Utilitarismo e progresso storico

In parte proseguendo l’opera del padre, John Stuart Mill cercò di dare un preciso statuto filosofico all’utilitarismo. Come Bentham, egli riteneva che l’etica tradizionale avesse dato una veste dottrinale ai pregiudizi morali correnti: la “scuola intuitiva” richiamandosi a “principî […] evidenti a priori”, la “scuola induttiva” pretendendo di ricavare lecito e illecito dalla “esperienza” (Utilitarianism, 1861, 1863, I; tr. it.: Utilitarismo, Milano 1946, p. 179). In realtà ogni regola o consuetudine morale deve il proprio successo all’utilità che possiede, e deve essere vagliata alla luce del principio di utilità o della massima felicità, per il quale “le azioni sono lecite proporzionatamente alla felicità che promuovono”, dove “per felicità s’intende piacere e assenza di dolore” (ibid., II, p. 184). La maggior parte delle buone azioni ha per scopo non il bene dell’umanità o della società in generale, bensì quello degli individui, e le preoccupazioni dell’uomo più scrupoloso non devono andare oltre le persone che sono comprese nella sfera delle sue azioni. La prima forma, elementare, di rispetto per l’interesse generale consiste nell’astensione dalle azioni vantaggiose che, se compiute da tutti, sarebbero dannose alla società. Le occasioni di promuovere “la moltiplicazione della felicità”, che è “l’oggetto della virtù”, cioè di diventare pubblici benefattori, sono rarissime. Solo coloro che si occupano della società in generale devono preoccuparsi abitualmente di un così vasto campo d’azione. Tuttavia, per i postulati fondamentali dell’utilitarismo, che faceva consistere l’utilità collettiva nella somma delle utilità individuali, anche badando al proprio vantaggio si contribuisce alla felicità generale purché si evitino i comportamenti dannosi.
Mill introduceva però una differenza qualitativa tra i piaceri che costituiscono la felicità, e contrapponeva alla semplice ricerca della serenità, che induce ad accontentarsi, il desiderio, che sollecita a sopportare anche dei dolori e a rifiutare un’idea statica di felicità come soddisfazione. È la cultura che, rendendo gli uomini interessati ai fenomeni della natura, ai capolavori dell’arte, alle immaginazioni della poesia, agli avvenimenti della storia, al progresso dell’umanità e alle sue possibilità future, permette di apprezzare le differenze qualitative tra i piaceri: ogni uomo nato in un paese civile può giungere a godere di una felicità superiore.
Mill riteneva che la storia procedesse verso società di uguali, nelle quali gli interessi di tutti sono considerati nella medesima misura e ciascuno è obbligato a basare la propria vita sul rispetto degli interessi collettivi. Pur attribuendo alla propria età un progresso appena incipiente, Mill riteneva che già in essa ogni individuo si considerasse un essere sociale e sentisse un bisogno naturale di armonia tra i propri fini e quelli degli altri, anche se il sentimento della socialità era ancora molto meno intenso dei sentimenti egoistici, e spesso mancava completamente. Era soprattutto l’educazione che, sostituendosi alla religione, poteva irrobustire il senso di solidarietà, risolvere i contrasti fra gli interessi e livellare le ineguaglianze dovute a privilegi di individui e categorie. Questo processo avrebbe generato in ogni individuo un sentimento di unità con tutto ciò che lo circonda e lo avrebbe indotto a non desiderare per se stesso un benessere che non includesse il benessere degli altri. Attraverso l’educazione il senso di socialità, sempre presente ma originariamente ridotto, si sarebbe esteso e sarebbe diventato anch’esso a suo modo naturale. D’altra parte non occorre che le azioni produttrici di benessere generale, giustamente considerate virtuose, siano compiute esclusivamente per senso del dovere. Anche motivazioni egoistiche possono rendere virtuosi i comportamenti che generano, perché il movente delle azioni riguarda il merito di chi agisce, non il contenuto delle sue azioni, che è determinato dalle loro conseguenze sulla felicità di chi le compie e della società cui appartiene.
