Verso il XXI secolo

Al suo XX congresso del 9 settembre 1996, a New York, l’Internazionale socialista ha vantato l’adesione di oltre 140 partiti membri rispetto ai 110 nel 1992 (20 nel 1951 e 40 nel 1976). I partiti che si riconoscevano nell’Internazionale socialista erano al governo in 13 paesi su 15 della Comunità Europea. Nell’Europa orientale erano diventati complessivamente la prima forza politica, dopo la conversione degli ex partiti comunisti e l’efficace opposizione ai nuovi nazionalismi etnici. Fuori dell’Europa erano al governo in Giappone, Pakistan, Nepal, India, Cile, Giamaica, Costa Rica, Columbia e in moltissimi paesi dell’Africa. Anche se l’Internazionale si configurava come un luogo di incontro di partiti sulla base di criteri di adesione abbastanza larghi (conformità agli ideali di democrazia, sviluppo, pace; consistenza reale; gestione interna democratica), la sua crescita attesta pur sempre che il socialismo era, più che mai dopo il crollo del comunismo, una grande forza evocatrice in tutto il mondo. L’espansione geografica del socialismo sembrava finalmente concretizzarne l’aspirazione universalistica, presente fin dalle origini, e l’ambizione di farsi interprete dei processi di democratizzazione dei paesi già governati da regimi dittatoriali o totalitari. L’esito di tale sfida, tuttora in corso, coinciderà con le possibilità di affermazione nel Terzo Mondo dei valori di tolleranza, di rispetto della persona, di uguaglianza dei diritti politici e sociali propri della civiltà occidentale, ma anche di efficaci politiche di sviluppo, in grado tra l’altro di disinnescare la ‘bomba’ demografica.

Più difficile è prevedere quante delle esperienze del socialismo nazionale nelle aree di sottosviluppo preludano a un’effettiva nuova via che valorizzi le risorse indigene e con ciò arricchisca anche il modello socialdemocratico originario nella globalizzazione delle relazioni economiche e sociali.Eppure, nei paesi europei e anglosassoni, cioè nell’area storicamente propulsiva del socialismo, si sono fatte oggi più frequenti le voci sulla vetustà o addirittura sul declino della socialdemocrazia. La mondializzazione economica e la rivoluzione tecnologico-informatica, l’esplosione demografica e la pressione immigratoria, le politiche di risanamento dei bilanci pubblici mettono in discussione il ‘compromesso’ socialdemocratico su cui sono stati fondati il Welfare State e il keynesismo, e perfino la tradizionale struttura a tre stadi imperniata sul rapporto partito-sindacato-associazionismo collaterale. Più correttamente si dovrebbe parlare di conclusione di un ciclo, fondato sul binomio classe operaia-nazione, iniziato oltre un secolo fa, nell’epoca dell’industrializzazione diffusa. Nel codice genetico del socialismo (europeo) il futuro apparteneva al lavoro dipendente, del quale il proletariato di fabbrica sarebbe stato il nucleo aggregante e significativo, tanto più perché destinato a diventare più omogeneo, più diffuso, più acculturato e più consapevole.

Era un socialismo che faceva riferimento al lavoro manuale, e quando si rivolgeva ad altri ceti (impiegati, quadri, intellettuali, contadini) li coinvolgeva in quanto, nei comportamenti e nelle attitudini, si rendevano ‘popolo’ o ‘proletariato’. Nelle società postindustriali, il futuro appartiene al terziario avanzato, sempre più informatizzato, piuttosto che al settore secondario. E rispetto al lavoro, una volta termine di partenza e di arrivo della vita, uno spazio crescente viene assunto dal tempo di non lavoro o ‘libero’. D’altra parte l’affermazione preponderante dell”io’ e del privato sul pubblico parrebbe imporsi sulle pratiche di socializzazione e classiste, e perfino comunitarie. La trasformazione del partito socialdemocratico da partito di classe in partito catch-all (‘pigliatutto’) fa temere che ne vengano minate irrimediabilmente le ‘radici sociali’ e vanificato il potere mobilitante dell’ideologia.

Sono ridimensionati gli itinerari tipici di acculturazione della massa dei lavoratori (quartieri, luoghi di ritrovo, linguaggio) che rendevano omogenea la classe; e lo stesso processo produttivo tende a ‘individualizzarsi’, con la flessibilità, il decentramento e l’informatizzazione. Il frazionamento degli interessi facilita la promozione di movimenti monotematici e di gruppi di pressione, mentre diviene più incisiva la presenza di organismi politico-economici e monetari sovranazionali: il partito nazionale di grande apparato e di massa, in grado di intermediare la domanda, per giunta inarticolata, registra una costante, inarrestabile flessione.

La percezione della chiusura di un ciclo pare comunemente avvertita, cosicché per il socialismo sul finire del XX secolo si parla sempre più di un passaggio dalle nazionalizzazioni al mercato; dalla fiducia nel progresso lineare alla prospettiva di uno sviluppo compatibile o sostenibile; dallo statalismo alla valorizzazione delle associazioni non profit e alla responsabilità dei cittadini; dalla lotta contro l’ingiustizia sociale a quella contro l’esclusione e contro presunte nuove ineguaglianze, quali quelle prodotte nelle città dal degrado ambientale, dalla diffusione della droga, dalla criminalità organizzata e dall’immigrazione. L’obiettivo è quello di portare la cittadinanza al livello della quotidianità.

Ai socialisti è affidato il compito, davvero difficile e dall’esito incerto, di adattare ai problemi attuali il modello ricevuto dai padri in un secolo di lotte per l’uguaglianza dei diritti e per la protezione sociale dell’individuo.

    —  Enciclopedia delle Scienze Sociali (1998)  —    —  Maurizio Degl’Innocenti