso essi spostarono il baricentro dell’area di diffusione del socialismo dai centri tradizionali dell’Europa centro-occidentale, scandinava e britannica all’Europa meridionale, tanto che si è parlato di un socialismo mediterraneo, caratterizzato da un più accentuato pragmatismo e dalla tendenza al leaderismo. Oltre alla compiuta integrazione politica e sociale dei partiti socialdemocratici nell’Europa occidentale, e tralasciando l’esperienza del socialismo reale nei paesi dell’Est (riconducibile però alla storia del comunismo, ivi compreso quello non allineato e autogestionario della Iugoslavia), l’altro fatto nuovo del secondo dopoguerra fu lo sviluppo del socialismo nel Terzo Mondo in condizioni molto diverse da quelle della ‘culla europea’.

Si affermò l’idea che nella seconda metà del XX secolo la rivoluzione, o il grande mutamento, appartenesse alla campagna piuttosto che alle fabbriche e alla città, e si collegasse ai processi di decolonizzazione del Terzo Mondo e di formazione di nuovi Stati indipendenti, che si affermavano per lo più dopo lunghe e sanguinose guerre di liberazione contro le antiche potenze coloniali. Il ‘modello socialista’ sembrò rappresentare meglio le esigenze della modernizzazione e dello sviluppo rispetto a quello del capitalismo industriale e finanziario, e parve in grado di soddisfare la ricerca da parte delle élites dominanti, spesso guidate da un leader carismatico, di un’identità sociale e culturale che superasse in senso comunitario e al tempo stesso nazionalistico le divisioni tribali, etniche e religiose. Esso di solito si identificò nella prospettiva della nazionalizzazione delle industrie di base e nella creazione di partiti-regime.Così, in Egitto, Giamāl ‘Abd an-Nāṣir (Nasser, 1918-1970), che salì al potere nel 1952 con un colpo di Stato militare e assunse tutti i poteri nel 1954 con il titolo di rais e poi come presidente della Repubblica, dopo la crisi di Suez del 1956 intensificò la lotta contro il capitale straniero avviando una politica di nazionalizzazione di larghi settori dell’economia e promuovendo la riforma agraria. Egli fece dell’Egitto una delle nazioni guida del non allineamento, indicando al Terzo Mondo il socialismo nazionale come la terza via allo sviluppo rispetto al socialismo reale dei paesi dell’Est e al capitalismo occidentale. In Siria, nel 1953, fu fondato il partito Ba’th come “movimento nazionale, populista e rivoluzionario” impegnato nel conseguimento dell’unità araba, della libertà e del socialismo. Il nazionalismo non era qui circoscritto a uno Stato arabo in particolare, ma esteso al ‘popolo arabo’ nel suo complesso, di cui si rivendicava la crescita spirituale e materiale, in una visione laica, non religiosa né tribale. Il Ba’th andò al potere in Siria nel 1970, con un colpo di Stato diretto da Hafiz Assad. Si è parlato poi di ‘socialismo algerino’ con Ahmed Ben Bella e con Houari Boumedienne, e negli anni sessanta di ‘socialismo tunisino’ con al-Habib Burghiba.
I
n Africa, tra le diverse ideologie della liberazione e del potere, ebbe un ruolo significativo la concezione del ‘socialismo africano’ e della ‘negritudine’ dello scrittore francofilo Léopold Sédar Senghor, capo di Stato dell’ex Senegal francese dal 1960 al 1980. Ispirandosi al pensiero comunitario e umanistico premarxista francese (ma anche di Léon Blum), Senghor parlò di una ‘terza’ rivoluzione, dopo quella capitalista e comunista, destinata a esaltare l’apporto dei popoli di colore alla nuova ‘civiltà planetaria’. Partendo da una valutazione negativa dell’assimilazione coloniale egli riscoprì le tradizioni autoctone e l’anima collettiva negra, non in contrapposizione ma a completamento dei valori universali della civiltà europea. Fautore di una concezione dirigistica e di ‘una dittatura democratica’ fu invece Sekú Turé, presidente della Guinea dopo l’indipendenza conseguita nel 1958. Convinto assertore di un ‘socialismo panafricano’ (e non nazionale) fu infine il capo di Stato prima del Tanganica (1962) e poi della Tanzania (1964) Julius Nyerere. Cattolico, dopo avere compiuto gli studi in Inghilterra questi delineò un progetto di socialismo fondato sull’espansione della tradizionale famiglia allargata, allo scopo di pervenire a una comunità in cui la proprietà privata venisse limitata e fosse concessa la libertà di espressione, ma non l’organizzazione del dissenso. Un’ulteriore applicazione di una democrazia dirigista nazionalista, legata al non allineamento internazionale, è riconducibile a Sukarno (1901-1970), primo presidente dell’Indonesia nel 1945. Un esempio raro (a parte l’eccezione giapponese) di una dinamica democratico-parlamentare per l’accesso al governo fu dato in Cile nel 1970 dall’elezione alla presidenza della Repubblica di Salvador Allende (1908-1973). Alla testa della coalizione di Unidad Popular, composta da socialisti, comunisti, radicali e cattolici di sinistra, egli governò per tre anni prima di essere rovesciato da un colpo di Stato militare.