Per Bentham il principio di utilità non era dimostrabile, proprio perché è un principio dal quale si deve partire per provare tutto il resto. Anche Mill ammetteva che dell’utilitarismo non ci fosse una prova, “nel significato ordinario della parola”, ma pensava di poter mostrare che il principio di utilità è conforme alla struttura dei nostri desideri: “l’unico oggetto di desiderio è la felicità. Qualunque cosa venga desiderata, in quanto strumento per il raggiungimento di altri fini oltre se stessa, e alla fine per la felicità, non può essere desiderata che come parte della felicità medesima” (ibid., IV, p. 223). In realtà la ‘prova’ milliana (tutt’altro che chiara e lineare) consisteva nel mostrare che tutti gli atti umani, anche quelli che sembrano non rivelare questo scopo, hanno come fine la ricerca della felicità e che ogni valutazione morale può essere ricondotta al contributo che i singoli atti arrecano alla felicità collettiva. Bentham aveva presentato come una scelta preliminare quella di pubblici ufficiali che si servano di mezzi di governo in grado di rendere minime le afflizioni degli individui, partendo dal riconoscimento che non esiste altra felicità collettiva che non sia quella costituita dalla somma delle felicità individuali. Mill intendeva mostrare che l’idea di felicità muta nel corso della storia umana e può via via incorporare contenuti diversi, fino a comprendere molte delle cose che la teoria etica tradizionale in qualche modo conteneva. La prova di Mill consisteva in sostanza nel mostrare che il principio di utilità resta costante nello sviluppo storico nonostante che si configuri in modi diversi, perché gli uomini tendono pur sempre alla felicità e ogni loro fine si configura come parte della felicità cui tendono. Bentham passava dalla teoria etica edonistica a un programma politico di promozione del benessere collettivo, facendo valere con forza la riduzione della felicità totale alla somma delle felicità individuali. Mill ricorreva invece alla mediazione della storia: soltanto al termine di un processo storico ancora agli inizi la ricerca della felicità individuale sarebbe potuta coincidere con la ricerca della felicità collettiva, e il senso di solidarietà avrebbe fatto parte della felicità di ciascuno. Come già Bentham, Mill assegnava un posto importante all’educazione e, come lui, riteneva che malattie e povertà fossero due impedimenti gravi alla possibilità di istruire tutti in modo adeguato. Ma malattie e povertà sarebbero stati sconfitti. In questo senso Mill riprendeva temi propri dell’utilitarismo della prima generazione, ma introduceva nelle dottrine utilitaristiche temi che aveva importato dalla cultura europea continentale, dal sansimonismo e positivismo comtiano alla cultura idealistica e romantica tedesca, conosciuta attraverso Coleridge e Carlyle.
Alla concezione fondamentalmente individualistica della società propria dell’utilitarismo, nella quale ricevevano un’attenzione speciale la sicurezza degli individui e delle loro proprietà, si contrapponevano i nuovi sistemi che arrivavano dalla Francia, e che dipingevano la società come un tutto complesso, nel quale interagivano tra loro organizzazione del lavoro, cultura e strutture sociali, politiche e familiari. Gli intellettuali erano gli eredi dei sacerdoti e dovevano riformare la società esercitando un potere simile a quello che un tempo era spettato ai sacerdoti. I positivisti, stabilendo un collegamento più stretto, organico, tra cultura e società, sembravano in grado di prospettare mutamenti sociali molto più profondi di quelli proposti dai benthamiani. D’altra parte la cultura tedesca sembrava offrire contenuti più sostanziosi per i progetti educativi cari agli utilitaristi: i letterati tedeschi, da Goethe a Humboldt, mettevano a disposizione strumenti con i quali stimolare la sensibilità per i piaceri qualitativamente superiori, che Mill aveva introdotto nella teoria utilitaristica.

L’utilitarismo nella cultura accademica

Per realizzare i propri programmi educativi gli utilitaristi promossero la fondazione dell’University College che, all’interno dell’Università di Londra, doveva trasmettere un sapere non dominato dalla teologia e accessibile anche alle donne. Ma l’utilitarismo penetrò anche nella cultura inglese più legata alla tradizione. Charles Austin propagandò le idee utilitaristiche a Cambridge, e proprio qui l’utilitarismo trovò la massima attenzione presso un professore importante come Henry Sidgwick.
