Il contesto storico-sociale: il 'decollo' americano e i suoi problemi (1870-1900)

La guerra civile del 1861-1865 segna uno spartiacque nella storia americana sia perché, oltre che alla fine della schiavitù, portò alla sconfitta e all’acrimonioso isolamento del Sud, sia soprattutto in quanto il trionfo del Nord significò il trionfo del capitalismo nordista, che negli ultimi decenni del secolo fece degli Stati Uniti la prima nazione industriale del mondo. Un paese che si era venuto costruendo su migliaia di comunità locali autocentrate e su regioni socioeconomiche fortemente autonome e che non aveva classi sociali omogenee assistette, in soli quarant’anni, all’unificazione e alla verticalizzazione sia del mercato che della società. Ai primi del Novecento l’economia era ormai dominata da grandi gruppi oligopolistici industriali e finanziari, la lotta di classe era divenuta una realtà, le vecchie élites venivano soppiantate da geniali ‘uomini nuovi’ legati al più scoperto arrivismo economico; negli stessi anni l’opinione pubblica scopriva lo squallore e la miseria degli slums proletari nelle grandi città divenute simbolo della nuova età e si sentiva messa in pericolo dalle ondate di immigrati provenienti dall’Europa sudorientale e, nell’estremo ovest, dalla Cina e dal Giappone.In tale situazione entrò in crisi la cultura politica e sociale prebellica, incentrata sull’idea che gli Stati Uniti fossero una nazione prediletta da Dio, destinata a restare immune dai mali dell’Europa, e il cui progresso economico – fondato sui principî protestanti dell’etica del lavoro, dell’uguaglianza delle possibilità e dell’individualismo – implicava un continuo progresso morale.
Uno dei sintomi più evidenti di questa crisi fu il feroce dibattito sull’evoluzionismo che si sviluppò durante gli anni sessanta e settanta. Accettare il darwinismo implicava negare quel ruolo di guida verso Dio, attraverso lo studio empirico della natura, che la cultura americana, con la mediazione della filosofia del realismo scozzese, aveva assegnato alla scienza e che era anche alla base della visione morale dello sviluppo economico. L’evoluzionismo darwiniano, infatti, era una scienza senza assoluti, non riconducibile a una visione religiosa e teleologica del mondo, insopportabile, quindi, non solo per l’opinione pubblica colta, ma per gli stessi scienziati, tanto legati all’empirismo baconiano e milliano quanto profondamente religiosi.Il darwinismo poté essere accolto solo quando si riuscì a ricondurlo, servendosi soprattutto di Herbert Spencer, a una sorta di metafisica positivistica in cui l’evoluzione diveniva una legge dello sviluppo storico tendente al progresso civile e morale dell’uomo e alla realizzazione di un disegno divino.
Teorie di questo genere conciliarono scienza e religione e diedero un senso al caos sociale e morale del periodo; ma vennero anche usate dai cosiddetti ‘darwinisti sociali’ per sostenere l’ordine capitalistico esistente contro ogni tentativo di riforma, che a loro parere in realtà finiva, aiutando gli emarginati, con l’aiutare i ‘non adatti’, coloro che il processo della selezione naturale giustamente eliminava.Fra i membri della ‘nuova classe media’ – ossia tra gli esperti e i tecnici indispensabili a una matura società industriale – si verificò una dura reazione contro questa vulgata evoluzionistica. Eredi dei valori dell’etica protestante, ma educati al metodo scientifico, molti di loro ritenevano che il caos sociale ed economico non fosse il prodotto dell’evoluzione, ma il frutto di quella concezione che – interpretando le leggi scientifiche come meccanismi automatici sui quali non era dato intervenire – aveva finito per separare scienza e morale, giustificando in tal modo le pretese di dominio e l’egoismo dei più forti. Di conseguenza essi abbracciarono progetti di riforma per lo più a sfondo tecnocratico e contribuirono in modo decisivo alla nascita del ‘movimento progressista’, che culminò nelle presidenze di Theodore Roosevelt e Woodrow Wilson agli inizi del Novecento. Momento essenziale di questo moto riformatore, che rappresentò anche una fase di ricostruzione di strumenti intellettuali, fu la nascita e la rapida affermazione delle scienze sociali.
La storia del pragmatismo classico va dunque situata nel quadro di quelle innovazioni intellettuali che permisero di superare la crisi sociale e culturale che caratterizzò gli Stati Uniti sul finire dell’Ottocento. Se non l’autocoscienza del riformismo progressista del primo Novecento, il pragmatismo potrebbe essere considerato almeno il suo frutto migliore, quello che fornì al progressismo il modello sociale più innovativo e al tempo stesso maggiormente in grado di riallacciarsi ai valori e ai miti fondatori della nazione americana. Ciò non significa, tuttavia, che il pragmatismo possa essere considerato l’ispiratore del progressismo o la filosofia delle scienze sociali fra i due secoli; sia l’uno che le altre sono infatti fenomeni molto complessi di cui il pragmatismo non rappresenta che uno degli elementi, anche se forse si tratta di quello che meglio ne esprime lo spirito e gli ideali. A ciò si aggiunga che il pragmatismo, come il progressismo, dovette soccombere all’ondata politicamente conservatrice degli anni venti, mentre le scienze sociali si incamminavano verso un sempre più rigido scientismo che non poteva certo riconoscere nel pragmatismo una fonte di ispirazione diretta.