Sidgwick riconosceva l’utilitarismo quale uno dei Metodi dell’etica, come si intitolava la sua celebre opera (pubblicata nel 1874 e destinata ad avere molte edizioni), accanto alle teorie intuizionistiche, che Mill considerava alternative a quelle utilitaristiche. Per Sidgwick l’intuizionismo dava ragione del fatto che l’uomo comune di solito non ha difficoltà a conoscere quali comportamenti, indipendentemente dalle loro conseguenze, imponga il dovere: ha appunto intuizioni etiche. Gli stessi utilitaristi avevano avuto bisogno di integrazioni intuizionistiche perché, se si fossero affidati al puro edonismo, che pure è uno dei metodi possibili dell’etica, non avrebbero potuto introdurre gli elementi universalistici, come il riferimento alla felicità generale, che la loro dottrina conteneva. Mill aveva cercato di non riconoscere quell’integrazione, costruendo una ‘prova’ del principio utilitaristico che, basata com’era sul corso della storia, dava l’impressione di rifarsi alla struttura del desiderio umano; in realtà aveva fatto di quel principio una regola, l’indicazione di un fine da perseguire o la prescrizione di un dovere. Ciò mostrava che, malgrado i loro sotterfugi, gli utilitaristi sostenevano un “edonismo universalistico” molto più affine all’intuizionismo che all'”edonismo egoistico”. Sidgwick riteneva che il tentativo di Mill, di tener ferma la base edonistica pur arricchendola, senza compromettersi con l’intuizionismo, con l’introduzione di differenze qualitative tra i piaceri, fosse fallito, perché ogni confronto qualitativo di piaceri si risolve in un confronto quantitativo. Anziché cercare nel desiderio di felicità comune a tutti gli uomini la base del principio di utilità, bisognava spostarsi sul piano delle regole e delle obbligazioni: così quel principio sarebbe diventato non tanto una generalizzazione fattuale o quasi fattuale, ma una regola applicabile per rendere coerenti tutte le obbligazioni che a prima vista vincolano gli individui.
Perché effettivamente l’utilitarismo aveva contribuito a mettere in luce i conflitti tra principî morali diversi, richiamando l’attenzione sulle ripercussioni dei comportamenti sulla felicità, cosa alla quale non sempre l’intuizionismo si era mostrato sensibile. Ma lo stesso principio di utilità si prestava a interpretazioni diverse. Infatti esso affermava che la felicità collettiva deve consistere nella somma delle felicità individuali, ma ammetteva che il massimo di felicità collettiva potesse comportare il sacrificio degli individui. Già Bentham aveva osservato che non conviene punire tutte le trasgressioni, che si deve preferire la tutela della sicurezza a quella dei diritti di proprietà, che si può togliere a chi ha di più per dare a chi ha di meno. Mill aveva riconosciuto che esistono diverse concezioni della giustizia e dell’uguaglianza, e che soltanto tenendo conto dell’utilità generale sarebbe possibile scegliere quella più opportuna. Mill aveva cercato nello sviluppo della storia le indicazioni per conciliare cose diverse tra loro: l’utilitarismo originario con le dottrine socialiste, quelle positiviste e il liberalismo europeo continentale, e aveva finito con l’elaborare una teoria della libertà nella quale le differenze sono in generale un arricchimento della società, purché si tuteli il diritto dei singoli a non essere danneggiati. La matrice utilitaristica delle sue dottrine lo induceva a pensare che esistesse una base comune per intendere i danni che si possono arrecare agli individui.
Sidgwick riconosceva che le teorie intuizionistiche erano incomplete e inadeguate, e che potevano aver ragione gli utilitaristi quando si richiamavano al principio di utilità per stabilire quali regole di comportamento applicare nei singoli casi. Ma anche l’utilitarismo aveva le proprie difficoltà interne. Altro è ammettere che una regola generale possa avere conseguenze svantaggiose e debba essere specificata con regole meno generali per adattarla a circostanze particolari; altro è ammettere che atti singoli di trasgressione delle regole generalmente seguite costituiscano la soluzione più vantaggiosa. Se tutti osservano le regole e un individuo le trasgredisce, il vantaggio di questo individuo, e perciò della società cui esso appartiene, cresce. Ma il riconoscimento dell’eccezione rischia di minare l’osservanza generale della regola, che è la condizione perché l’eccezione sia vantaggiosa. Se l’osservanza diffusa è fondata su tendenze extramorali, l’eccezione può essere ammessa più facilmente, perché non mina l’osservanza diffusa della regola. Se invece il rispetto della regola dipende da ragioni morali, l’eccezione utilitaristica crea delle difficoltà, soprattutto se la società in cui opera l’utilitarista non è costituita da “utilitaristi illuminati”. In questo caso l’utilitarista può privatamente praticare un’etica diversa da quella che consiglia in pubblico. Si arriverebbe così ad approvare una “morale esoterica”, cioè diversa da quella corrente, che dovrebbe esser mantenuta segreta per non incoraggiare la violazione della moralità corrente. Mentre Mill aveva contato sulla possibilità che lo sviluppo della storia stessa avrebbe reso compatibile l’estrinsecazione massima delle preferenze individuali con la massima felicità collettiva, Sidgwick vedeva le cose dal punto di vista del senso comune, inteso come un insieme di obbligazioni non del tutto coerenti, che il principio di utilità avrebbe potuto contribuire a rendere compatibili. In realtà l’utilitarismo si proponeva di riuscire dove non riuscivano gli altri metodi etici, cioè di garantire la coincidenza tra l’osservanza dei doveri verso gli altri e l’esercizio delle virtù sociali da una parte, e il raggiungimento della massima felicità possibile per chi agisce virtuosamente dall’altra. Ma per Sidgwick la coincidenza di felicità individuale e felicità collettiva era fuori della portata di qualsiasi teoria etica, e le ambizioni dell’utilitarismo rischiavano di mettere in pericolo l’idea stessa di un sistema di obbligazioni, introducendo la possibilità di ammettere eccezioni o di giustificare una doppia morale.Sidgwick riportava l’utilitarismo entro il solco della tradizione filosofica accademica, e cercava di mostrare come neppur esso potesse offrire una teoria etica totalmente immune da incompletezze e compromessi. A questo modo egli apriva anche la strada alle critiche dell’utilitarismo che costituiranno tanta parte della filosofia, soprattutto della filosofia morale, della seconda metà dell’Ottocento e del Novecento. Ma Sidgwick riprendeva anche i temi propriamente economici dell’utilitarismo. In un primo tempo era sembrato che la liberazione del mondo economico da leggi inutili avrebbe condotto alla massima felicità degli individui e della società: in questo senso si era mosso Bentham criticando la proibizione dell’usura. Ma Ricardo e Malthus avevano delineato soprattutto le minacce che insidiavano il libero sviluppo delle attività economiche, e Mill aveva mostrato interesse per dottrine positiviste e socialiste, che pretendevano di intervenire pesantemente nel mondo economico. Formulato dapprima come una teoria della giustizia legale, l’utilitarismo aveva presto incontrato il problema della giustizia come distribuzione di ricchezza. Già Bentham, proprio per il principio della trasferibilità dei benefici, aveva ammesso che si potesse prendere un po’ ai ricchi, che non ne avrebbero sofferto molto, per darlo ai poveri, che ne avrebbero tratto un giovamento significativo. Mill osservava che la giustizia ha che fare con la divisione in ricchi e poveri o con la distribuzione degli oneri collettivi attraverso le tasse, una distribuzione che poteva rispettare l’assoluta libertà economica o ispirarsi a criteri di uguaglianza, e di uguaglianza stretta oppure di proporzionalità. E Sidgwick rilevava come una teoria utilitaristica della giustizia potesse suggerire limitazioni alla libera concorrenza e alla libertà economica individuale.

Utilitarismo ed economia

I dubbi di Sidgwick sulla possibilità di giustificare con una filosofia edonistica di tipo ‘egoistico’ la promozione dell’interesse generale, ammessa dall’utilitarismo, erano ripresi da F. Y. Edgeworth. Questi riteneva che “il linguaggio ambiguo di Mill, e forse di Bentham” avesse creato l'”illusione” di poter far coincidere interesse individuale e interesse generale (Mathematical psychics. An essay on the application of mathematics to the moral sciences, London 1881, p. 52). Tuttavia anche Sidgwick era stato vittima dei miraggi utilitaristici quando aveva associato un’assegnazione diseguale, ma efficiente, dei mezzi di felicità a una distribuzione uguale di felicità, da perseguire in nome della giustizia intesa come uguaglianza.
Sidgwick usava ancora il vecchio linguaggio filosofico degli utilitaristi alla Bentham e alla Mill e si riferiva a un semplice calcolo algebrico dei piaceri e dei dolori. Edgeworth applicava sistematicamente il principio della diminuzione marginale del piacere (e dell’utilità) e si serviva del calcolo infinitesimale, usando anche modelli fisici per raffigurare fenomeni economici: così poteva esprimere l’utilità con una funzione, e non con una somma, e riprendere il concetto utilitaristico di un massimo di utilità. Ma soltanto in un mercato perfetto “l’utilità totale del sistema è un massimo relativo in qualsiasi punto sulla curva pura del contratto” (ibid., p. 25), mentre nei mercati reali, che hanno limiti nella libera contrattabilità e nel libero accesso alla contrattazione, il massimo di utilità collettiva può essere raggiunto solo attraverso un arbitrato, in grado di allocare le risorse nel modo più efficiente. Qui può trovare posto una concezione utilitaristica della giustizia che cerchi di conciliare uguaglianza ed efficienza, evitando che per favorire il progresso generale della società i più progrediti progrediscano più degli altri. Non quando la felicità di tutti cresce indefinitamente, ma solo quando i membri della società si muovono lungo curve di indifferenza, cioè non hanno interesse a passare da un livello all’altro del sistema economico, l’utilità collettiva raggiunge un massimo compatibile con la soddisfazione degli individui.
Questa impostazione dava una singolare configurazione ai tentativi di Mill e di Sidgwick di introdurre nell’utilitarismo motivi altruistici. La giustizia utilitaristica avrebbe sancito le più dure differenze sociali per garantire il progresso in generale, trascurando la felicità individuale in nome dell’utilità collettiva e il benessere delle generazioni presenti in nome del benessere delle generazioni future; in particolare sul terreno politico essa rischiava di compromettere i tentativi, perseguiti dagli utilitaristi, di assorbire le concezioni della giustizia intesa come uguaglianza. Sulla strada aperta da Edgeworth si sarebbe giunti ad affermare che le differenze tra i gruppi sociali si sarebbero potute spostare solo aumentando il prodotto globale rispetto alla popolazione, anche se la forma delle differenze sarebbe rimasta costante. Perciò solo una legislazione che avesse incoraggiato la produzione avrebbe potuto condurre a un miglioramento assoluto della società e anche a un miglioramento relativo dei più svantaggiati. Ogni altro tentativo di modificare la distribuzione delle risorse tra i gruppi sociali, indipendentemente dalla loro posizione nel processo economico, avrebbe provocato delle oscillazioni, alla fine delle quali si sarebbe riprodotta la situazione originaria, ma dopo gravosi sprechi. Perciò la struttura della società sarebbe rimasta fissa e, a meno di variazioni della ricchezza totale che avrebbero coinvolto le quote assegnate ai diversi livelli sociali, ma non l’esistenza dei livelli stessi, si sarebbero registrati solo passaggi individuali da un livello all’altro. Questa era l’unica forma possibile di equilibrio tra il perseguimento dell’interesse generale e il rispetto per gli interessi individuali.
L’utilitarismo originario non aveva mai cercato un fondamento teorico della compatibilità tra aspetti individualistici e aspetti universalistici della propria dottrina in presunte armonie economiche naturali, e aveva difeso insieme liberismo e interventi nel campo economico. Collocandosi in una prospettiva prevalentemente legislativa, gli utilitaristi avevano sostenuto l’inutilità di leggi inefficaci per disciplinare fenomeni economici, come di altro tipo, e la possibilità di correggere con interventi semplici i processi economici: era inutile vietare l’usura, ma era auspicabile promuovere riforme sociali con la tassazione. Ora le cose cambiavano nella teoria economica: in un mercato perfetto diventava inutile qualsiasi intervento, indipendentemente da considerazioni di carattere legislativo. Ma neppure nei mercati imperfetti era possibile intervenire con misure che cambiassero la “forma della società”, come avrebbe detto Vilfredo Pareto, che permettessero di togliere ai ricchi per dare ai poveri il minimo che facesse soffrire poco i ricchi, accontentasse assai i poveri e aumentasse il benessere collettivo, come proponevano Bentham e Mill. Via via che emergevano le differenze tra il mercato perfetto e i mercati reali la convergenza tra interessi individuali e benessere collettivo appariva più difficile.

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